CE Júpiter, la squadra degli anarchici che sfidò i fascisti

“Possa Dio punire l’Inghilterra! Non per ragioni nazionalistiche, ma perché gli inglesi hanno inventato il calcio!”

Freie Arbeiter Union Deutschlands, 1921
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Aveva ragione Paul Ince

Lui gioca a calcio, e sa da anni che nel suo mestiere bisogna prendersi gli applausi come i fischi. Ma c’è un limite che non può essere superato, che è quello della schifosa parola con la ‘n’ che centinaia di tifosi avversari gli riversano addosso. Così, Paul Ince si ferma e risponde con un applauso sarcastico ai sostenitori della Cremonese. L’arbitro, Graziano Cesari, gli va incontro e lo ammonisce: non si provocano i tifosi, dice il regolamento. “Penso che in Italia la Federazione dovrebbe prendere delle decisioni forti. – spiega Ince, intervistato dopo il match – Il rischio è che i giocatori di colore, e nel mondo ce ne sono tanti di bravi, abbiano dei dubbi a venire in Italia. Non sarebbe un bene per questo calcio”. È il 6 aprile 1996, e questo ragazzo inglese di 28 anni ha dato un allarme. Nessuno lo ascolterà.

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Oltre le plusvalenze

La sentenza di venerdì sera sulla Juventus, penalizzata di 15 punti in classifica per il caso plusvalenze, può diventare uno spartiacque per il calcio italiano, costringendolo a venire a patti (finalmente) con le sue problematiche, o almeno con parte di esse. E invece, almeno a poche ore dalla notizia, il dibattito pubblico sembra orientato – come troppo di frequente accade – verso un’altra direzione, degradante per tutte le parti in causa, dai club ai tifosi. Ecco allora che questa vicenda assume i contorni dell’esempio ideale di un modo di dibattere e di pensare che, nel calcio ma non solo, sta avendo risultati culturali nefasti.

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Il nazista del St. Pauli

Il momento non è che sia proprio uno dei migliori, con la squadra che è retrocessa pochi mesi prima in seconda divisione, però il pubblico non manca mai al Wilhelm-Koch-Stadion. La speranza è di poter riconquistare subito un posto in Bundesliga, ma in realtà i risultati sportivi in questa zona un tempo malfamata di Amburgo sono solo un corredo a tutto il resto. Nel decennio precedente, sugli spalti di questo stadio si è andato formando un agguerrito gruppo di tifosi che oscillava dalle formazioni politiche dell’estrema sinistra al movimento punk. Sono stati i primi in Germania a cacciare i tifosi di destra dagli spalti; in pochi anni si è passati da poco più di un migliaio di persone presenti fino ad avere regolarmente quasi il tutto esaurito. Ecco perché la notizia sconquassa l’ambiente come un terremoto: lo stadio del St. Pauli è dedicato a un nazista.

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La vera storia di Cristiano Ronaldo e della Palestina

“Un veto politico”. Così lo ha definito uno che di interferenze tra calcio e politica se ne intende parecchio, Recep Erdoğan. Parlando all’Università Atatürk di Erzurum a fine dicembre, il Presidente turco ha sostenuto che il Portogallo avrebbe tenuto in panchina Cristiano Ronaldo ai Mondiali in Qatar per la sua vicinanza alla causa palestinese. Non ha aggiunto altro, per cui non sappiamo da chi sarebbe venuto questo veto e perché avrebbe colpito il solo Ronaldo, mentre i giocatori marocchini hanno potuto mostrare la bandiera palestinese innumerevoli volte senza la minima ripercussione. E così questa sembra la solita sparata di un politico autoritario ma visceralmente appassionato di calcio, un mondo che però lo ha spesso respinto. Eppure a molti è suonato più di un campanello: Ronaldo, in effetti, sta notoriamente dalla parte dei palestinesi. Vero?

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Iniziò tutto con lui

Una delle domande che in questi anni mi sono state poste più spesso è perché ho iniziato a scrivere di calcio e politica. E ogni volta cerco di dare una spiegazione colta, un po’ intellettuale, parlando di storia o di attualità, citando episodi più o meno noti. Quando in realtà la vera risposta è più semplice, più emozionale e personale: ho iniziato a scrivere di calcio e politica grazie a Pelé. Certo, non c’è bisogno di ricordare come in realtà, politicamente, Pelé fosse molto ambiguo. Ma a volte la realtà non è tutto ciò che conta, specialmente quando sei un ragazzino e ti trovi davanti al televisore, e in tv danno Fuga per la vittoria.

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Il pallone nelle mani di Macron

“È una pessima idea politicizzare lo sport”. È iniziato così, con queste parole, il Mondiale di Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica francese, parlando a margine di un incontro avvenuto a Bangkok il 17 novembre, tre giorni prima del calcio d’inizio del torneo. Ed è finito con lui in campo, un mese e un giorno dopo, a consolare Kylian Mbappé dopo la finale persa, e subito dopo negli spogliatoi a dire ai giocatori della Francia di essere orgogliosi per aver fatto sognare milioni di loro connazionali. Un video, per intenderci, che è stato reso pubblico dallo stesso Macron sui propri canali social ufficiali. Oggi, il Presidente francese rappresenta meglio di tutti l’ipocrisia dei politici che parlano di sport.

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Quel che resta di Qatar 2022

Siamo arrivati alla fine, forse in maniera meno tranquilla di quanto tutti – Qatar e FIFA in primis – avrebbero creduto. I Mondiali più discussi di sempre sono scivolati via non senza polemiche, specialmente nei primi giorni. E qualcuno potrebbe storcere il naso e dire, una volta di più, che non è stato abbastanza, ma guardiamo in faccia la realtà: il poco che è successo è comunque più di quanto si sia mai visto in precedenza. Qatar 2022 è stato forse il Mondiale più politico di sempre.

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2003, la scoperta del calcio in Qatar

Quando atterrò all’Aeroporto Internazionale di Doha, Gabriel Omar Batistuta probabilmente non ci pensava nemmeno al fatto di essere un pioniere, di stare scrivendo la Storia. Pensava piuttosto al contratto su cui aveva apposto la propria firma: 8 milioni di dollari in due anni dall’Al-Arabi, poco meno di quanto l’Arsenal offriva a Patrick Vieira, uno dei più forti centrocampisti al mondo. Batistuta grande lo era stato, ma la sua ultima stagione, tra Roma e Inter, aveva messo in luce come a 34 anni non fosse più un giocatore al livello della Serie A. Sarebbe potuto tornare romanticamente in Argentina, o avrebbe potuto cercare un buon contratto in Giappone o negli Stati Uniti, e invece aveva scelto il Qatar.

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Il caso Portanova

Da qualche mese, uno dei temi che maggiormente ha fatto discutere sul profilo Twitter di Pallonate in Faccia è l’accusa di stupro ai danni di Manolo Portanova, 22enne centrocampista del Genoa. Il processo è ancora in atto, e la sentenza di primo grado dovrebbe arrivare il 6 dicembre (dopodiché probabilmente una delle parti ricorrerà in appello), ma il caso sta creando polemica anche per la decisione del Genoa di continuare a schierare il giocatore in campo, a differenza di quanto avvenuto in Inghilterra con i casi di Benjamin Mendy e Mason Greenwood. Molti dei discorsi fatti in merito a questo caso risentono innanzitutto di una mancanza di informazione su ciò che è successo. Per cui, proviamo a capire di cosa stiamo parlando e quali sono i fatti.

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