E se la NATO dominasse il calcio?

Per chiunque si interessi di storia arriva, prima o poi, quel momento in cui ci si vuole confrontare con la sensuale perversione dell’ucronia. Ecco, quella che state per leggere è una provocazione ucronica tra calcio e politica. Spesso si leggono articoli che fantasticano su “come sarebbe la Nazionale dell’URSS oggi”, o quella della Jugoslavia, o della Cecoslovacchia, o della Germania Est; ma perché non pensare invece a una Nazionale della NATO (organizzazione peraltro tornata di moda nell’ultimo periodo, dopo aver rischiato di finire quasi dimenticata)?

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Viva La Paz!

Su quella palla tutto sommato facile, Angelo Franzosi combinò uno di quei pasticci da infarto sugli spalti, inciampando poi addosso all’avversario Dante Di Benedetti. Il pallone rimbalzò via dalla presa del portiere dell’Inter, dritto tra i piedi di Roberto Luis La Paz, che con un pronto riflesso infilò la sfera nella rete. Poteva essere il gol più importante della sua non certo prolifica stagione: il Napoli saliva a 31 punti a due giornate dalla fine, avvicinandosi alla salvezza e inguaiando i nerazzurri. Ma l’arbitro fischiò: fallo di Di Benedetti su Franzosi, rete annullata. Nel secondo tempo, Lorenzi portava in vantaggio l’Inter e sanciva il dramma partenopeo. A fine stagione, il gol dell’istrionico La Paz sarebbe stato innalzato a casus belli: una rete regolare, che se fosse stata assegnata avrebbe garantito ai campani la permanenza in Serie A. In realtà, sarebbero intervenute altre vicende extra-sportive a segnare il destino del Napoli e, come conseguenza, di quel La Paz che stava concludendo la sua fugace esperienza nel grande calcio.

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L’indiano

L’indiano era sulla strada di casa. L’inverno del 1912 era particolarmente freddo, in quell’angolo estremo del Canada sud-occidentale, ma lui ormai ci era abituato. Era abituato anche alla lunga strada da fare per raggiungere la città dei bianchi fin dalla riserva posta a lato del fiume, nella poca terra che era stata lasciata loro. L’indipendenza assomigliava tanto alla ghettizzazione, pensava: nella riserva si potevano governare da soli, ma non avevano niente. Non avevano nemmeno le medicine che servivano a suo figlio malato, e così l’indiano si era dovuto mettere in cammino verso Nord, fino a a Nanaimo – un nome e una terra da tempo usurpati alla sua gente. Al ritorno, aveva incrociato un treno che portava carbone verso Sud, e aveva deciso di balzarci sopra, perché quello era l’unico mezzo di trasporto che uno come lui potesse permettersi. Era freddo, l’inverno del 1912, umido di pioggia e nevischio. L’indiano corse, saltò, scivolò, cadde, e venne travolto e maciullato dal treno, che filò via, indifferente. Il giorno dopo, straordinariamente la sua morte era sulla stampa locale, fatto più unico che raro per un indiano: moriva così Xulsimalt, che i bianchi chiamavano Harry Manson, il calciatore più forte della Columbia Britannica.

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Lo chiamavano Mágico

Jorge Alberto González è un’infilata di nomi standard spagnoli tra le più classiche e ricorrenti possibile, che uno che si ritrova maledetto da questo nome non ha che da compiere imprese straordinarie per sfuggire alla condanna all’anonimato. Quel tipo di imprese che ti valgono un nome di battaglia destinato a diventare iconico: Mágico. E d’altronde la vita sportiva di Mágico González, sebbene si sia svolta in un’epoca a noi molto recente, si è presto ammantata dei contorni della leggenda, rimbalzando di blog in blog, immersa nel romanticismo sempre più radicale dello stoytelling calcistico dell’epoca di internet. L’attaccante geniale, sbucato dal nulla e fondamentalmente mai del tutto uscitoci – l’apice della sua carriera sono gli anni trascorso al Cádiz, a lottare nei bassifondi della prima divisione spagnola – che lo stesso Maradona riteneva migliore di sé. Idolo perfetto, non c’è che dire.

