Il ritorno di Benzema

Alla fine, c’era anche il suo nome. Dopo sei lunghissimi anni, che peraltro erano stati tra i migliori della sua carriera, soprattutto dopo che Ronaldo aveva lasciato le sorti dell’attacco del Real Madrid nei suoi piedi. Karim Benzema tornava a vestire la maglia della Nazionale, in tempo per arrivare pronto agli Europei che la Francia affrontava da detentrice del titolo mondiale, vinto senza di lui e con il molto meno clamoroso Olivier Giroud in avanti. Tripudio? Sì, ma non per tutti. Perché in quei sei anni Benzema era diventato, forse pure senza volerlo e senza accorgersene, un argomento politico. “Benzema rappresenta un’immagine nefasta per la maglia bleu“: non lo diceva uno qualsiasi, ma Robert Ménard, uno che nel 1985 è stato co-fondatore di Reporters Sans Frontières e poi, nel 2014, era stato eletto sindaco di Béziers, in Occitania, con l’estrema destra.

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Czeizler e il calcio totale alla svedese

L’arrivo di quel signore ungherese a Norrköping doveva essere percepito come uno strano evento: quella era una cittadina industriale dell’entroterra svedese, lungo la strada che collega Malmö a Stoccolma, luogo di gente che lavorava sodo in cui calcio non aveva mai raccolto grandi fortune. Non erano state infatti le circostanze sportive a condurre fin lassù Lajos Czeizler, ma quelle politiche: i venti di guerra e della discriminazione razziale lo avevano costretto a lasciare l’Italia già nel 1935, e poco dopo era sbarcato in Svezia. Il paese scandinavo era diventato, nei primi anni di conflitto, terra di rifugio di tanti esuli in fuga dall’avanzata nazista e dalle persecuzioni antisemite, grazie all’equilibrismo del governo di Per Albin Hansson, che aveva consentito di mantenere neutrale il paese.

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Belfast 1958: Come si viene eliminati da un Mondiale

C’era un clima più teso del previsto, attorno alla partita. Non solo perché ci si giocava l’accesso al Mondiale – che, tutto sommato, era abbastanza alla portata degli Azzurri, primi nel girone – ma per come si era arrivati a quella partita. Si doveva giocare a inizio dicembre, ma la nebbia dell’inverno britannico aveva bloccato a Londra l’arbitro Zsolt: l’Italia si era opposta alla decisione di ricorrere a un direttore di gara nordirlandese, e l’ipotesi di rinvio di 24 ore era impossibile a causa dell’imminente giornata di First Division inglese, da disputarsi tre giorni dopo. Così, Irlanda del Nord – Italia era stata ricalendarizzata per il 15 gennaio 1958; particolare che aveva permesso agli ospiti di arrivare al match nelle migliori condizioni possibili, avendo già giocato in casa col Portogallo, vincendo e conquistando la testa del gruppo 8. Stava per iniziare così il disastro di Belfast.

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La FIFA contro l’apartheid: l’espulsione del Sudafrica dal calcio mondiale

Il 1957 sembrava destinato a essere il grande anno dell’Africa: dall’inizio del decennio, alcune nazioni del Nord avevano dato il via al processo di decolonizzazione che si stava espandendo all’intero continente, in cui andava prendendo sempre più piede l’ideale del panafricanismo sbandierato da Kwame Nkrumah (che proprio l’anno seguente avrebbe promosso la prima Conferenza degli Stati Africani Indipendenti). Sulla spinta di questo vento, Egitto, Sudan, Etiopia e Sudafrica avevano preso parte per la prima volta al Congresso della FIFA nel 1953, e tre anni dopo avevano dato vita alla Confederation of African Football (CAF), che aveva fissato per il febbraio del ’57 la prima edizione del torneo contintentale. La Coppa d’Africa sarebbe stata la terza competizione di questo tipo, dopo lo storico Campeonato Sudamericano e la neonata Coppa d’Asia, mentre in Europa nulla del genere era ancora stato creato. Ma c’era un problema che stava già spaccando le quattro fondatrici: non era possibile accettare il Sudafrica.

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Perché la guerra tra Russia e Ucraina non cambierà la politica del calcio

Non è stata la prima volta che il calcio si è intersecato con la guerra. Non è stata la prima volta che dei calciatori si sono espressi pubblicamente su questioni politiche. Eppure lo sentiamo che questa è stata una prima volta: l’invasione russa dell’Ucraina ha scatenato una serie di reazioni forti e inaspettate non solo nell’opinione pubblica, ma anche nel comportamento degli stati e delle organizzazioni internazionali. Le sanzioni sul settore energetico e quelle contro gli oligarchi, le multinazionali che abbandonano la Russia, le grandi associazioni sportive che espellono le federazioni russe, i club che prendono le distanze da certi sponsor, il Chelsea messo all’angolo. Qualcuno potrebbe chiamarla addirittura una rivoluzione, ma in realtà – purtroppo – non lo sarà.

