Kosovo: giochiamo, quindi siamo

La sera del 22 giugno 2018, a Kalinigrad si sfiora una crisi diplomatica: la Serbia va in vantaggio, ma poi viene rimontata e sconfitta dalla Svizzera, con gol di Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri. Festeggiando i loro gol, i due svizzeri fanno un gesto unendo le mani a imitare la forma di un’aquila, e i serbi capiscono subito che si tratta di una provocazione contro di loro, contro tutto il loro paese. Xhaka e Shaqiri sono svizzeri, ma origine kosovara, la terra contesa tra albanesi e serbi e che a fine anni Novanta fu teatro di una guerra sanguinosa.

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Il cameriere e lo Slavia

Jindřich Trpišovsky è uno degli allenatori di culto di questi anni, grazie ai risultati del suo Slavia Praga. Calcio proletario e di periferia, all’inseguimento del centro.

La vita di Jindřich Trpišovský segue uno schema ben preciso: sveglia alle 7, per le 8 è davanti al pub, apre le porte e inizia a servire i clienti del mattino, che siccome siamo in un quartiere molto lontano dalla Praga che tutti conoscono sono sempre gli stessi; alle dieci arriva la collega a dargli il cambio e lui corre al campo sportivo per dirigere l’allenamento; poi c’è la pausa pranzo, che significa che deve tornare al locale a guadagnarsi la giornata; alle cinque di nuovo al campo, per l’allenamento del pomeriggio, quindi terza puntata al pub per il turno della sera. A casa stravolto, a letto, e la mattina si ricomincia.

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La Corea del Sud, tra la guerra e il Mondiale

Sono circa le sei e un quarto di sera, quando si chiude questa storia. Un attaccante piccolo e tarchiato di nome Erol Keskin spedisce in rete l’ultimo pallone della partita e del poco felice Mondiale della Corea del Sud: in quest’ultima partita, ne hanno prese sette dalla Turchia; poco meglio delle nove rimediate tre giorni prima dalla fortissima Ungheria. Nessun gol segnato, nessun punto conquistato, la Corea del Sud torna a casa sconfitta ma con uno strano senso di soddisfazione: meno di un anno prima il loro paese era in guerra, mentre adesso è una delle terre del calcio, e la seconda squadra asiatica ad aver disputato un Mondiale.

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Squadre di regime: Astana FK

Storia di una squadra nata dal nulla in una città nata dal nulla, in mezzo alla steppa eurasiatica.

Astana, in kazako, significa banalmente “Capitale”. Ma è una di quelle parole che hanno un doppio senso involontario: oltre al significato letterale, ce n’è un altro che potremmo definire emotivo, per cui Astana significa “qualcosa che non c’è”. Ad esempio, una città che non c’è, perché qua fino al 1824 non ci avreste trovato nulla, poi è stata fondata una fortezza, che è diventata uno snodo ferroviario circondato da gulag, e solo dal 1961 è iniziata a diventare veramente una città (che comunque ha cambiato nome quattro volte nella sua breve storia). Oppure, una squadra di calcio che non c’è; o per lo meno non c’è stata fino al 2009.

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Vicenza, AEK, Slavia: gli alfieri della ENIC nella Coppa delle Coppe 1997-98

3-1 era una vittoria che pochi si aspettavano, specialmente perché ottenuta in trasferta in Ucraina, e che apriva le porte al Vicenza dei quarti di finale della Coppa delle Coppe. Ma questa non è la storia di una favola italiana che sbarca in Europa, bensì di ciò che le stava dietro; perché, in quell’ottobre del 1997, alla UEFA correva un brivido imbarazzato lungo la schiena: nel successivo turno della torneo, ci sarebbero state tre squadre legate alla stessa proprietà. Inaspettatamente, iniziava così la storia delle multiproprietà del calcio.

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Il momento in cui ruggì il Senegal

Quando la palla si insaccò – con un’azione che arrivava quasi all’improvviso: pallone teso in area dalla destra, girata e rete che tremò, impazzita – El-Hadji Diouf prese la Storia e la portò a festeggiare con sé sotto la curva dello stadio Léopold Sédar Senghor di Dakar, gonfio di 60mila persone. Senegal 1 Marocco 0: c’erano ancora oltre 70 minuti da giocare, ma les Lions de la Teranga stavano già per viaggiare al loro primo Mondiale della storia.

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Un torneo di calcio in piena guerra del Vietnam

“È una situazione totalmente sicura, non c’è nulla da temere. Inoltre, è una grande opportunità per tutti noi.” Probabilmente la scusa fu questa, detta in poche parole. Non è la prima volta che i calciatori australiani – non certo i più famosi al mondo – partivano per una tournée all’estero, ma sicuramente questa era la più assurda che la Federazione avesse organizzato. Il Friendly Nations Tournament sarebbe durato dal 4 al 14 novembre 1967, mettendo a confronto i Socceroos con altre sette selezioni, nella “splendida” location di Saigon. Sì, proprio Saigon.

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Pancho Villa, Zapata e il calcio nel Messico rivoluzionario

Non c’era molta gente a festeggiare la rete di Claude Butlin, che consentiva al Reforma Athletic Club di consacrarsi per la quinta volta campione nazionale. In Messico, il calcio non sembrava aver attecchito come in altri paesi americani: quando era stata fondata la Liga Amateur de Football Association, nel 1902, i club partecipanti erano quattro, poi erano saliti fino a cinque ma, otto anni dopo, ci si ritrovava con appena tre squadre. Ci voleva una rivoluzione, per cambiare le cose. E una rivoluzione arrivò.

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La contromaledizione di Béla Guttmann

Questa storia la conosciamo tutti: è forse la più famosa leggenda del calcio, che perseguita il Benfica da quasi sessant’anni. Nel 1962, subito dopo aver portato il club di Lisbona ad alzare la sua seconda Coppa dei Campioni, l’allenatore ungherese Béla Guttmann s’incontrò con i dirigenti e chiese un aumento di salario, che gli venne negato. I rapporti tra le parti si ruppero inaspettatamente, e Guttmann decise di licenziarsi, aggiungendo le nefaste parole: “Il Benfica non riuscirà a diventare campione d’Europa per almeno un secolo!” E così fu.

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Tramonto danubiano

Si dice che il sogno dell’Ungheria si sia infranto prima sulle mani di Toni Turek, nell’estate del 1954, e poi contro l’acciaio dei carrarmati sovietici, nell’autunno del 1956. L’Aranycsapat, la “Squadra d’Oro” allenata da Gusztáv Sebes che aveva conquistato l’oro olimpico di Helsinki e che pareva destinata a vincere in scioltezza i Mondiali del 1954, si sfaldò in seguito alle defezioni eccellenti di Puskas, Kocsis e Czibor, e sparì dai radar del grande calcio internazionale. Poi vai a vedere bene, e le cose sono sempre un po’ più sfumate: ci fu un’altra Ungheria, meno da prime pagine ma a suo modo vincente, che riempì come poté quegli anni crepuscolari.

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