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Come l’Atlético Madrid è diventato la squadra dei franchisti

Le ore prima di una partita sono sempre febbrili. Febbrili, cioè calde e tremanti, irrequiete. Specialmente se la partita in questione è un derby, come quello tutto spagnolo che quella sera di dicembre metteva a confronto l’Atlético Madrid e la Real Sociedad in Coppa UEFA. Da San Sebastián erano scesi in tanti, per quel match: la capitale era stata invasa dalla gente del Nord, quei baschi in qualche modo imparentati con i terroristi dell’ETA che proprio in quei giorni trattavano con il governo Aznar per porre fine alla lotta armata. E il Vicente Calderón rappresentava il rovescio della medaglia, una roccaforte unionista e conservatrice. Così che era molto incauto entrare in un bar dei dintorni dello stadio con indosso una sciarpa della Real Sociedad, in una sera del genere, come aveva fatto Veronica, la ragazza di Aitor, due dei tifosi scesi per l’occasione da San Sebastián. Erano volati insulti pesanti, spintoni, e i due ragazzi aveva deciso di andarsene, ma sulla porta uno aveva piantato un coltello nel cuore di lui. Aitor Zabaleta, 28 anni, si era trascinato fino alle porte dello stadio, dov’era crollato a terra, prima di morire in ospedale. L’uomo che l’aveva ucciso si chiamava Ricardo Guerra Cuadrado, ed era membro di un’organizzazione chiamata Frente Atlético.

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Il ritorno di Benzema

Alla fine, c’era anche il suo nome. Dopo sei lunghissimi anni, che peraltro erano stati tra i migliori della sua carriera, soprattutto dopo che Ronaldo aveva lasciato le sorti dell’attacco del Real Madrid nei suoi piedi. Karim Benzema tornava a vestire la maglia della Nazionale, in tempo per arrivare pronto agli Europei che la Francia affrontava da detentrice del titolo mondiale, vinto senza di lui e con il molto meno clamoroso Olivier Giroud in avanti. Tripudio? Sì, ma non per tutti. Perché in quei sei anni Benzema era diventato, forse pure senza volerlo e senza accorgersene, un argomento politico. “Benzema rappresenta un’immagine nefasta per la maglia bleu“: non lo diceva uno qualsiasi, ma Robert Ménard, uno che nel 1985 è stato co-fondatore di Reporters Sans Frontières e poi, nel 2014, era stato eletto sindaco di Béziers, in Occitania, con l’estrema destra.

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Czeizler e il calcio totale alla svedese

L’arrivo di quel signore ungherese a Norrköping doveva essere percepito come uno strano evento: quella era una cittadina industriale dell’entroterra svedese, lungo la strada che collega Malmö a Stoccolma, luogo di gente che lavorava sodo in cui calcio non aveva mai raccolto grandi fortune. Non erano state infatti le circostanze sportive a condurre fin lassù Lajos Czeizler, ma quelle politiche: i venti di guerra e della discriminazione razziale lo avevano costretto a lasciare l’Italia già nel 1935, e poco dopo era sbarcato in Svezia. Il paese scandinavo era diventato, nei primi anni di conflitto, terra di rifugio di tanti esuli in fuga dall’avanzata nazista e dalle persecuzioni antisemite, grazie all’equilibrismo del governo di Per Albin Hansson, che aveva consentito di mantenere neutrale il paese.

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Belfast 1958: Come si viene eliminati da un Mondiale

C’era un clima più teso del previsto, attorno alla partita. Non solo perché ci si giocava l’accesso al Mondiale – che, tutto sommato, era abbastanza alla portata degli Azzurri, primi nel girone – ma per come si era arrivati a quella partita. Si doveva giocare a inizio dicembre, ma la nebbia dell’inverno britannico aveva bloccato a Londra l’arbitro Zsolt: l’Italia si era opposta alla decisione di ricorrere a un direttore di gara nordirlandese, e l’ipotesi di rinvio di 24 ore era impossibile a causa dell’imminente giornata di First Division inglese, da disputarsi tre giorni dopo. Così, Irlanda del Nord – Italia era stata ricalendarizzata per il 15 gennaio 1958; particolare che aveva permesso agli ospiti di arrivare al match nelle migliori condizioni possibili, avendo già giocato in casa col Portogallo, vincendo e conquistando la testa del gruppo 8. Stava per iniziare così il disastro di Belfast.

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La FIFA contro l’apartheid: l’espulsione del Sudafrica dal calcio mondiale

Il 1957 sembrava destinato a essere il grande anno dell’Africa: dall’inizio del decennio, alcune nazioni del Nord avevano dato il via al processo di decolonizzazione che si stava espandendo all’intero continente, in cui andava prendendo sempre più piede l’ideale del panafricanismo sbandierato da Kwame Nkrumah (che proprio l’anno seguente avrebbe promosso la prima Conferenza degli Stati Africani Indipendenti). Sulla spinta di questo vento, Egitto, Sudan, Etiopia e Sudafrica avevano preso parte per la prima volta al Congresso della FIFA nel 1953, e tre anni dopo avevano dato vita alla Confederation of African Football (CAF), che aveva fissato per il febbraio del ’57 la prima edizione del torneo contintentale. La Coppa d’Africa sarebbe stata la terza competizione di questo tipo, dopo lo storico Campeonato Sudamericano e la neonata Coppa d’Asia, mentre in Europa nulla del genere era ancora stato creato. Ma c’era un problema che stava già spaccando le quattro fondatrici: non era possibile accettare il Sudafrica.

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