La contromaledizione di Béla Guttmann

Questa storia la conosciamo tutti: è forse la più famosa leggenda del calcio, che perseguita il Benfica da quasi sessant’anni. Nel 1962, subito dopo aver portato il club di Lisbona ad alzare la sua seconda Coppa dei Campioni, l’allenatore ungherese Béla Guttmann s’incontrò con i dirigenti e chiese un aumento di salario, che gli venne negato. I rapporti tra le parti si ruppero inaspettatamente, e Guttmann decise di licenziarsi, aggiungendo le nefaste parole: “Il Benfica non riuscirà a diventare campione d’Europa per almeno un secolo!” E così fu.

La stampa, a partire da quella portoghese, negli anni ha ricamato molto su questa vicenda e alla fine la versione che conosciamo oggi della storia è un po’ imbellettata e annacquata. Ad esempio, tutti sanno bene o male delle otto finali europee perse dal Benfica da lì in avanti. Molte meno persone sanno che non fu solo il club lusitano a non vincere più nulla: la carriera di Guttmann andò anche peggio. Subito dopo l’addio al Portogallo, accettò la chiamata del Peñarol, che all’epoca era la squadra più forte del mondo, con il compito di proseguire la tradizione vincente degli uruguayani. A Montevideo, il suo gioco offensivo rappresentava una rivoluzione tattica, ma il cambio faticò a dare i suoi frutti e, a fine settembre, il suo Peñarol venne travolto 3-0 in finale di Copa Libertadores dal Santos di Pelé. Guttmann fu licenziato e dovette far ritorno in Europa, dopo appena due mesi di lavoro.

Tornò quindi a Vienna, dove aveva passato molti anni come giocatore e allenatore, e divenne supervisore della nazionale austriaca nel marzo del 1964: l’obiettivo era di far risorgere il mito del Wunderteam e qualificare la nazionale ai Mondiali inglesi, dopo l’eliminazione nella qualificazioni agli Europei patita contro l’Irlanda. Scontratosi con l’ambiente e osteggiato da una campagna antisemita contro di lui, Guttmann si dimise già ad ottobre. L’estate seguente, allora, l’ungherese si ridusse ad accettare il ritorno al Benfica, che nel frattempo senza di lui aveva vinto tre campionati, una Taça de Portugal e fatto due finali di Coppa dei Campioni: capire chi ci avesse perso maggiormente, nella separazione del 1962, è abbastanza facile.

Tuttavia, la sua seconda esperienza a Lisbona fu a dir poco terribile: la squadra non giocava sui livelli delle stagioni precedenti, e Guttmann trovò il modo di incrinare anche il rapporto con i giocatori, quando prima del quarto di coppa contro il Manchester United mise in giro la voce che la squadra era troppo vecchia per vincere, nella speranza di indurre gli avversari a sottovalutarla. La sua mossa fu presa come un insulto da parte dei senatori, e il Benfica venne sonoramente eliminato, per poi perdere anche lo scudetto e chiudere la prima stagione senza titoli dal 1958. Guttmann allenò ancora, senza vincere nulla, Servette, Panathinaikos, Austria Vienna e Porto. La sua carriera di allenatore si concluse malamente nel 1974, quando la morte in campo del ventiseienne centrocampista Pavão alimentò le mai sopite dicerie secondo cui dietro il successo dell’ottima forma fisica dei suoi giocatori si nascondesse un massiccio uso di sostanze dopanti.

Nonostante le numerose squadre da lui allenate, i successi di Guttmann si concentrando in due di esse: l’Újpest (due campionati e una Coppa Mitropa) e il Benfica (due campionati, una Taça de Portugal e due Coppe dei Campioni), più un campionato col Porto e un altro con il São Paulo.

