Il calciatore tiranno: viaggio calcistico nella Libia di Gheddafi

“Le migliaia di spettatori che riempiono le gradinate degli stadi per applaudire e ridere sono migliaia stolti incapaci di praticare lo sport di persona.”

Mu’ammar Gheddafi
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Il Torino e Mani Pulite

Dalla B a una finale europea, non c’è dubbio che il percorso del Torino sia stato assolutamente incredibile. Solo tre anni prima, il club granata retrocedeva a sorpresa nel campionato cadetto, e adesso era lì, a giocarsi la finale di Coppa UEFA dopo essersi messo in bacheca, l’anno precedente, la Coppa Mitropa. Il merito era da attribuirsi a due nomi in particolare: il nuovo presidente, Gian Mauro Borsano, che aveva rilevato un club disastrato e lo aveva ricostruito in un batter d’occhio, ed Emiliano Mondonico, l’allenatore che negli anni precedenti aveva riportato in A l’Atalanta, conducendola fino a una semifinale di Coppa delle Coppe. Ma si era fatto il 1992, e fuori dai campi di calcio stava per arrivare un terremoto destinato a cambiare tutto.

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I fantasmi di Grobbelaar

“Quando il sole scende, vedi ombre nella boscaglia. Non puoi riconoscerci molto finché non vedi il bianco dei loro occhi. È tu o loro. Spari, ti butti a terra, e parte una sparatoria assordante. Quando tutto è finito, puoi vedere cadaveri ovunque. La prima volta, tutto quello che hai nello stomaco ti esce fuori dalla bocca.”

Bruce Grobbelaar
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La guerra di Osvaldo

Un giorno, durante un Leicester City – Tottenham, i tifosi delle Foxes iniziarono a urlare “England! England!” rivolti a due avversari, Osvaldo Ardiles e Ricardo Villa. I rivali, per tutta risposta, presero le difese dei loro beniamini sudamericani cantando “Argentina! Argentina!”. Letta così, senza contesto, questa storia sembra avere ben poco senso, se non per un vago istinto xenofobo degli inglesi, all’epoca per nulla abituati agli stranieri nel proprio campionato. Ma la verità è che la mattina del giorno precedente alla partita, il 2 aprile 1982, truppe argentine avevano invaso le isole Falkland, espellendo il governatore e assumendo il controllo dell’arcipelago.

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El Dorado, l’ascesa del calcio in Colombia

Il 30 maggio 1949, Dio si trasferì in Colombia. Sbarcava infatti a Bogotá Adolfo Alfredo Pedernera, detto El Maestro, semplicemente il più forte calciatore di tutto il Sudamerica. Nei dieci anni precedenti, era stato la stella della Máquina, la fortissima squadra del River Plate che aveva rivoluzionato il modo di giocare a calcio in Argentina, e aveva poi portato la Nazionale a vincere ben due titoli continentali. Questo finché l’Argentina aveva pensato di poterne fare a meno.

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Perón, il calcio come politica

Al momento dell’inaugurazione, il 3 settembre 1950, il nuovo stadio di Avellaneda era uno dei più grandi e moderni d’Argentina, con una capienza di ben 60.000 spettatori. Quando erano iniziati i lavori, quattro anni prima, la squadra di cui sarebbe presto divenuto la casa, il Racing Club, era in lotta per tornare al vertice del calcio nazionale, in quel momento occupato dalla Maquina del River Plate. Per via della sua forma, a base rotonda ma dalle pareti molto alte, la gente del posto prese subito a chiamarlo El Cilindro; ma il suo vero nome era Estadio Juan Domingo Perón, il nome del presidente in carica dell’Argentina, l’uomo grazie a cui quell’edificio era stato costruito.

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Argentina, 1948: il calcio in sciopero

Era il 10 novembre 1948, quando un gruppo di calciatori che si firmavano Futbolistas Argentinos Agremiados rilasciò un comunicato a dir poco sconvolgente: non sarebbero scesi in campo, la domenica seguente, interrompendo così il campionato prima della fine. Da anni vedevano i loro club diventare sempre più ricchi con l’aumento degli introiti dei biglietti, mentre i loro stipendi restavano gli stessi, e alla scadenza del contratto non avevano la libertà di scegliere dove trasferirsi. Si erano già lamentati con l’AFA, la Federcalcio argentina, ma erano stati ignorati. Così, avevano deciso di scioperare.

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Arabia Saudita: la costruzione di una tradizione calcistica

Nell’estate del 1978, un Concorde atterrò a Riad, facendone scendere un 32enne mulatto dai capelli scompigliati e con un vistoso paio di baffi senza tempo: una folla era venuta a salutarlo come si sarebbe fatto con una star del cinema, solo per vederlo di sfuggita salire su una Rolls Royce e sfilare per le vie della città, diretto in uno dei nuovi lussuosissimi hotel. Fu un evento destinato a cambiare per sempre la storia del calcio arabo: era appena arrivato Roberto Rivellino.

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