JuventURSS

L’agosto di Torino non era decisamente come quello di Minsk, ma valeva bene una visita, soprattutto se per motivi di lavoro: la pensava così Sergej Alejnikov, centrocampista di 27 anni che stava concludendo un clamoroso trasferimento dall’Unione Sovietica al calcio europeo, firmando con la Juventus. Il suo primo contratto professionistico in carriera, visto che oltre la cortina di ferro gli atleti erano tutti formalmente dilettanti. Si respirava un’aria frizzante e ironica: la Juventus, la squadra simbolo del capitalismo italiano targata Agnelli, stava finendo nelle mani dei proletari socialisti? L’anno prima, i bianconeri si erano assicurati per 7 miliardi di lire il fuoriclasse della Dinamo Kiev Aleksandr Zavarov, ma l’ambientazione del campione era stata difficile, così Boniperti aveva deciso di affiancargli un connazionale: avevano trattato Oleg Protasov, che lo aveva sostituito a Kiev, e Aleksej Michajličenko, ma alla fine avevano ripiegato sul meno noto (e costoso) Alejnikov.

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La leggenda dei suicidi del Maracanazo

Il pomeriggio del 16 luglio 1950 è una data che resterà impressa per sempre nella storia del Brasile, uno di quei momenti che smentiscono tutti quelli che credono che lo sport non sia nulla più che un simpatico passatempo. Sarebbe dovuto essere il giorno di Ademir; finì con l’essere quello di Obdulio Varela, trascinatore della rimonta dell’Uruguay al Maracanã, nell’ultima decisiva sfida per il titolo mondiale. Rio de Janeiro era pronta a celebrare il primo trionfo iridato della Seleção, e invece la festa si mutò in tragedia, le masse festanti in disperati suicidi. Questo, almeno, quello che racconta la leggenda.

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Il ragazzo di Casablanca

Casablanca si adagiava placidamente sull’oceano, e si lasciava attraversare da una fresca brezza, che le scorreva tra le strade come il sangue nelle arterie. Gli edifici color calce a cui doveva il suo nome s’immergevano in un ribollire di colori e forme figli della Storia, che parlavano arabo, portoghese, spagnolo, italiano, inglese e francese. Soldati senegalesi pattugliavano loro malgrado le strade a caccia di spie e contrabbandieri, nel disperato tentativo di “proteggere la neutralità” del regime di Petain – e cioè supportare la Germania nazista – mentre la maggior parte della popolazione, fatta di operai provenienti da tutto il mondo, sosteneva i ribelli di De Gaulle e attendeva trepidante l’invasione degli Alleati. Lì, in uno scenario che aveva già ispirato un film di Hollywood, si aggirava un giovane e impaziente calciatore, Larbi Ben Barek.

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L’amicizia con Mbappé si è rivolta contro Macron

Nei giorni che precedevano il ballottaggio delle presidenziali in Francia, la stampa locale ha svelato il retroscena dell’amicizia tra il Presidente in carica Emmanuel Macron e Kylian Mbappé, il più famoso calciatore francese in attività. Subito si è iniziato a dire che questa notizia fosse stata fatta volontariamente trapelare dall’ufficio stampa di Macron per attirare un po’ di voti in vista della sfida contro Marine Le Pen, che già aveva sconfitto nel 2017. E se questo era lo scopo, possiamo tranquillamente dire che ha funzionato, dato che Macron si era riconfermato prendendo il 58,5% dei voti (anche se erano molti meno rispetto a cinque anni prima). Poi però dev’essere successo qualcosa, perché appena due mesi dopo, alle elezioni legislative, il partito del Presidente ha perso 63 seggi, mentre quello di Le Pen è balzato da 8 a 89.