Il mito giornalistico della maledizione di Guttmann andrebbe un pochino ridimensionato. Sfogliando la lunga lista di finali perse dal Benfica dopo il 1962, poche sono quelle che si possono realmente considerare delle delusioni. Le squadre allenate da Fernando Riera (1962) ed Elek Schwartz (1965) erano molto forti, anche se dovettero affrontare avversari di altissimo valori, come il Milan di Rocco e l’Inter di Herrera. Nel 1968, invece, era chiaro a tutti che il Benfica fosse alla fine di un ciclo eccezionale, che aveva costruito il periodo d’oro del calcio portoghese: l’allenatore brasiliano Otto Glória aveva fatto i miracoli per riuscire a portarlo fino alla finale, in cui però ebbero di fronte il Manchester United e un incontenibile George Best, che aveva di fatto tolto a Eusébio lo scettro di miglior calciatore in Europa.

Finiti gli anni Sessanta, finì anche l’epoca d’oro del calcio portoghese. La fine della dittatura salazarista provocò un grande rimescolamento sociale ed economico, che spostò gli equilibri del calcio sia a livello nazionale che internazionale, e il Benfica – squadra prediletta dal regime, in quanto simbolo della capitale – ne risentì non poco. La finale di UEFA raggiunta nel 1983 fu un capolavoro di Sven-Göran Eriksson, ma ad attenderli c’era uno dei club più attrezzati in Europa, l’Anderlecht di Ludo Coeck e Franky Vercauteren. Cinque anni dopo, il Benfica conquistò nuovamente la finale di Coppa dei Campioni, ancora una volta con una rosa non certo irresistibile, e cedette solo ai rigori contro il PSV Eindhoven allenato da Guus Hiddink, che in campo schierava Van Breukelen, Gerets, Ronald Koeman, Søren Lerby e Wim Kieft.

Stessa storia nel 1990, nella storica finale che si giocò a Vienna, la città in cui era stato sepolto, appena nove anni prima, proprio Béla Guttmann. Eusébio si recò addirittura a pregare sulla tomba del maestro, per chiedergli di annullare la maledizione: una straordinaria storia per i giornali, che finì per alimentare una leggenda che in realtà non era così popolare fuori dal Portogallo, all’epoca. I lusitani, allenati nuovamente da Eriksson, schieravano alcuni buoni giocatori – i brasiliani Ricardo Gomes, Aldair e Valdo, più l’ala sinistra António Pacheco – ma nemmeno lontanamente paragonabili alla corazzata rappresentata dal Milan di Sacchi. Attribuire la sconfitta, maturata solamente per 1-0, a una maledizione di quasi trent’anni prima è alquanto ridicolo.

Così, anche le due finali di Europa League perse nel 2013 e nel 2014 dovrebbero essere considerate in maniera più positiva. Pur non potendo contare su un grande budget e su campioni affermati, Jorge Jesus riuscì a tenere testa al Chelsea e al Siviglia, perdendo la prima partita per 2-1, e la seconda solo ai rigori. Al netto della maledizione, il Benfica è spesso riuscito a raggiungere risultati insperati negli ultimi quarant’anni della sua storia, e l’assenza di titoli internazionali è dovuta a questioni economiche, che hanno progressivamente indebolito il calcio portoghese rispetto a quello di altri nazioni europee.

Luisão è stato uno dei giocatori più rappresentativi del Benfica degli ultimi vent’anni, capitano nelle ultime due finali europee. A Lisbona ha vinto complessivamente 18 titoli in 15 anni.

E allora il Porto? Già, i grandi rivali del Benfica sono stati capaci nel frattempo di vincere ben due Coppe dei Campioni e una Coppa UEFA tra il 1987 e il 2004, dimostrando che la crisi non ha riguardato tutto il calcio portoghese. In realtà, il Porto di Pinto da Costa, presidente del club dal 1982, è la squadra che più di tutte incarna il rinnovamento del futebol lusitano post-dittatura: la squadra del Nord che rileva il ruolo che un tempo fu di Benfica e Sporting, le squadre del Sud e della capitale. Lo ha saputo fare attraverso grandi investimenti e progetti moderni e ben strutturati, cosa che il Benfica non ha quasi mai saputo sviluppare.

