Alex Ferguson, calcio e Labour Party

“Credo che il Labour sia sempre stato il partito dei lavoratori e che lo sarà sempre. La mia lealtà al Labour è parte di chi sono, perché so cosa fa per le persone.”

Alex Ferguson
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Kosovo: giochiamo, quindi siamo

La sera del 22 giugno 2018, a Kalinigrad si sfiora una crisi diplomatica: la Serbia va in vantaggio, ma poi viene rimontata e sconfitta dalla Svizzera, con gol di Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri. Festeggiando i loro gol, i due svizzeri fanno un gesto unendo le mani a imitare la forma di un’aquila, e i serbi capiscono subito che si tratta di una provocazione contro di loro, contro tutto il loro paese. Xhaka e Shaqiri sono svizzeri, ma origine kosovara, la terra contesa tra albanesi e serbi e che a fine anni Novanta fu teatro di una guerra sanguinosa.

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1978, boicottare un Mondiale

“L’Argentina si è trasformata in un mattatoio. Tecnica delle sparizioni: non ci sono prigionieri di cui qualcuno possa chiedere il rilascio, né martiri di cui doversi preoccupare. Tutti i giorni qualcuno viene ucciso senza processo o condanna.”

Eduardo Galeano, su Lotta Continua, 16 maggio 1978
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Matateu, l’ottava meraviglia

“Gli uomini neri come me / non chiedono di nascere / né di cantare. / Ma nascono e cantano / perché la nostra voce è la voce incorruttibile / dei momenti di angoscia senza voce / e dei passi trascinati nelle vecchie fattorie.”

José Craveirinha
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La Grande Serie A era una truffa

Che fine ha fatto la bella Serie A di una volta?, si chiede ogni tanto qualche nostalgico. Persiste ancora, nel nostro calcio, il ricordo mitico di quel periodo tra gli anni Novanta e i primi Duemila in cui il campionato annoverava i migliori calciatori del mondo e le squadre più competitive e vincenti d’Europa, prima che la crisi ci trascinasse nel purgatorio degli ultimi tempi. Crisi deriva da un termine greco, krisis, che significa “scelta, decisione”: la crisi è la diretta conseguenza di una decisione – degli eccessi dell’epoca d’oro – è il suo doposbornia.

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L’oligarchia economico-calcistica di Viktor Orbán

“Per lui, giocare a calcio era un modo per liberare la propria aggressività. Una volta finì col pallone in fallo laterale. Quando tutti si fermarono, Orbán disse ‘Non è fuori’, e andò avanti, e segnò. Stava riscrivendo le regole: ‘Ve lo dico io se è o non è fuori’.”

Zsolt Komáromy, ex-calciatore dilettante
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Il cameriere e lo Slavia

Jindřich Trpišovsky è uno degli allenatori di culto di questi anni, grazie ai risultati del suo Slavia Praga. Calcio proletario e di periferia, all’inseguimento del centro.

La vita di Jindřich Trpišovský segue uno schema ben preciso: sveglia alle 7, per le 8 è davanti al pub, apre le porte e inizia a servire i clienti del mattino, che siccome siamo in un quartiere molto lontano dalla Praga che tutti conoscono sono sempre gli stessi; alle dieci arriva la collega a dargli il cambio e lui corre al campo sportivo per dirigere l’allenamento; poi c’è la pausa pranzo, che significa che deve tornare al locale a guadagnarsi la giornata; alle cinque di nuovo al campo, per l’allenamento del pomeriggio, quindi terza puntata al pub per il turno della sera. A casa stravolto, a letto, e la mattina si ricomincia.

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La Corea del Sud, tra la guerra e il Mondiale

Sono circa le sei e un quarto di sera, quando si chiude questa storia. Un attaccante piccolo e tarchiato di nome Erol Keskin spedisce in rete l’ultimo pallone della partita e del poco felice Mondiale della Corea del Sud: in quest’ultima partita, ne hanno prese sette dalla Turchia; poco meglio delle nove rimediate tre giorni prima dalla fortissima Ungheria. Nessun gol segnato, nessun punto conquistato, la Corea del Sud torna a casa sconfitta ma con uno strano senso di soddisfazione: meno di un anno prima il loro paese era in guerra, mentre adesso è una delle terre del calcio, e la seconda squadra asiatica ad aver disputato un Mondiale.

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Ibra, Lukaku, periferie e aristocrazie

Qualche sera fa l’Italia ha assistito alla quasi rissa tra due calciatori in diretta tv. No, meglio: ha assistito a un pezzo di calcio di periferia trapiantato alla Scala del calcio, in uno dei principali palcoscenici sportivi del mondo. Ed è ovviamente rimasta inorridita, come si resta sempre inorriditi quando ci si trova davanti ai ragazzi che dalle periferie affluiscono al centro e si ostinano a non voler abbandonare quel modo di fare così “periferico”.

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Squadre di regime: Astana FK

Storia di una squadra nata dal nulla in una città nata dal nulla, in mezzo alla steppa eurasiatica.

Astana, in kazako, significa banalmente “Capitale”. Ma è una di quelle parole che hanno un doppio senso involontario: oltre al significato letterale, ce n’è un altro che potremmo definire emotivo, per cui Astana significa “qualcosa che non c’è”. Ad esempio, una città che non c’è, perché qua fino al 1824 non ci avreste trovato nulla, poi è stata fondata una fortezza, che è diventata uno snodo ferroviario circondato da gulag, e solo dal 1961 è iniziata a diventare veramente una città (che comunque ha cambiato nome quattro volte nella sua breve storia). Oppure, una squadra di calcio che non c’è; o per lo meno non c’è stata fino al 2009.

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