Il pallone del partigiano

“Comandante, comandante / quando il cielo cadrà sulla terra / questa guerra, comandante, vedrai finirà.”

Gang
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Belfast 1958: Come si viene eliminati da un Mondiale

C’era un clima più teso del previsto, attorno alla partita. Non solo perché ci si giocava l’accesso al Mondiale – che, tutto sommato, era abbastanza alla portata degli Azzurri, primi nel girone – ma per come si era arrivati a quella partita. Si doveva giocare a inizio dicembre, ma la nebbia dell’inverno britannico aveva bloccato a Londra l’arbitro Zsolt: l’Italia si era opposta alla decisione di ricorrere a un direttore di gara nordirlandese, e l’ipotesi di rinvio di 24 ore era impossibile a causa dell’imminente giornata di First Division inglese, da disputarsi tre giorni dopo. Così, Irlanda del Nord – Italia era stata ricalendarizzata per il 15 gennaio 1958; particolare che aveva permesso agli ospiti di arrivare al match nelle migliori condizioni possibili, avendo già giocato in casa col Portogallo, vincendo e conquistando la testa del gruppo 8. Stava per iniziare così il disastro di Belfast.

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Venezia – Palermo, sola andata

Era una mattina dell’estate del 2002: i primi Mondiali asiatici si erano appena conclusi, Ronaldo stava per lasciare l’Italia in direzione Madrid, e l’aria di Pergine Valsugana, a due passi da Trento, era un perfetto toccasana per chi era abituato all’afa della Laguna. Gianfranco Bellotto era appena stato chiamato sulla panchina del Venezia, club fresco di retrocessione dalla Serie A, e in cui il tecnico era già stato un paio di volte negli anni Novanta. La sua impressione, valutando la rosa a disposizione, era che con un po’ di lavoro si potesse lottare per la promozione. Lo pensò fino a che, quella mattina, non arrivò al ritiro un pullman, da cui scese un signore che iniziò a scandire una lista di nomi: Generoso Rossi, Fábio Bilica, Kewullay Conteh, Francesco Modesto, Valentino Lai, Stefano Morrone, Frank Ongfiang, Antonio Marasco, Mario Alberto Santana, Evans Soligo, Arturo Di Napoli, Filippo Maniero. Tutti sul pullman, destinazione Longarone, dove c’era il ritiro della loro nuova squadra, il Palermo.

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Non c’è mai stato nulla di divertente in Massimo Ferrero

Bene o male, il mondo dei media italiani sembra essersi accorto che Massimo Ferrero è un delinquente. Alla buon’ora, verrebbe da dire. L’arresto avvenuto in settimana ha costretto tutti a parlare degli affari sporchi del proprietario della Sampdoria, imprenditore immerso nei debiti e già accusato di sottrarre soldi alle casse del club per coprire le perdite delle sue altre aziende. Verrebbe da chiedersi perché non ce ne si è resi conto prima, visto che letteralmente lo stesso giorno in cui acquistava la Samp (12 giugno 2014) patteggiava un anno e dieci mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta. In questi setti anni nel calcio, che lo hanno portato da un relativo anonimato alla ribalta nazionale, è stato coccolato acriticamente dalla stampa e dalle televisioni, bisognosi delle sue bizzarre trovate necessarie a catalizzare l’attenzione del pubblico.

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Il Sassuolo e la favola di Confindustria

“Favola” è il termine che più si sprecava sulle pagine dei giornali, nel giugno 2013, quando il Sassuolo – club di una cittadina industriale di 40.000 abitanti nei dintorni di Modena – conquistava per la prima volta nella storia la Serie A. Solo sette anni prima stava in Serie C2, nel 1998 giocava tra i dilettanti, e adesso era uno dei progetti sportivi più interessanti d’Italia; per qualcuno si tratta del corrispettivo locale del RB Lipsia, ma quando il Sassuolo arrivava nella massima serie italiana la squadra della Red Bull otteneva solo la promozione nella terza divisione tedesca. I punti di contatto però non mancano, ad esempio entrambe le società sono in mano a importanti imprenditori di livello internazionale. Solo che forse sarebbe il Lipsia a essere il Sassuolo di Germania.