Nel 2000, ad esempio, le Águias assunsero come allenatore il giovane José Mourinho, ma non seppero costruirgli una rosa adeguata e, dopo solo nove giornate di campionato, un cambio ai vertici societari condusse al suo licenziamento, in favore di Toni, un nome che all’epoca aveva molto più peso a Lisbona. Due anni dopo, Mourinho andò al Porto e lo guidò sul tetto d’Europa. Fu colpa della maledizione o della mancata lungimiranza da parte della società?

Inoltre, proprio i successi del Porto smentiscono una parte, per la verità poco conosciuta, della maledizione di Guttmann: “Da qui a cento anni nessuna squadra portoghese sarà campione d’Europa” avrebbe minacciato l’ungherese nel 1962, subito prima di aggiungere la parte specifica sul Benfica. Con la vittoria della Coppa dei Campioni del 1987 da parte dei Dragões sul favorito Bayern Monaco, questo incipit ha iniziato a essere omesso, per non rovinare il mito.

C’è poi una terza dichiarazione di Guttmann che i media hanno sempre volutamente ignorato: nell’aprile del 1963, quindi meno di un anno dopo le sue dimissioni, il tecnico ungherese rilasciò un’intervista al giornale A Bola rimangiandosi la maledizione. “Il Benfica, in questo momento, è ben attrezzato e non ha bisogno di me. Vinceranno il campionato e saranno nuovamente campioni d’Europa.” Ovviamente solo metà della previsione si realizzò, ma non c’è motivo per ritenere che queste parole avessero meno ‘valore’ di quelle di un anno prima.

João Félix ha lasciato il Benfica a soli 19 anni, nell’estate del 2019, pagato 120 milioni di euro dall’Atlético Madrid. È solo il più noto dei talenti sbocciati negli ultimi anni nel settore giovanile delle Águias: André Gomes, João Cancelo, Bernardo Silva, Gonçalo Guedes, Nélson Semedo, Renato Sanches, Ederson Moraes, Gedson Fernandes.

“La maggior parte dei giocatori nemmeno conosce questa storia, è solo folklore” rivelò Jorge Jesus prima della finale del 2014. Perché in effetti la maledizione di Guttmann è ormai soprattutto un luogo comune utile per riempire i giornali, un ostinato residuo di romanticismo calcistico che ci riporta all’epoca d’oro degli anni Sessanta. Non fu la magia a rendere grande il Benfica, ma capacità e fortuna: il coraggio di scommettere su un allenatore di talento ma che, fino a quel momento, aveva vinto molto poco, e che a Lisbona trovò una rosa di grandissimi giocatori che aspettavano solo la consacrazione, a cui poi si aggiunse un fenomeno assoluto come Eusebio.

E poi il contesto, ovviamente. Era l’epoca che declino del Grande Real Madrid, che aveva dominato il decennio precedente; in cui il calcio tedesco stava ancora cercando di uscire dall’anonimato e quello inglese aveva perso, nella tragedia di Monaco, la sua squadra di maggior prospettiva, il Manchester United. Se serve un sortilegio per spiegare gli scarsi successi internazionali del Benfica post-1962, allora che dire del Celtic Glasgow o del Tottenham, altri grandi squadre del periodo incapaci di ripetersi? La vera maledizione del Benfica è di essere condannato a sentirsi ripetere questa storia a ogni sconfitta europea, come è avvenuto pochi giorni fa, con la clamorosa eliminazione dalla Champions League a opera del PAOK Salonicco: la rete decisiva l’ha segnata Andrija Živković, talento serbo che le Águias avevano appena scaricato. Un altra volta, un errore della dirigenza.

Fonti

CONSIGLIO Roberto, Il Benfica e la Maledizione di Bela Guttmann, Gioco Pulito

MATAR Daniella, Benfica ‘curse’: What is the Curse of Bela Guttman and where does it rank among sports greatest superstitions?, The Independent

Statistical Significance of The Curse of Béla Guttmann, Data Comics

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