Aveva ragione Paul Ince

Lui gioca a calcio, e sa da anni che nel suo mestiere bisogna prendersi gli applausi come i fischi. Ma c’è un limite che non può essere superato, che è quello della schifosa parola con la ‘n’ che centinaia di tifosi avversari gli riversano addosso. Così, Paul Ince si ferma e risponde con un applauso sarcastico ai sostenitori della Cremonese. L’arbitro, Graziano Cesari, gli va incontro e lo ammonisce: non si provocano i tifosi, dice il regolamento. “Penso che in Italia la Federazione dovrebbe prendere delle decisioni forti. – spiega Ince, intervistato dopo il match – Il rischio è che i giocatori di colore, e nel mondo ce ne sono tanti di bravi, abbiano dei dubbi a venire in Italia. Non sarebbe un bene per questo calcio”. È il 6 aprile 1996, e questo ragazzo inglese di 28 anni ha dato un allarme. Nessuno lo ascolterà.

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Oltre le plusvalenze

La sentenza di venerdì sera sulla Juventus, penalizzata di 15 punti in classifica per il caso plusvalenze, può diventare uno spartiacque per il calcio italiano, costringendolo a venire a patti (finalmente) con le sue problematiche, o almeno con parte di esse. E invece, almeno a poche ore dalla notizia, il dibattito pubblico sembra orientato – come troppo di frequente accade – verso un’altra direzione, degradante per tutte le parti in causa, dai club ai tifosi. Ecco allora che questa vicenda assume i contorni dell’esempio ideale di un modo di dibattere e di pensare che, nel calcio ma non solo, sta avendo risultati culturali nefasti.

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Il caso Portanova

Da qualche mese, uno dei temi che maggiormente ha fatto discutere sul profilo Twitter di Pallonate in Faccia è l’accusa di stupro ai danni di Manolo Portanova, 22enne centrocampista del Genoa. Il processo è ancora in atto, e la sentenza di primo grado dovrebbe arrivare il 6 dicembre (dopodiché probabilmente una delle parti ricorrerà in appello), ma il caso sta creando polemica anche per la decisione del Genoa di continuare a schierare il giocatore in campo, a differenza di quanto avvenuto in Inghilterra con i casi di Benjamin Mendy e Mason Greenwood. Molti dei discorsi fatti in merito a questo caso risentono innanzitutto di una mancanza di informazione su ciò che è successo. Per cui, proviamo a capire di cosa stiamo parlando e quali sono i fatti.

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Il Monza è l’arma elettorale di Berlusconi

Ad agosto, attraversare una stazione ferroviaria significava immancabilmente imbattersi in video dal retrogusto 1994, in cui sventolava il tricolore di Forza Italia e un quasi giovane Silvio Berlusconi ci sorrideva, incantato dalle note dell’inno del suo partito. Un salto indietro nel tempo, che accompagnava quello che è di fatto il grande ritorno alla politica del Cavaliere; non che l’abbia mai abbandonata, ma a causa della legge Severino non gli era stato possibile candidarsi nel 2018, interrompendo così circa vent’anni di presenza ininterrotta in parlamento.

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La campagna elettorale si è fatta calciomercato

Poco prima di mezzogiorno dell’11 agosto, l’Ansa metteva online un tweet folgorante, che in un raro impeto di follia cronachistica riusciva a cogliere splendidamente lo zeitgeist e concentrarlo in una manciata di caratteri: “Elezioni 2022, Renzi-Calenda: accordo definito, a breve l’annuncio”. Dieci parole appena, un messaggio telegrafico che, forse senza volerlo, ripeteva gli stilemi di un linguaggio che con la politica non ha (non avrebbe?) niente a che fare, ma che arriva direttamente dal calciomercato. Basta togliere “elezioni” e sostituire i due nomi con quelli di un calciatore e di un club per rendersi conto di come le due notizie siano identiche. D’altronde, con la caduta del governo Draghi a fine luglio e le elezioni piazzate straordinariamente a fine settembre, campagna elettorale e campagna acquisti sono andate per la prima volta a sovrapporsi, generando non poca confusione nei media.

