La contromaledizione di Béla Guttmann

Questa storia la conosciamo tutti: è forse la più famosa leggenda del calcio, che perseguita il Benfica da quasi sessant’anni. Nel 1962, subito dopo aver portato il club di Lisbona ad alzare la sua seconda Coppa dei Campioni, l’allenatore ungherese Béla Guttmann s’incontrò con i dirigenti e chiese un aumento di salario, che gli venne negato. I rapporti tra le parti si ruppero inaspettatamente, e Guttmann decise di licenziarsi, aggiungendo le nefaste parole: “Il Benfica non riuscirà a diventare campione d’Europa per almeno un secolo!” E così fu.

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La rivoluzione dei garofani e del pallone

Grândola è una cittadina del Sud, l’antica città dei Mori, la Terra della Fraternità. Così cantava Zeca Afonso, rifacendosi alla storica cooperativa operaia della città, nata negli anni Cinquanta e duramente repressa dal regime fascista di Salazar. Per quella canzone, Afonso passò diversi guai con la PIDE. Nel 1974, tre anni dopo la pubblicazione – e l’immediata messa al bando – del brano, esso tornava a suonare inaspettatamente alla mezzanotte del 25 aprile sulle onde di Rádio Renascença, come un segnale in codice per tutti gli antifascisti: iniziava la Rivoluzione dei Garofani, e il regime portoghese aveva le ore contate.

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Il mio nome è Nessuno

Ninguém aveva gli occhi grandi e arrotondati, la pelle nerissima da africano purosangue, e una zazzera arricciata sul cranio. Quante di quelle persone a cui lustrava le scarpe dalla mattina alla sera sapevano il suo vero nome? Nessuno, probabilmente. Nessuno era anche il nome con cui era conosciuto – Ninguém, in portoghese, significa appunto “nessuno” – ma non era una citazione omerica, piuttosto una condanna, per la verità comune a molti ragazzi come lui, nati nel ghetto di Mafalala a Lourenço Marques, Mozambico. Poco più in là stavano i quartieri degli indiani, arrivati via nave da Goa, e poi, lontanissimi, i quartieri ricchi e puliti di quegli esigui bianchi che si erano trasferiti laggiù per gli affari coloniali.

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