1942: Il Mondiale che non ci fu

Il 23° congresso della FIFA, tenutosi nell’agosto 1936 a margine delle Olimpiadi di Berlino, aveva il compito di stabilire chi avrebbe organizzato il Mondiale di due anni dopo e fissare ufficialmente la data del torneo successivo, il cui paese ospitante sarebbe invece stato deciso più avanti. Il primo punto si risolse con l’assegnazione alla Francia, mentre il secondo vide prevedibilmente la scelta del 1942 come anno prestabilito. Nel tentativo di emulare anche nel calcio l’Italia di Mussolini, la Germania nazista avanzò per prima la sua candidatura a ospitare il torneo, forte del grande successo delle Olimpiadi che stavano per concludersi. Ironicamente, sarebbe stato proprio il governo tedesco, circa tre anni più tardi, a rendere impossibile organizzare i Mondiali in qualsiasi parte del globo.

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Rivaldo sulle orme di Tamerlano

A metà luglio del 2008, una strana missiva arrivava dalle lontane terre dei khan: Samuel Eto’o aveva firmato con il Kuruvchi di Tashkent, in Uzbekistan. La notizia aveva del clamoroso, dato che Eto’o aveva appena 27 anni ed era una delle stelle del Barcellona. Era vero che il club blaugrana stava attraversando una fase di ricostruzione, con un nuovo allenatore e diversi giocatori importanti ceduti (Ronaldinho, Deco, Zambrotta), ma immaginare che anche il camerunense potesse andarsene era difficile. Specialmente perché l’Uzbekistan era un non-mondo fuori dall’universo del calcio, e quella squadra che rivendicava un contratto semestrale già firmato non l’aveva mai sentita nominare nessuno. I dirigenti del Barça risposero che non ne sapevano niente, ma anche se non potevano confessarlo quegli abitanti delle steppe avevano attirato la loro attenzione.

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Fratello, dove sei?

Mancavano meno di venti minuti: Ardiles gli diede la palla e si buttò in area, pronto a chiudere l’uno-due. Invece Leopoldo Luque stoppò secco di destro, e la palla fece un saltello; quando alzò la testa, i difensori erano ancora troppo lontani: peggio per loro. Un rimbalzo, e poi premette il grilletto del suo piede. Baratelli volò come se l’avessero sparato da un cannone, e toccò terra stordito dal boato del Monumental: Argentina 2 – Francia 1. Con quella vittoria, l’Albiceleste era certa del passaggio del turno, anche se restava da decidere se sarebbe stata prima o seconda nel girone, nella terza sfida con l’Italia. Festeggiarono, e la mattina dopo Luque ricevette la visita dei famigliari – per sapere se si era fatto male seriamente al braccio durante la partita, pensò. Il padre e lo zio si avvicinarono scuri in volto. “Leo, il Chaco ha avuto un incidente e s’è ammazzato”.

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La leggenda dei suicidi del Maracanazo

Il pomeriggio del 16 luglio 1950 è una data che resterà impressa per sempre nella storia del Brasile, uno di quei momenti che smentiscono tutti quelli che credono che lo sport non sia nulla più che un simpatico passatempo. Sarebbe dovuto essere il giorno di Ademir; finì con l’essere quello di Obdulio Varela, trascinatore della rimonta dell’Uruguay al Maracanã, nell’ultima decisiva sfida per il titolo mondiale. Rio de Janeiro era pronta a celebrare il primo trionfo iridato della Seleção, e invece la festa si mutò in tragedia, le masse festanti in disperati suicidi. Questo, almeno, quello che racconta la leggenda.

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Viva La Paz!

Su quella palla tutto sommato facile, Angelo Franzosi combinò uno di quei pasticci da infarto sugli spalti, inciampando poi addosso all’avversario Dante Di Benedetti. Il pallone rimbalzò via dalla presa del portiere dell’Inter, dritto tra i piedi di Roberto Luis La Paz, che con un pronto riflesso infilò la sfera nella rete. Poteva essere il gol più importante della sua non certo prolifica stagione: il Napoli saliva a 31 punti a due giornate dalla fine, avvicinandosi alla salvezza e inguaiando i nerazzurri. Ma l’arbitro fischiò: fallo di Di Benedetti su Franzosi, rete annullata. Nel secondo tempo, Lorenzi portava in vantaggio l’Inter e sanciva il dramma partenopeo. A fine stagione, il gol dell’istrionico La Paz sarebbe stato innalzato a casus belli: una rete regolare, che se fosse stata assegnata avrebbe garantito ai campani la permanenza in Serie A. In realtà, sarebbero intervenute altre vicende extra-sportive a segnare il destino del Napoli e, come conseguenza, di quel La Paz che stava concludendo la sua fugace esperienza nel grande calcio.

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Il comandante Ramiro, il calciatore che divenne guerrigliero

Il professor Jaime Jorge Guzmán uscì dall’Universidad Católica di Santiago e incontrò la propria morte, sotto i proiettili di due giovani sbucati all’improvviso. Il suo nome era da tempo sulla lista del Frente Patriótico Manuel Rodríguez, un’organizzazione di guerriglia marxista-leninista che era stata tra le protagoniste dell’opposizione al regime di Augusto Pinochet, che aveva già provato ad assassinare nel 1986. Nonostante ora, cinque anni dopo, il Cile stava vivendo la transizione alla democrazia, Guzmán era ancora considerato un bersaglio, per il prezioso supporto che aveva dato alla dittatura a livello politico e giuridico. L’uomo che aveva pianificato l’attentato era noto come comandante Ramiro, aveva 33 anni, e in gioventù era stato un promettente calciatore, prima di imbracciare il fucile.

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Se fosse così facile fermare una guerra

Correva l’anno 1969, e il Santos era stato invitato a giocare un’amichevole a Benin City – che, a dispetto del nome, non si trova in Benin ma bensì in Nigeria – nonostante nel paese fosse in corso una guerra civile. Ma la magia del calcio, e la fama di Pelé, fecero sì che il governo e i ribelli decidessero di accordarsi per una tregua, permettendo alla gente di recarsi allo stadio a vedere la partita della squadra brasiliana. È una delle storie preferite di Pelé, che l’ha riportata su Twitter anche nell’ottobre 2020, e ovviamente dei suoi innumerevoli tifosi: la volta in cui O Rei fermò una guerra. Inutile dire che le cose andarono un po’ diversamente.

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Tabárez, un simbolo sociale in Uruguay

“Il calcio è di destra, noi allenatori di sinistra siamo vittime della legge del risultato, che fa sì che il calcio sia conservatore. Essere progressisti significa superare la gabbia del risultato. A sinistra c’è l’Utopia: lavorare a un progetto e cercare di realizzarlo andando oltre le sconfitte.”

Óscar Washington Tabárez
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Pablo Escobar Football Club

Per arrivare al campo da gioco, bisognava farsi trovare a Medellín. Lì arrivava un’auto blindata a recuperarti, di quelle coi finestrini scuri e robusti figuri armati alla guida. L’automobile attraversava la città diretta a sud, tagliando a metà il barrio di Envigado e iniziando a salire su per sentieri di montagna, fino a raggiungere una cima sovrastata da una villa bassa, affiancata da un campo da calcio recintato. Tutta la struttura era stracolma di guardie: arrivando lì, Diego Armando Maradona si domandò se non fosse stato arrestato da qualche corpo di polizia segreta colombiano. Gli spiegarono che il posto era davvero una prigione, costruita per una persona sola, la stessa che lo pagava per venire lì a giocare. Tutti chiamavano quell’eremo La Catedral.

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