Perché la guerra tra Russia e Ucraina non cambierà la politica del calcio

Non è stata la prima volta che il calcio si è intersecato con la guerra. Non è stata la prima volta che dei calciatori si sono espressi pubblicamente su questioni politiche. Eppure lo sentiamo che questa è stata una prima volta: l’invasione russa dell’Ucraina ha scatenato una serie di reazioni forti e inaspettate non solo nell’opinione pubblica, ma anche nel comportamento degli stati e delle organizzazioni internazionali. Le sanzioni sul settore energetico e quelle contro gli oligarchi, le multinazionali che abbandonano la Russia, le grandi associazioni sportive che espellono le federazioni russe, i club che prendono le distanze da certi sponsor, il Chelsea messo all’angolo. Qualcuno potrebbe chiamarla addirittura una rivoluzione, ma in realtà – purtroppo – non lo sarà.

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Il comandante Ramiro, il calciatore che divenne guerrigliero

Il professor Jaime Jorge Guzmán uscì dall’Universidad Católica di Santiago e incontrò la propria morte, sotto i proiettili di due giovani sbucati all’improvviso. Il suo nome era da tempo sulla lista del Frente Patriótico Manuel Rodríguez, un’organizzazione di guerriglia marxista-leninista che era stata tra le protagoniste dell’opposizione al regime di Augusto Pinochet, che aveva già provato ad assassinare nel 1986. Nonostante ora, cinque anni dopo, il Cile stava vivendo la transizione alla democrazia, Guzmán era ancora considerato un bersaglio, per il prezioso supporto che aveva dato alla dittatura a livello politico e giuridico. L’uomo che aveva pianificato l’attentato era noto come comandante Ramiro, aveva 33 anni, e in gioventù era stato un promettente calciatore, prima di imbracciare il fucile.

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Come Gazprom si è preso lo Schalke 04

La notizia dell’accordo, resa pubblica nell’ottobre 2006, era destinata a far scalpore: nel giro di cinque anni e mezzo, lo Schalke 04 avrebbe ricevuto 125 milioni di euro di finanziamento. Una cifra spropositata, nel calcio dell’epoca, che poteva non solo consolidare lo status del club, ma addirittura portarlo a un salto di qualità che avrebbe potuto portarlo a intaccare finalmente lo strapotere del Bayern Monaco in Bundesliga. La più grande sponsorizzazione della storia del calcio tedesco – polverizzato il record di Deutsche Telekom con lo stesso Bayern, che si fermava a “soli” 20 milioni di euro – nascondeva però delle insidie: era davvero saggio mettersi in affari con Gazprom?

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Il calciatore che sfidò Berija

Lo scenario era probabilmente uno dei più suggestivi, tra quelli in cui si è giocata una partita di calcio: un prato di erba sintetica era stato srotolato sulla Piazza Rossa di Mosca, letteralmente sotto gli occhi di Stalin, per ospitare un match dimostrativo di soli 30 minuti in una giornata – quella del 6 luglio 1936 – interamente dedicata alle esibizioni sportive. La partita era meno che un allenamento, senza contrasti né eccessivo agonismo, ma il Segretario Generale ne rimase abbastanza colpito da lasciarla proseguire per un altro quarto d’ora. Quella piccola dimostrazione, che aveva messo l’una di fronte all’altra due formazioni dello Spartak Mosca, era stata il grande successo di Nikolaj Petrovič Starostin, il 34enne capitano dello Spartak e principale ideologo del calcio socialista. Circa quattro mesi dopo, la sua squadra avrebbe conquistato il campionato, rendendolo sempre più insopportabile agli occhi della persona a cui era meno raccomandabile stare antipatici dopo Stalin stesso: Lavrentij Pavlovič Berija.

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L’assassinio del Rayo Vallecano

Sarà anche vero che, quando si dice di una squadra che è “più di un club” il pensiero corre immancabilmente allo slogan – ormai più di marketing che di contenuto – del Barcellona. Ma in Spagna, da ormai diversi decenni, se si cerca un club che sia qualcosa di più di una squadra di calcio, si va a Vallecas. Siamo a Madrid, all’ombra dei titani Real e Atlético, in un quartiere popolare dalla forte tradizione operaia: qui si è sviluppata un cultura antifascista e inclusiva tra le più solide d’Europa, che ha finito per inglobare la squadra locale, il Rayo Vallecano. Il mito vuole che il Rayo sia, oggi, la squadra del popolo, il club più di sinistra al mondo assieme al St. Pauli di Amburgo. Un’identità talmente forte e radicata che ha ispirato almeno due libri di ampia circolazione, uno di Quique Peinado e un altro di Robbie Dunne.

