Il conflitto israelo-palestinese e il calcio – Parte 2

Continua dalla prima parte

Il debutto, nel 1963, di Hassan Bastuni era un evento destinato a fare storia: non perché come calciatore fosse particolarmente promettente, ma perché era un arabo che vestiva la maglia di una nota squadra di prima divisione, il Maccabi Haifa. I primi decenni di vita dello Stato di Israele sono stati segnati, nonostante i conflitti con il mondo arabo, da vari tentativi di integrazione sostenuti dalla sinistra, al governo interrottamente dal 1948 grazie al partito Mapai, che dal 1968 si trasformerà nel Partito Laburista. E tra i primi deputati della Knesset eletti con Mapai negli anni Cinquanta c’era anche Rostam Bastuni, primo politico arabo-israeliano e zio di Hassan Bastuni.

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Il conflitto israelo-palestinese e il calcio – Parte 1

Nel 1972 la Nazionale di calcio non c’era: era la grande favorita delle qualificazioni – aveva vinto la Coppa d’Asia del 1964, preso parte al torneo olimpico del 1968 e ai Mondiali del 1970 – ma era stata clamorosamente eliminata ai calci di rigore dalla Thailandia. E i giocatori, col senno di poi, poterono dirsi felici di quel risultato: a quelle Olimpiadi, 11 loro colleghi di altre discipline furono uccisi da un gruppo di terroristi palestinesi. Nel settembre 1972, a Monaco di Baviera, il conflitto israelo-palestinese entrava violentemente nella storia dello sport internazionale.

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La Corea del Sud, tra la guerra e il Mondiale

Sono circa le sei e un quarto di sera, quando si chiude questa storia. Un attaccante piccolo e tarchiato di nome Erol Keskin spedisce in rete l’ultimo pallone della partita e del poco felice Mondiale della Corea del Sud: in quest’ultima partita, ne hanno prese sette dalla Turchia; poco meglio delle nove rimediate tre giorni prima dalla fortissima Ungheria. Nessun gol segnato, nessun punto conquistato, la Corea del Sud torna a casa sconfitta ma con uno strano senso di soddisfazione: meno di un anno prima il loro paese era in guerra, mentre adesso è una delle terre del calcio, e la seconda squadra asiatica ad aver disputato un Mondiale.

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Squadre di regime: Astana FK

Storia di una squadra nata dal nulla in una città nata dal nulla, in mezzo alla steppa eurasiatica.

Astana, in kazako, significa banalmente “Capitale”. Ma è una di quelle parole che hanno un doppio senso involontario: oltre al significato letterale, ce n’è un altro che potremmo definire emotivo, per cui Astana significa “qualcosa che non c’è”. Ad esempio, una città che non c’è, perché qua fino al 1824 non ci avreste trovato nulla, poi è stata fondata una fortezza, che è diventata uno snodo ferroviario circondato da gulag, e solo dal 1961 è iniziata a diventare veramente una città (che comunque ha cambiato nome quattro volte nella sua breve storia). Oppure, una squadra di calcio che non c’è; o per lo meno non c’è stata fino al 2009.

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Un torneo di calcio in piena guerra del Vietnam

“È una situazione totalmente sicura, non c’è nulla da temere. Inoltre, è una grande opportunità per tutti noi.” Probabilmente la scusa fu questa, detta in poche parole. Non è la prima volta che i calciatori australiani – non certo i più famosi al mondo – partivano per una tournée all’estero, ma sicuramente questa era la più assurda che la Federazione avesse organizzato. Il Friendly Nations Tournament sarebbe durato dal 4 al 14 novembre 1967, mettendo a confronto i Socceroos con altre sette selezioni, nella “splendida” location di Saigon. Sì, proprio Saigon.

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Come la politica del Golfo influenza il calcio europeo

Sembrava tutto fatto: Mohammad bin Salman Al Sa’ud, principe ereditario dell’Arabia Saudita, era a un passo dall’acquistare il Newcastle United da Mike Ashley. Un’operazione che avrebbe fatto del club del North-East una delle società di calcio più ricche al mondo. Invece, il passaggio di proprietà è sfumato, e secondo diverse fonti dietro questo intoppo ci sarebbero gli evidenti riflessi della politica del Golfo Persico sul mondo del calcio europeo.

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India 1950: un’occasione mancata

È il 1999: già solo palleggiare in quello stadio, con quella maglia bianca indosso, è un successo storico. Siamo a Bury, Inghilterra e terza serie del calcio locale, in una squadra dal lontanissimo passato glorioso ma appena retrocessa. Baichung Bhutia è uno dei nuovi arrivati, ha 23 anni e fa l’attaccante: viene da una serie di ottime stagioni, condite da valanghe di gol e premi, che lo hanno imposto come il più forte giocatore del suo paese. È indiano, anche se in realtà è un tibetano buddista del Sikkim. Non è realmente il primo indiano a giocare in Europa – Mohammed Salim scese in campo due volte con la maglia del Celtic, nel 1936: altri tempi, altro calcio, di cui ormai nessuno si ricorda più – ma il suo è sicuramente un colpo che fa scalpore. Bury non è Londra, ma Bhutia gioca ad appena 16 km da Old Trafford: una distanza sufficiente per respirare l’aria dei sogni.

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Non è facile parlare di calcio, in questi giorni

Ma forse ve ne siete accorti da soli. La pandemia ha generato una situazione nuova, drammatica ma, ancora di più, irreale: il calcio – e poi tutto lo sport – si è fermato, e così l’intero paese, l’Europa, il mondo. Viviamo un eterno presente sotto la tirannia di un’unica attualità possibile: il coronavirus.

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Quando Hong Kong espugnò Pechino

Cina e Hong Kong si sono sempre guardate piuttosto in cagnesco: da quando la rivoluzione maoista riuscì finalmente a dare forma al diffuso sentimento nazionalista cinese, la Repubblica Popolare aveva iniziato a reclamare i territori colonizzati dagli europei, e l’ex-porto britannico era una delle zone strategicamente più importanti. Nel dicembre del 1984, un accordo stabilì il passaggio della sovranità su Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina a partire dal 1997, pur mantenendo in vigore uno statuto speciale che rendeva la regione parzialmente autonoma. Sei mesi dopo, le due nazioni si trovavano ad affrontarsi su un campo da calcio, in una partita la cui importanza andava ben oltre i novanta minuti di gioco.

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