Il Monza è l’arma elettorale di Berlusconi

Ad agosto, attraversare una stazione ferroviaria significava immancabilmente imbattersi in video dal retrogusto 1994, in cui sventolava il tricolore di Forza Italia e un quasi giovane Silvio Berlusconi ci sorrideva, incantato dalle note dell’inno del suo partito. Un salto indietro nel tempo, che accompagnava quello che è di fatto il grande ritorno alla politica del Cavaliere; non che l’abbia mai abbandonata, ma a causa della legge Severino non gli era stato possibile candidarsi nel 2018, interrompendo così circa vent’anni di presenza ininterrotta in parlamento.

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La campagna elettorale si è fatta calciomercato

Poco prima di mezzogiorno dell’11 agosto, l’Ansa metteva online un tweet folgorante, che in un raro impeto di follia cronachistica riusciva a cogliere splendidamente lo zeitgeist e concentrarlo in una manciata di caratteri: “Elezioni 2022, Renzi-Calenda: accordo definito, a breve l’annuncio”. Dieci parole appena, un messaggio telegrafico che, forse senza volerlo, ripeteva gli stilemi di un linguaggio che con la politica non ha (non avrebbe?) niente a che fare, ma che arriva direttamente dal calciomercato. Basta togliere “elezioni” e sostituire i due nomi con quelli di un calciatore e di un club per rendersi conto di come le due notizie siano identiche. D’altronde, con la caduta del governo Draghi a fine luglio e le elezioni piazzate straordinariamente a fine settembre, campagna elettorale e campagna acquisti sono andate per la prima volta a sovrapporsi, generando non poca confusione nei media.

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L’amicizia con Mbappé si è rivolta contro Macron

Nei giorni che precedevano il ballottaggio delle presidenziali in Francia, la stampa locale ha svelato il retroscena dell’amicizia tra il Presidente in carica Emmanuel Macron e Kylian Mbappé, il più famoso calciatore francese in attività. Subito si è iniziato a dire che questa notizia fosse stata fatta volontariamente trapelare dall’ufficio stampa di Macron per attirare un po’ di voti in vista della sfida contro Marine Le Pen, che già aveva sconfitto nel 2017. E se questo era lo scopo, possiamo tranquillamente dire che ha funzionato, dato che Macron si era riconfermato prendendo il 58,5% dei voti (anche se erano molti meno rispetto a cinque anni prima). Poi però dev’essere successo qualcosa, perché appena due mesi dopo, alle elezioni legislative, il partito del Presidente ha perso 63 seggi, mentre quello di Le Pen è balzato da 8 a 89.

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E se la NATO dominasse il calcio?

Per chiunque si interessi di storia arriva, prima o poi, quel momento in cui ci si vuole confrontare con la sensuale perversione dell’ucronia. Ecco, quella che state per leggere è una provocazione ucronica tra calcio e politica. Spesso si leggono articoli che fantasticano su “come sarebbe la Nazionale dell’URSS oggi”, o quella della Jugoslavia, o della Cecoslovacchia, o della Germania Est; ma perché non pensare invece a una Nazionale della NATO (organizzazione peraltro tornata di moda nell’ultimo periodo, dopo aver rischiato di finire quasi dimenticata)?

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Perché la guerra tra Russia e Ucraina non cambierà la politica del calcio

Non è stata la prima volta che il calcio si è intersecato con la guerra. Non è stata la prima volta che dei calciatori si sono espressi pubblicamente su questioni politiche. Eppure lo sentiamo che questa è stata una prima volta: l’invasione russa dell’Ucraina ha scatenato una serie di reazioni forti e inaspettate non solo nell’opinione pubblica, ma anche nel comportamento degli stati e delle organizzazioni internazionali. Le sanzioni sul settore energetico e quelle contro gli oligarchi, le multinazionali che abbandonano la Russia, le grandi associazioni sportive che espellono le federazioni russe, i club che prendono le distanze da certi sponsor, il Chelsea messo all’angolo. Qualcuno potrebbe chiamarla addirittura una rivoluzione, ma in realtà – purtroppo – non lo sarà.

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Il calcio nei bairros portoghesi di Rafael Leão

Almada guarda in faccia Lisbona, dall’altro lato del Tago; alle sue spalle, scendendo nell’entroterra verso sud, sulla strada per Setúbal, si entra nei quartieri più periferici e poveri della capitale portoghese: Jamaica, Princesa, Cucena, i bairros della zona di Seixal, dove peraltro sorge l’importante scuola calcio del Benfica. Quartieri molto popolosi, a forte immigrazione, spesso degradati, che sono alcune delle zone socialmente più problematiche del Portogallo. È questo lo scenario che ha dato i natali a Rafael Alexandre da Conceição Leão, nato proprio ad Almada nel 1999 ma cresciuto di fatto a Jamaica, e che oggi gioca come attaccante nel Milan.

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Il calcio ha un problema con gli stupri | Note aggiuntive

Nelle scorse settimane è uscito un articolo del sottoscritto su Valigia Blu che analizzava il problema della cultura dello stupro nel calcio, partendo dal caso di Greta Beccaglia e andando a toccare altri episodi noti, come le accuse di stupro contro Cristiano Ronaldo e Robinho. Il focus era in particolare sull’ambito italiano e su come i media trattano generalmente questo genere di notizie. La questione della cultura dello stupro nel mondo del calcio è però molto più ampia e profonda, ed è un problema purtroppo più serio di quello dello sguardo giornalistico. Per questo necessitava un ulteriore approfondimento.

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Non c’è mai stato nulla di divertente in Massimo Ferrero

Bene o male, il mondo dei media italiani sembra essersi accorto che Massimo Ferrero è un delinquente. Alla buon’ora, verrebbe da dire. L’arresto avvenuto in settimana ha costretto tutti a parlare degli affari sporchi del proprietario della Sampdoria, imprenditore immerso nei debiti e già accusato di sottrarre soldi alle casse del club per coprire le perdite delle sue altre aziende. Verrebbe da chiedersi perché non ce ne si è resi conto prima, visto che letteralmente lo stesso giorno in cui acquistava la Samp (12 giugno 2014) patteggiava un anno e dieci mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta. In questi setti anni nel calcio, che lo hanno portato da un relativo anonimato alla ribalta nazionale, è stato coccolato acriticamente dalla stampa e dalle televisioni, bisognosi delle sue bizzarre trovate necessarie a catalizzare l’attenzione del pubblico.

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Pablo Escobar Football Club

Per arrivare al campo da gioco, bisognava farsi trovare a Medellín. Lì arrivava un’auto blindata a recuperarti, di quelle coi finestrini scuri e robusti figuri armati alla guida. L’automobile attraversava la città diretta a sud, tagliando a metà il barrio di Envigado e iniziando a salire su per sentieri di montagna, fino a raggiungere una cima sovrastata da una villa bassa, affiancata da un campo da calcio recintato. Tutta la struttura era stracolma di guardie: arrivando lì, Diego Armando Maradona si domandò se non fosse stato arrestato da qualche corpo di polizia segreta colombiano. Gli spiegarono che il posto era davvero una prigione, costruita per una persona sola, la stessa che lo pagava per venire lì a giocare. Tutti chiamavano quell’eremo La Catedral.

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