CE Júpiter, la squadra degli anarchici che sfidò i fascisti

“Possa Dio punire l’Inghilterra! Non per ragioni nazionalistiche, ma perché gli inglesi hanno inventato il calcio!”

Freie Arbeiter Union Deutschlands, 1921
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Il nazista del St. Pauli

Il momento non è che sia proprio uno dei migliori, con la squadra che è retrocessa pochi mesi prima in seconda divisione, però il pubblico non manca mai al Wilhelm-Koch-Stadion. La speranza è di poter riconquistare subito un posto in Bundesliga, ma in realtà i risultati sportivi in questa zona un tempo malfamata di Amburgo sono solo un corredo a tutto il resto. Nel decennio precedente, sugli spalti di questo stadio si è andato formando un agguerrito gruppo di tifosi che oscillava dalle formazioni politiche dell’estrema sinistra al movimento punk. Sono stati i primi in Germania a cacciare i tifosi di destra dagli spalti; in pochi anni si è passati da poco più di un migliaio di persone presenti fino ad avere regolarmente quasi il tutto esaurito. Ecco perché la notizia sconquassa l’ambiente come un terremoto: lo stadio del St. Pauli è dedicato a un nazista.

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Rivaldo sulle orme di Tamerlano

A metà luglio del 2008, una strana missiva arrivava dalle lontane terre dei khan: Samuel Eto’o aveva firmato con il Kuruvchi di Tashkent, in Uzbekistan. La notizia aveva del clamoroso, dato che Eto’o aveva appena 27 anni ed era una delle stelle del Barcellona. Era vero che il club blaugrana stava attraversando una fase di ricostruzione, con un nuovo allenatore e diversi giocatori importanti ceduti (Ronaldinho, Deco, Zambrotta), ma immaginare che anche il camerunense potesse andarsene era difficile. Specialmente perché l’Uzbekistan era un non-mondo fuori dall’universo del calcio, e quella squadra che rivendicava un contratto semestrale già firmato non l’aveva mai sentita nominare nessuno. I dirigenti del Barça risposero che non ne sapevano niente, ma anche se non potevano confessarlo quegli abitanti delle steppe avevano attirato la loro attenzione.

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La protesta femminista alla Coppa di Francia del 1936

Era un momento solenne per il calcio francese, forse il più solenne dell’anno: era la finale della Coppa di Francia, che si disputava di fronte addirittura agli occhi del Presidente della Repubblica Albert Lebrun e che celebrava simbolicamente i successi raggiunti in quei primi quattro anni di professionismo del calcio transalpino: tre mesi dopo, al termine delle Olimpiadi di Berlino, la Federcalcio puntava a ottenere l’assegnazione dei Mondiali previsti per il 1938. Ma a un certo punto, mentre le due squadre erano ancora sullo 0-0, da un settore dello Stade de Colombes si levarono improvvisamente al cielo un nugolo di palloncini rossi, che attirarono l’attenzione di tutti gli oltre 39.000 spettatori. Non era una coreografia, ma una protesta, e proveniva da una gradinata occupata da un gruppo di donne.

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Quando i comunisti sfidarono il calcio negli USA

La storia del calcio negli Stati Uniti è uno degli argomenti meno trattati e conosciuti dell’intera storia del football, ed è opinione comune che negli USA il pallone all’inglese sia un fenomeno assolutamente recente, che ha visto la sua alba negli anni Settanta con l’arrivo di Pelé e di altre stelle nell’allora NASL. Chiaramente le cose non stanno così, e potete scoprirlo leggendo un vecchio articolo su Billy Gonsalves – il primo grande fuoriclasse del soccer – oppure ascoltando l’episodio del podcast dedicato alle origini del calcio negli Stati Uniti. Ma anche sollevando un po’ della polvere della Storia da quest’epoca pionieristica, una vicenda rischia di restare comunque ancora poco nota: quando i comunisti americani decisero di riappropriarsi del calcio, come strumento di lotta anticapitalista.

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Peter Lim presenta: il Gran Circo di Valencia

L’aneddoto che racconta meglio di tutti il Valencia attuale è quello che è avvenuto al Mestalla lo scorso 30 aprile, quando il pubblico di casa ha iniziato a rivolgere un inequivocabile coro contro il proprietario – “Vattene!” – per poi ricevere l’inaspettata risposta dei tifosi ospiti, sostenitori dei rivali cittadini del Levante: “No, resta!”. Il proprietario in questione è ovviamente Peter Lim, uno degli uomini più ricchi al mondo – e il 15° più ricco di Singapore – e senza ombra di dubbio il proprietario più odiato del calcio mondiale.