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Il comandante Ramiro, il calciatore che divenne guerrigliero

Il professor Jaime Jorge Guzmán uscì dall’Universidad Católica di Santiago e incontrò la propria morte, sotto i proiettili di due giovani sbucati all’improvviso. Il suo nome era da tempo sulla lista del Frente Patriótico Manuel Rodríguez, un’organizzazione di guerriglia marxista-leninista che era stata tra le protagoniste dell’opposizione al regime di Augusto Pinochet, che aveva già provato ad assassinare nel 1986. Nonostante ora, cinque anni dopo, il Cile stava vivendo la transizione alla democrazia, Guzmán era ancora considerato un bersaglio, per il prezioso supporto che aveva dato alla dittatura a livello politico e giuridico. L’uomo che aveva pianificato l’attentato era noto come comandante Ramiro, aveva 33 anni, e in gioventù era stato un promettente calciatore, prima di imbracciare il fucile.

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Come Gazprom si è preso lo Schalke 04

La notizia dell’accordo, resa pubblica nell’ottobre 2006, era destinata a far scalpore: nel giro di cinque anni e mezzo, lo Schalke 04 avrebbe ricevuto 125 milioni di euro di finanziamento. Una cifra spropositata, nel calcio dell’epoca, che poteva non solo consolidare lo status del club, ma addirittura portarlo a un salto di qualità che avrebbe potuto portarlo a intaccare finalmente lo strapotere del Bayern Monaco in Bundesliga. La più grande sponsorizzazione della storia del calcio tedesco – polverizzato il record di Deutsche Telekom con lo stesso Bayern, che si fermava a “soli” 20 milioni di euro – nascondeva però delle insidie: era davvero saggio mettersi in affari con Gazprom?

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Il calciatore che sfidò Berija

Lo scenario era probabilmente uno dei più suggestivi, tra quelli in cui si è giocata una partita di calcio: un prato di erba sintetica era stato srotolato sulla Piazza Rossa di Mosca, letteralmente sotto gli occhi di Stalin, per ospitare un match dimostrativo di soli 30 minuti in una giornata – quella del 6 luglio 1936 – interamente dedicata alle esibizioni sportive. La partita era meno che un allenamento, senza contrasti né eccessivo agonismo, ma il Segretario Generale ne rimase abbastanza colpito da lasciarla proseguire per un altro quarto d’ora. Quella piccola dimostrazione, che aveva messo l’una di fronte all’altra due formazioni dello Spartak Mosca, era stata il grande successo di Nikolaj Petrovič Starostin, il 34enne capitano dello Spartak e principale ideologo del calcio socialista. Circa quattro mesi dopo, la sua squadra avrebbe conquistato il campionato, rendendolo sempre più insopportabile agli occhi della persona a cui era meno raccomandabile stare antipatici dopo Stalin stesso: Lavrentij Pavlovič Berija.

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L’assassinio del Rayo Vallecano

Sarà anche vero che, quando si dice di una squadra che è “più di un club” il pensiero corre immancabilmente allo slogan – ormai più di marketing che di contenuto – del Barcellona. Ma in Spagna, da ormai diversi decenni, se si cerca un club che sia qualcosa di più di una squadra di calcio, si va a Vallecas. Siamo a Madrid, all’ombra dei titani Real e Atlético, in un quartiere popolare dalla forte tradizione operaia: qui si è sviluppata un cultura antifascista e inclusiva tra le più solide d’Europa, che ha finito per inglobare la squadra locale, il Rayo Vallecano. Il mito vuole che il Rayo sia, oggi, la squadra del popolo, il club più di sinistra al mondo assieme al St. Pauli di Amburgo. Un’identità talmente forte e radicata che ha ispirato almeno due libri di ampia circolazione, uno di Quique Peinado e un altro di Robbie Dunne.

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Venezia – Palermo, sola andata

Era una mattina dell’estate del 2002: i primi Mondiali asiatici si erano appena conclusi, Ronaldo stava per lasciare l’Italia in direzione Madrid, e l’aria di Pergine Valsugana, a due passi da Trento, era un perfetto toccasana per chi era abituato all’afa della Laguna. Gianfranco Bellotto era appena stato chiamato sulla panchina del Venezia, club fresco di retrocessione dalla Serie A, e in cui il tecnico era già stato un paio di volte negli anni Novanta. La sua impressione, valutando la rosa a disposizione, era che con un po’ di lavoro si potesse lottare per la promozione. Lo pensò fino a che, quella mattina, non arrivò al ritiro un pullman, da cui scese un signore che iniziò a scandire una lista di nomi: Generoso Rossi, Fábio Bilica, Kewullay Conteh, Francesco Modesto, Valentino Lai, Stefano Morrone, Frank Ongfiang, Antonio Marasco, Mario Alberto Santana, Evans Soligo, Arturo Di Napoli, Filippo Maniero. Tutti sul pullman, destinazione Longarone, dove c’era il ritiro della loro nuova squadra, il Palermo.

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