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Ti sia lieve la terra, Omolade

Mi viene da pensare che tutto iniziò lì, quel giorno del 2001 a Terni. È ovvio che non fu così, e ragionando a mente fredda ci si arriva: vengono in mente le scritte antisemite del 1989 contro Ronny Rosenthal a Udine, e poi il manichino nero impiccato dai due tifosi vestiti da membri del Ku Klux Klan, nel 1996 a Verona contro Maickel Ferrier. Eppure, l’episodio che coinvolse l’allora diciottenne Akeem Omolade durante quel Ternana-Treviso di Serie B fu un vero punto di svolta nel rapporto tra calcio italiano e razzismo. O meglio, un punto di non ritorno.

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Herrera, il mago anarchico

Non sapremo mai se lui avvertisse una qualche contraddizione, anche solo un piccolo fastidio, sapendo che stava per andare a lavorare per uno dei più ricchi imprenditori italiani. Possiamo immaginare che avesse ormai da tempo imparato a separare l’esigenza di una carriera felice e di successo dal suo retroterra politico, che infatti rimase sempre piuttosto segreto. Nell’estate del 1960, Helenio Herrera Gavilán atterrava a Milano per andare ad allenare l’Inter, apprestandosi a dare vita a una delle più grandi squadre di tutti i tempi. Sarebbe stata una strada lunga e tortuosa, che l’avrebbe costretto a rivedere molti dei suoi principi di gioco, ma ormai il Mago aveva imparato che la vita è fatta di compromessi. Non male, comunque, per il figlio di un immigrato anarchico in esilio in un altro continente.

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Peter Lim presenta: il Gran Circo di Valencia

L’aneddoto che racconta meglio di tutti il Valencia attuale è quello che è avvenuto al Mestalla lo scorso 30 aprile, quando il pubblico di casa ha iniziato a rivolgere un inequivocabile coro contro il proprietario – “Vattene!” – per poi ricevere l’inaspettata risposta dei tifosi ospiti, sostenitori dei rivali cittadini del Levante: “No, resta!”. Il proprietario in questione è ovviamente Peter Lim, uno degli uomini più ricchi al mondo – e il 15° più ricco di Singapore – e senza ombra di dubbio il proprietario più odiato del calcio mondiale.

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E se la NATO dominasse il calcio?

Per chiunque si interessi di storia arriva, prima o poi, quel momento in cui ci si vuole confrontare con la sensuale perversione dell’ucronia. Ecco, quella che state per leggere è una provocazione ucronica tra calcio e politica. Spesso si leggono articoli che fantasticano su “come sarebbe la Nazionale dell’URSS oggi”, o quella della Jugoslavia, o della Cecoslovacchia, o della Germania Est; ma perché non pensare invece a una Nazionale della NATO (organizzazione peraltro tornata di moda nell’ultimo periodo, dopo aver rischiato di finire quasi dimenticata)?

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Viva La Paz!

Su quella palla tutto sommato facile, Angelo Franzosi combinò uno di quei pasticci da infarto sugli spalti, inciampando poi addosso all’avversario Dante Di Benedetti. Il pallone rimbalzò via dalla presa del portiere dell’Inter, dritto tra i piedi di Roberto Luis La Paz, che con un pronto riflesso infilò la sfera nella rete. Poteva essere il gol più importante della sua non certo prolifica stagione: il Napoli saliva a 31 punti a due giornate dalla fine, avvicinandosi alla salvezza e inguaiando i nerazzurri. Ma l’arbitro fischiò: fallo di Di Benedetti su Franzosi, rete annullata. Nel secondo tempo, Lorenzi portava in vantaggio l’Inter e sanciva il dramma partenopeo. A fine stagione, il gol dell’istrionico La Paz sarebbe stato innalzato a casus belli: una rete regolare, che se fosse stata assegnata avrebbe garantito ai campani la permanenza in Serie A. In realtà, sarebbero intervenute altre vicende extra-sportive a segnare il destino del Napoli e, come conseguenza, di quel La Paz che stava concludendo la sua fugace esperienza nel grande calcio.

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