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Storia di un esodo: la Danimarca

La storia del calcio in Danimarca comincia con un giovane brillante matematico, un inglese che stava per salpare per il Brasile, e dei francesi che ritornavano oltre-Manica con la coda tra le gambe. Una piccola allegoria, per rompere il ghiaccio: i francesi sono quelli delle due differenti selezioni transalpine che la Nazionale danese aveva rocambolescamente regolato (9-0 e 17-1) nelle prime sfide delle Olimpiadi di Londra 1908, dove avrebbe conquistato una medaglia d’argento. L’inglese era Archie Williams, leggenda del Manchester City che qualche anno prima si era trasferito a Copenaghen e che, siccome le Olimpiadi si tenevano nel suo Paese natale, era stato ingaggiato come allenatore della Danimarca per l’occasione; tre anni dopo, avrebbe accettato la proposta del connazionale Oscar Cox di allenare il club che questi aveva appena fondato a Rio de Janeiro, il Fluminense. Il giovane brillante matematico era il centrocampista Harald Bohr, protagonista di quell’argento olimpico e in futuro scienziato di fama mondiale; suo fratello Niels, di ruolo portiere ma non presente in quella Nazionale, nel 1922 avrebbe vinto il Nobel per la fisica. Eppure, questa storia non parla di nessuno di loro.

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Max il populista

“Il calcio è semplice” ripete insistentemente. È diventato il suo mantra, ormai. Mantra è una parola in sanscrito che nel linguaggio comune ha assunto il banale significato di una parola o frase che viene ripetuta in continuazione, ma in realtà si traduce come”strumento del pensiero”, e indica un’espressione sacra, una formula d’invocazione agli dèi: ogni volta che la si pronuncia, si richiama una manifestazione divina e ultraterrena, che altrimenti difficilmente avverrebbe. Pronunciare un mantra è prima di tutto un atto di fede. E non si può descrivere diversamente il senso che questa frase ha assunto ormai per Massimiliano Allegri, nella sua crociata contro il calcio moderno.

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“Niente ebrei nell’Udinese”: il caso Rosenthal

L’interrogazione portava la firma di cinque deputati socialisti – Mauro Del Bue, Francesco De Carli, Roberta Breda, Giorgio Gangi e addirittura il Questore della Camera Francesco Colucci. In essa, si faceva richiesta al Ministro del turismo e dello spettacolo, con competenza sullo sport, Franco Carraro – un socialista che era già stato due volte a capo della FIGC e a lungo presidente del CONI – se fosse al corrente delle minacce rivolte a Ronny Rosenthal. In particolare, se fosse a conoscenza del perché l’Udinese aveva deciso di non ingaggiarlo: se per questioni fisiche, come era stato detto in via ufficiale, o se invece non c’entrasse il “clima di intolleranza e di intimidazione che qualche esagitato ha creato attorno all’origine ebrea del calciatore”. Il caso Rosenthal prometteva di scuotere le pagine del giornali non solo sportivi, in quella fine di luglio del 1989.

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Ti sia lieve la terra, Omolade

Mi viene da pensare che tutto iniziò lì, quel giorno del 2001 a Terni. È ovvio che non fu così, e ragionando a mente fredda ci si arriva: vengono in mente le scritte antisemite del 1989 contro Ronny Rosenthal a Udine, e poi il manichino nero impiccato dai due tifosi vestiti da membri del Ku Klux Klan, nel 1996 a Verona contro Maickel Ferrier. Eppure, l’episodio che coinvolse l’allora diciottenne Akeem Omolade durante quel Ternana-Treviso di Serie B fu un vero punto di svolta nel rapporto tra calcio italiano e razzismo. O meglio, un punto di non ritorno.

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