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Venezia – Palermo, sola andata

Era una mattina dell’estate del 2002: i primi Mondiali asiatici si erano appena conclusi, Ronaldo stava per lasciare l’Italia in direzione Madrid, e l’aria di Pergine Valsugana, a due passi da Trento, era un perfetto toccasana per chi era abituato all’afa della Laguna. Gianfranco Bellotto era appena stato chiamato sulla panchina del Venezia, club fresco di retrocessione dalla Serie A, e in cui il tecnico era già stato un paio di volte negli anni Novanta. La sua impressione, valutando la rosa a disposizione, era che con un po’ di lavoro si potesse lottare per la promozione. Lo pensò fino a che, quella mattina, non arrivò al ritiro un pullman, da cui scese un signore che iniziò a scandire una lista di nomi: Generoso Rossi, Fábio Bilica, Kewullay Conteh, Francesco Modesto, Valentino Lai, Stefano Morrone, Frank Ongfiang, Antonio Marasco, Mario Alberto Santana, Evans Soligo, Arturo Di Napoli, Filippo Maniero. Tutti sul pullman, destinazione Longarone, dove c’era il ritiro della loro nuova squadra, il Palermo.

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Sparwasser oltre Sparwasser

Jürgen Sparwasser è un nome che travalica se stesso. Travalica il suo curriculum e, a ben vedere, travalica perfino quello stesso gol che lo ha reso famoso – uno tra quattordici segnati in nazionale, e tra oltre un centinaio in carriera. Sparwasser è un mito, per un’intera generazione, è stato l’incarnazione del Davide comunista che batteva il Golia capitalista: l’autore del gol con cui la Germania Est sconfiggeva la Germania Ovest nella sua prima (e unica, avremmo scoperto poi) partecipazione ai Mondiali. In quel momento, davanti a un pallone che rotolava in rete alle spalle di Sepp Maier, il trionfo del socialismo sembrava più concreto che mai. Mito, però, deriva dal greco mŷthos, che significa “narrazione, favola”, e lascia intendere che ci sia poco di vero, sotto di esso.

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Se fosse così facile fermare una guerra

Correva l’anno 1969, e il Santos era stato invitato a giocare un’amichevole a Benin City – che, a dispetto del nome, non si trova in Benin ma bensì in Nigeria – nonostante nel paese fosse in corso una guerra civile. Ma la magia del calcio, e la fama di Pelé, fecero sì che il governo e i ribelli decidessero di accordarsi per una tregua, permettendo alla gente di recarsi allo stadio a vedere la partita della squadra brasiliana. È una delle storie preferite di Pelé, che l’ha riportata su Twitter anche nell’ottobre 2020, e ovviamente dei suoi innumerevoli tifosi: la volta in cui O Rei fermò una guerra. Inutile dire che le cose andarono un po’ diversamente.

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Il Panathinaikos, i colonnelli e la finale di Coppa dei Campioni

Gli jugoslavi lasciavano il campo coi volti cupi, ancora chiedendosi cosa fosse successo. La Stella Rossa era uno squadrone, tra i pali vantava uno come Ratomir Dujković, a centrocampo Jovan Aćimović, in attacco il veterano Stevan Ostojić accanto all’astro nascente Zoran Filipović, in panchina il maestro Miljan Miljanić. Quella semifinale doveva essere una pura formalità, contro una squadra sconosciuta, il Panathinaikos di Atene, che infatti era stato regolato a Belgrado per 4-1. Ma in Grecia la Stella Rossa era inspiegabilmente franata, perdendo 3-0, travolta da un incontenibile centravanti di nome Antōnīs Antōniadīs, signor Nessuno fino a pochi mesi prima e ora capocannoniere della Coppa dei Campioni con 10 reti: erano otto anni, dai tempi di José Altafini nel 1963, che un giocatore non segnava così tanti gol nella competizione. Un ulteriore motivo di vanto, in un paese stretto nella morsa di una feroce dittatura fascista, che aveva avuto la meglio sui rivali balcanici comunisti.

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Drogba contro la guerra

Il cameraman si infiltrò con agilità tra i festeggiamenti all’interno dello spogliatoio degli ospiti dello stadio Al-Merrikh di Omdurman, in Sudan. Quando se ne accorse, Didier Drogba, 27enne attaccante del Chelsea e tra i più noti calciatori al mondo, si fece dare il microfono dal giornalista e catturò l’attenzione della videocamera. “Uomini e donne della Costa d’Avorio – disse, visibilmente emozionato – del Nord, del Sud, del Centro, dell’Ovest. Abbiamo dimostrato oggi che gli ivoriani possono coesistere e lottare assieme condividendo un obiettivo, la qualificazione ai Mondiali. Vi preghiamo in ginocchio: per favore, abbassate le vostre armi e organizzate delle elezioni!”.

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