Herrera, il mago anarchico

Non sapremo mai se lui avvertisse una qualche contraddizione, anche solo un piccolo fastidio, sapendo che stava per andare a lavorare per uno dei più ricchi imprenditori italiani. Possiamo immaginare che avesse ormai da tempo imparato a separare l’esigenza di una carriera felice e di successo dal suo retroterra politico, che infatti rimase sempre piuttosto segreto. Nell’estate del 1960, Helenio Herrera Gavilán atterrava a Milano per andare ad allenare l’Inter, apprestandosi a dare vita a una delle più grandi squadre di tutti i tempi. Sarebbe stata una strada lunga e tortuosa, che l’avrebbe costretto a rivedere molti dei suoi principi di gioco, ma ormai il Mago aveva imparato che la vita è fatta di compromessi. Non male, comunque, per il figlio di un immigrato anarchico in esilio in un altro continente.

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Peter Lim presenta: il Gran Circo di Valencia

L’aneddoto che racconta meglio di tutti il Valencia attuale è quello che è avvenuto al Mestalla lo scorso 30 aprile, quando il pubblico di casa ha iniziato a rivolgere un inequivocabile coro contro il proprietario – “Vattene!” – per poi ricevere l’inaspettata risposta dei tifosi ospiti, sostenitori dei rivali cittadini del Levante: “No, resta!”. Il proprietario in questione è ovviamente Peter Lim, uno degli uomini più ricchi al mondo – e il 15° più ricco di Singapore – e senza ombra di dubbio il proprietario più odiato del calcio mondiale.

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Come l’Atlético Madrid è diventato la squadra dei franchisti

Le ore prima di una partita sono sempre febbrili. Febbrili, cioè calde e tremanti, irrequiete. Specialmente se la partita in questione è un derby, come quello tutto spagnolo che quella sera di dicembre metteva a confronto l’Atlético Madrid e la Real Sociedad in Coppa UEFA. Da San Sebastián erano scesi in tanti, per quel match: la capitale era stata invasa dalla gente del Nord, quei baschi in qualche modo imparentati con i terroristi dell’ETA che proprio in quei giorni trattavano con il governo Aznar per porre fine alla lotta armata. E il Vicente Calderón rappresentava il rovescio della medaglia, una roccaforte unionista e conservatrice. Così che era molto incauto entrare in un bar dei dintorni dello stadio con indosso una sciarpa della Real Sociedad, in una sera del genere, come aveva fatto Veronica, la ragazza di Aitor, due dei tifosi scesi per l’occasione da San Sebastián. Erano volati insulti pesanti, spintoni, e i due ragazzi aveva deciso di andarsene, ma sulla porta uno aveva piantato un coltello nel cuore di lui. Aitor Zabaleta, 28 anni, si era trascinato fino alle porte dello stadio, dov’era crollato a terra, prima di morire in ospedale. L’uomo che l’aveva ucciso si chiamava Ricardo Guerra Cuadrado, ed era membro di un’organizzazione chiamata Frente Atlético.

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L’assassinio del Rayo Vallecano

Sarà anche vero che, quando si dice di una squadra che è “più di un club” il pensiero corre immancabilmente allo slogan – ormai più di marketing che di contenuto – del Barcellona. Ma in Spagna, da ormai diversi decenni, se si cerca un club che sia qualcosa di più di una squadra di calcio, si va a Vallecas. Siamo a Madrid, all’ombra dei titani Real e Atlético, in un quartiere popolare dalla forte tradizione operaia: qui si è sviluppata un cultura antifascista e inclusiva tra le più solide d’Europa, che ha finito per inglobare la squadra locale, il Rayo Vallecano. Il mito vuole che il Rayo sia, oggi, la squadra del popolo, il club più di sinistra al mondo assieme al St. Pauli di Amburgo. Un’identità talmente forte e radicata che ha ispirato almeno due libri di ampia circolazione, uno di Quique Peinado e un altro di Robbie Dunne.

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Il Barcellona è davvero “più di un club”?

La scritta campeggia sulle tribune del Camp Nou, il “Nuovo Stadio” inaugurato nel 1957 a Les Corts, il distretto occidentale di Barcellona. Més que un club è il motto che incarna lo spirito del FC Barcellona, la sua vocazione a essere simbolo non solo di una città ma di un’intera regione, quella Catalogna che non si è mai del tutto sentita parte della Spagna. Questa storia la si sente ripetere spesso, ma è vera solo in parte: Més que un club, in verità, è soprattutto uno slogan promozionale, una mossa di marketing mascherata da messaggio politico.

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Come la politica del Golfo influenza il calcio europeo

Sembrava tutto fatto: Mohammad bin Salman Al Sa’ud, principe ereditario dell’Arabia Saudita, era a un passo dall’acquistare il Newcastle United da Mike Ashley. Un’operazione che avrebbe fatto del club del North-East una delle società di calcio più ricche al mondo. Invece, il passaggio di proprietà è sfumato, e secondo diverse fonti dietro questo intoppo ci sarebbero gli evidenti riflessi della politica del Golfo Persico sul mondo del calcio europeo.

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“Possiamo giocare, ma non allenare”

“Ci sono circa 500 giocatori in Premier League, e un terzo di loro sono neri. Eppure non abbiamo qualcuno che ci rappresenti nelle istituzioni, o negli staff tecnici.” Lo ha detto alla BBC Raheem Sterling, attaccante del Manchester City e della nazionale inglese da sempre molto attento alle problematiche razziali nel calcio. Fa un certo effetto, specialmente se implicitamente siamo portati a considerare il calcio come un ambiente meritocratico. Ma il dato è inequivocabile: i massimi campionati europei sono da anni pieni di calciatori neri, eppure pochissimi di questi riescono a trovare lavoro come allenatori ad alti livelli.

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Il fútbol spagnolo e il neofascismo

Qualcuno forse si è sorpeso, qualcuno meno, leggendo il recente tweet di Pepe Reina – ex-portiere di Barcellona, Villarreal, Liverpool, Napoli e Milan – in favore della manifestazione di Vox tenutasi lo scorso sabato a Madrid contro il governo socialista spagnolo e le misure anti-coronavirus. Reina non è nuovo a posizioni di estrema destra: in passato aveva criticato l’indipendentismo catalano, e più volte si era espresso a sostegno di Vox, mettendo like a post social di suoi esponenti di spicco come Santiago Abascal, Iván Espinosa de los Monteros e Cristina Seguí.

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Jordi figlio di Johan

Essere figli d’arte, nel calcio, non è più facile o più difficile che esserlo nella vita reale. Ci ricordiamo chi ce l’ha fatta e ci dimentichiamo tutti gli altri: per ogni Sandro Mazzola o Paolo Maldini ci sono un Edson Cholbi Nascimento o un Diego Sinagra. E poi c’è Jordi.

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