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Come la Lazio è diventata la squadra dei fascisti

Il 6 gennaio 2005, Paolo Di Canio celebrava la vittoria della sua Lazio nel derby contro la Roma salutando la curva con il braccio teso. Il gesto era quello del cosiddetto saluto romano (che di romano non ha assolutamente nulla, ma questa sarebbe un’altra storia), segno identificativo dell’estrema destra italiana fin dagli anni Venti. Nonostante il coro di polemiche che seguì quel gesto, nessuno si sorprese veramente, nemmeno quando il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lo difese dicendo: “Non è fascista, lo fa solo per i tifosi”. La Lazio, infatti, è storicamente considerata la squadra fascista per eccellenza.

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Il Torino e Mani Pulite

Dalla B a una finale europea, non c’è dubbio che il percorso del Torino sia stato assolutamente incredibile. Solo tre anni prima, il club granata retrocedeva a sorpresa nel campionato cadetto, e adesso era lì, a giocarsi la finale di Coppa UEFA dopo essersi messo in bacheca, l’anno precedente, la Coppa Mitropa. Il merito era da attribuirsi a due nomi in particolare: il nuovo presidente, Gian Mauro Borsano, che aveva rilevato un club disastrato e lo aveva ricostruito in un batter d’occhio, ed Emiliano Mondonico, l’allenatore che negli anni precedenti aveva riportato in A l’Atalanta, conducendola fino a una semifinale di Coppa delle Coppe. Ma si era fatto il 1992, e fuori dai campi di calcio stava per arrivare un terremoto destinato a cambiare tutto.

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La Grande Serie A era una truffa

Che fine ha fatto la bella Serie A di una volta?, si chiede ogni tanto qualche nostalgico. Persiste ancora, nel nostro calcio, il ricordo mitico di quel periodo tra gli anni Novanta e i primi Duemila in cui il campionato annoverava i migliori calciatori del mondo e le squadre più competitive e vincenti d’Europa, prima che la crisi ci trascinasse nel purgatorio degli ultimi tempi. Crisi deriva da un termine greco, krisis, che significa “scelta, decisione”: la crisi è la diretta conseguenza di una decisione – degli eccessi dell’epoca d’oro – è il suo doposbornia.

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Ibra, Lukaku, periferie e aristocrazie

Qualche sera fa l’Italia ha assistito alla quasi rissa tra due calciatori in diretta tv. No, meglio: ha assistito a un pezzo di calcio di periferia trapiantato alla Scala del calcio, in uno dei principali palcoscenici sportivi del mondo. Ed è ovviamente rimasta inorridita, come si resta sempre inorriditi quando ci si trova davanti ai ragazzi che dalle periferie affluiscono al centro e si ostinano a non voler abbandonare quel modo di fare così “periferico”.

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Storia di un esodo: la Turchia

Quando, nell’estate del 1995, il Torino annunciò l’acquisto di Hakan Şükür, a molti parve una bizzarra scommessa: Şükür non aveva ancora 24 anni, ma veniva da alcune ottime stagioni nel Galatasaray. Ma il calcio turco restava un terreno inesplorato che stuzzicava poco gli scettici tifosi europei, nonostante le ottime prestazioni offerte negli anni appena precedenti dall’attaccante Kubilay Türkyilmaz con la maglia del Bologna. Però, si trattava pur sempre di un turco nato e cresciuto in un paese calcisticamente più sviluppato, la Svizzera; un po’ come Erdal Keser, buona punta del Borussia Dortmund degli anni Ottanta, che era cresciuto nel bacino della Ruhr e sarebbe stato il capostipite dei calciatori turco-tedeschi, di cui oggi fanno parte Mesut Özil e İlkay Gündoğan.

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