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Come l’Atlético Madrid è diventato la squadra dei franchisti

Le ore prima di una partita sono sempre febbrili. Febbrili, cioè calde e tremanti, irrequiete. Specialmente se la partita in questione è un derby, come quello tutto spagnolo che quella sera di dicembre metteva a confronto l’Atlético Madrid e la Real Sociedad in Coppa UEFA. Da San Sebastián erano scesi in tanti, per quel match: la capitale era stata invasa dalla gente del Nord, quei baschi in qualche modo imparentati con i terroristi dell’ETA che proprio in quei giorni trattavano con il governo Aznar per porre fine alla lotta armata. E il Vicente Calderón rappresentava il rovescio della medaglia, una roccaforte unionista e conservatrice. Così che era molto incauto entrare in un bar dei dintorni dello stadio con indosso una sciarpa della Real Sociedad, in una sera del genere, come aveva fatto Veronica, la ragazza di Aitor, due dei tifosi scesi per l’occasione da San Sebastián. Erano volati insulti pesanti, spintoni, e i due ragazzi aveva deciso di andarsene, ma sulla porta uno aveva piantato un coltello nel cuore di lui. Aitor Zabaleta, 28 anni, si era trascinato fino alle porte dello stadio, dov’era crollato a terra, prima di morire in ospedale. L’uomo che l’aveva ucciso si chiamava Ricardo Guerra Cuadrado, ed era membro di un’organizzazione chiamata Frente Atlético.

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La FIFA contro l’apartheid: l’espulsione del Sudafrica dal calcio mondiale

Il 1957 sembrava destinato a essere il grande anno dell’Africa: dall’inizio del decennio, alcune nazioni del Nord avevano dato il via al processo di decolonizzazione che si stava espandendo all’intero continente, in cui andava prendendo sempre più piede l’ideale del panafricanismo sbandierato da Kwame Nkrumah (che proprio l’anno seguente avrebbe promosso la prima Conferenza degli Stati Africani Indipendenti). Sulla spinta di questo vento, Egitto, Sudan, Etiopia e Sudafrica avevano preso parte per la prima volta al Congresso della FIFA nel 1953, e tre anni dopo avevano dato vita alla Confederation of African Football (CAF), che aveva fissato per il febbraio del ’57 la prima edizione del torneo contintentale. La Coppa d’Africa sarebbe stata la terza competizione di questo tipo, dopo lo storico Campeonato Sudamericano e la neonata Coppa d’Asia, mentre in Europa nulla del genere era ancora stato creato. Ma c’era un problema che stava già spaccando le quattro fondatrici: non era possibile accettare il Sudafrica.

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Come Gazprom si è preso lo Schalke 04

La notizia dell’accordo, resa pubblica nell’ottobre 2006, era destinata a far scalpore: nel giro di cinque anni e mezzo, lo Schalke 04 avrebbe ricevuto 125 milioni di euro di finanziamento. Una cifra spropositata, nel calcio dell’epoca, che poteva non solo consolidare lo status del club, ma addirittura portarlo a un salto di qualità che avrebbe potuto portarlo a intaccare finalmente lo strapotere del Bayern Monaco in Bundesliga. La più grande sponsorizzazione della storia del calcio tedesco – polverizzato il record di Deutsche Telekom con lo stesso Bayern, che si fermava a “soli” 20 milioni di euro – nascondeva però delle insidie: era davvero saggio mettersi in affari con Gazprom?

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L’assassinio del Rayo Vallecano

Sarà anche vero che, quando si dice di una squadra che è “più di un club” il pensiero corre immancabilmente allo slogan – ormai più di marketing che di contenuto – del Barcellona. Ma in Spagna, da ormai diversi decenni, se si cerca un club che sia qualcosa di più di una squadra di calcio, si va a Vallecas. Siamo a Madrid, all’ombra dei titani Real e Atlético, in un quartiere popolare dalla forte tradizione operaia: qui si è sviluppata un cultura antifascista e inclusiva tra le più solide d’Europa, che ha finito per inglobare la squadra locale, il Rayo Vallecano. Il mito vuole che il Rayo sia, oggi, la squadra del popolo, il club più di sinistra al mondo assieme al St. Pauli di Amburgo. Un’identità talmente forte e radicata che ha ispirato almeno due libri di ampia circolazione, uno di Quique Peinado e un altro di Robbie Dunne.

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