Domande scottanti e risposte veloci su Qatar 2022

I Mondiali in Qatar sono iniziati da una settimana, e si è già fatto il pieno di polemiche (fortunatamente). Tuttavia dai confronti sui social sono emersi alcuni temi e domande che forse meritano una risposta, che ovviamente non è LA RISPOSTA – nel suo senso assoluto e definitivo – ma solo un’opinione del sottoscritto su quanto sta avvenendo e su legittimi dubbi o questioni attorno a Qatar 2022. Un tentativo di fare un ragionamento coerente in merito ad alcune critiche rivolte a chi – calciatori in primis, ma non solo – ha denunciato i problemi sociali del Qatar e del torneo.

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La Coppa del Morto: la timeline dei Mondiali della Vergogna di Qatar 2022

Iniziano oggi, i Mondiali della Vergogna della mia generazione. Corruzione, sfruttamento, morti, violazioni dei diritti umani, sportwashing e, infine, le partite, come la miglior tradizione vuole. Negli ultimi anni, buona parte dell’attività di ricerca e divulgazione del sottoscritto è stata orientata ad approfondire quanto stava accadendo in Qatar, e molto di quel lavoro è poi confluito in un libro, La Coppa del Morto. Storia di un Mondiale che non dovrebbe esistere, pubblicato da Ultra Sport a fine settembre. Molto ma non tutto, perché ho consegnato il manoscritto all’editore che era maggio, e nei sei mesi successivi altre cose sono successe attorno al Mondiale, che ovviamente nel libro non ci sono. Prendete quello che segue come un compendio, se volete, o un riassunto di tutto quanto è successo dietro al torneo, in una serie di appunti che attraversano oltre dieci anni di storia del calcio e, parallelamente, anche della società in cui viviamo. Buona Coppa del Mondo.

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Belounis, una storia di calcio e kafala in Qatar

L’Île-de-France è un nazione nella nazione, quell’area geopolitica che abbraccia Parigi e che da sola produce probabilmente più calciatori di talento di qualunque altra zona della Francia e alla pari di tanti veri e propri stati europei. Talmente tanti calciatori che non tutti riescono a sfondare in patria, e devono cercare fortuna all’estero, a volte anche in campionati di secondo piano. Inizia così il girovagare di Zahir Belounis, attaccante di origine algerina nato e cresciuto a Saint-Maur-des-Fossés – in una cittadina in cui circa il 15% della popolazione, quando lui era ragazzo, era composto da immigrati – che all’inizio degli anni Duemila ha iniziato a viaggiare tra le serie minori transalpine, poi in Malesia, Svizzera e infine Qatar. Si dice talvolta che il sogno di ogni nomade moderno sia la vita tranquilla dello stanziale: Belounis, in Qatar, finì per trovarsi costretto a rimanere.

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1942: Il Mondiale che non ci fu

Il 23° congresso della FIFA, tenutosi nell’agosto 1936 a margine delle Olimpiadi di Berlino, aveva il compito di stabilire chi avrebbe organizzato il Mondiale di due anni dopo e fissare ufficialmente la data del torneo successivo, il cui paese ospitante sarebbe invece stato deciso più avanti. Il primo punto si risolse con l’assegnazione alla Francia, mentre il secondo vide prevedibilmente la scelta del 1942 come anno prestabilito. Nel tentativo di emulare anche nel calcio l’Italia di Mussolini, la Germania nazista avanzò per prima la sua candidatura a ospitare il torneo, forte del grande successo delle Olimpiadi che stavano per concludersi. Ironicamente, sarebbe stato proprio il governo tedesco, circa tre anni più tardi, a rendere impossibile organizzare i Mondiali in qualsiasi parte del globo.

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Rivaldo sulle orme di Tamerlano

A metà luglio del 2008, una strana missiva arrivava dalle lontane terre dei khan: Samuel Eto’o aveva firmato con il Kuruvchi di Tashkent, in Uzbekistan. La notizia aveva del clamoroso, dato che Eto’o aveva appena 27 anni ed era una delle stelle del Barcellona. Era vero che il club blaugrana stava attraversando una fase di ricostruzione, con un nuovo allenatore e diversi giocatori importanti ceduti (Ronaldinho, Deco, Zambrotta), ma immaginare che anche il camerunense potesse andarsene era difficile. Specialmente perché l’Uzbekistan era un non-mondo fuori dall’universo del calcio, e quella squadra che rivendicava un contratto semestrale già firmato non l’aveva mai sentita nominare nessuno. I dirigenti del Barça risposero che non ne sapevano niente, ma anche se non potevano confessarlo quegli abitanti delle steppe avevano attirato la loro attenzione.

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La protesta femminista alla Coppa di Francia del 1936

Era un momento solenne per il calcio francese, forse il più solenne dell’anno: era la finale della Coppa di Francia, che si disputava di fronte addirittura agli occhi del Presidente della Repubblica Albert Lebrun e che celebrava simbolicamente i successi raggiunti in quei primi quattro anni di professionismo del calcio transalpino: tre mesi dopo, al termine delle Olimpiadi di Berlino, la Federcalcio puntava a ottenere l’assegnazione dei Mondiali previsti per il 1938. Ma a un certo punto, mentre le due squadre erano ancora sullo 0-0, da un settore dello Stade de Colombes si levarono improvvisamente al cielo un nugolo di palloncini rossi, che attirarono l’attenzione di tutti gli oltre 39.000 spettatori. Non era una coreografia, ma una protesta, e proveniva da una gradinata occupata da un gruppo di donne.

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Fratello, dove sei?

Mancavano meno di venti minuti: Ardiles gli diede la palla e si buttò in area, pronto a chiudere l’uno-due. Invece Leopoldo Luque stoppò secco di destro, e la palla fece un saltello; quando alzò la testa, i difensori erano ancora troppo lontani: peggio per loro. Un rimbalzo, e poi premette il grilletto del suo piede. Baratelli volò come se l’avessero sparato da un cannone, e toccò terra stordito dal boato del Monumental: Argentina 2 – Francia 1. Con quella vittoria, l’Albiceleste era certa del passaggio del turno, anche se restava da decidere se sarebbe stata prima o seconda nel girone, nella terza sfida con l’Italia. Festeggiarono, e la mattina dopo Luque ricevette la visita dei famigliari – per sapere se si era fatto male seriamente al braccio durante la partita, pensò. Il padre e lo zio si avvicinarono scuri in volto. “Leo, il Chaco ha avuto un incidente e s’è ammazzato”.

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Raoul Diagne, il primo campione afro-europeo

Il dibattito in Francia era particolarmente acceso: da un lato, c’era chi riteneva il passaggio al professionismo economicamente insostenibile per i club, col rischio che avrebbe potuto essere non il rilancio, ma addirittura il capolinea del calcio nazionale. Dall’altro, il fronte favorevole rivendicava la necessità di riconoscere contratti e stipendi regolari ai giocatori, mettendo la Francia in linea con la modernità, con un provvedimento che era già stato preso non solo nel Regno Unito o in Nord America, ma addirittura in Austria, in Ungheria, in Italia, in Spagna e in vari Paesi del Sudamerica. Di questa fazione, tra tanti stimati calciatori bianchi, c’era anche un nero, Raoul Diagne, e – incredibile ma vero – era forse il più influente di tutto il gruppo. Fu in buona parte merito suo, se nel 1932 la Francia accettò il professionismo dei calciatori.

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Com’è morto il calcio: riflessioni su “Fuori Gioco” di Bilal e Cauvin

Quando ti capita sotto gli occhi, il disegno di Enki Bilal ti evoca immancabilmente nella testa l’eco della pseudo-storia, di mondi alternativi, di favole malinconiche ricche di suggestioni esotiche. Che abbia realizzato un’opera sul calcio, è un regalo inaspettato e impensabile, e in effetti Fuori Gioco è un oggetto culturale ambiguo, poco noto eppure perversamente affascinante, come un Necronomicon del pallone. Perché poi è proprio di questo – di morte – che parla, ma adesso ci arriviamo. Scrivo “opera”, perché decisamente non è un fumetto; forse è un romanzo illustrato, ma di certo non è un graphic novel. È una contaminazione tra scritto e disegno, un prodotto pervasivo e occulto, un racconto di fantascienza socio-sportiva e un’ucronia psicotica e pessimistica da fine Millennio (è stato pubblicato nel 2000, non a caso). Una storia sul tramonto del calcio che parla del domani, ma come tutta la migliore fantascienza racconta dell’oggi o, quando proprio ci va male, dello ieri.

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Il Monza è l’arma elettorale di Berlusconi

Ad agosto, attraversare una stazione ferroviaria significava immancabilmente imbattersi in video dal retrogusto 1994, in cui sventolava il tricolore di Forza Italia e un quasi giovane Silvio Berlusconi ci sorrideva, incantato dalle note dell’inno del suo partito. Un salto indietro nel tempo, che accompagnava quello che è di fatto il grande ritorno alla politica del Cavaliere; non che l’abbia mai abbandonata, ma a causa della legge Severino non gli era stato possibile candidarsi nel 2018, interrompendo così circa vent’anni di presenza ininterrotta in parlamento.

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