Belounis, una storia di calcio e kafala in Qatar

L’Île-de-France è un nazione nella nazione, quell’area geopolitica che abbraccia Parigi e che da sola produce probabilmente più calciatori di talento di qualunque altra zona della Francia e alla pari di tanti veri e propri stati europei. Talmente tanti calciatori che non tutti riescono a sfondare in patria, e devono cercare fortuna all’estero, a volte anche in campionati di secondo piano. Inizia così il girovagare di Zahir Belounis, attaccante di origine algerina nato e cresciuto a Saint-Maur-des-Fossés – in una cittadina in cui circa il 15% della popolazione, quando lui era ragazzo, era composto da immigrati – che all’inizio degli anni Duemila ha iniziato a viaggiare tra le serie minori transalpine, poi in Malesia, Svizzera e infine Qatar. Si dice talvolta che il sogno di ogni nomade moderno sia la vita tranquilla dello stanziale: Belounis, in Qatar, finì per trovarsi costretto a rimanere.

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Fratello, dove sei?

Mancavano meno di venti minuti: Ardiles gli diede la palla e si buttò in area, pronto a chiudere l’uno-due. Invece Leopoldo Luque stoppò secco di destro, e la palla fece un saltello; quando alzò la testa, i difensori erano ancora troppo lontani: peggio per loro. Un rimbalzo, e poi premette il grilletto del suo piede. Baratelli volò come se l’avessero sparato da un cannone, e toccò terra stordito dal boato del Monumental: Argentina 2 – Francia 1. Con quella vittoria, l’Albiceleste era certa del passaggio del turno, anche se restava da decidere se sarebbe stata prima o seconda nel girone, nella terza sfida con l’Italia. Festeggiarono, e la mattina dopo Luque ricevette la visita dei famigliari – per sapere se si era fatto male seriamente al braccio durante la partita, pensò. Il padre e lo zio si avvicinarono scuri in volto. “Leo, il Chaco ha avuto un incidente e s’è ammazzato”.

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Nel segno di Keïta

Si dice che Keïta significhi “prendere l’eredità”: è un nome potente, che deriva dal mondo mitico e aristocratico dell’antico impero del Mali, una delle più grandi potenze della storia africana. Il suo fondatore, Sundjata Keïta, nacque storpio, imparò a camminare da solo, e infine divenne una leggenda. La sua stirpe divenne una leggenda: tra i suoi eredi più recenti c’è Salif Keïta, uno dei più noti cantanti africani al mondo. Curiosamente, tre anni prima di lui, a Bamako nasceva un altro Salif Keïta, senza alcun legame di parentela come il primo mansa del Mali, ma che a suo modo sarebbe divenuto lo stesso un sovrano, anche se stavolta nel calcio: nel 1970, sarebbe stato il primo calciatore a ricevere il Pallone d’Oro africano.

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La controversa ascesa politica di Cuauhtémoc Blanco

Alle 4.00 di mattina del 21 giugno 2015, finalmente le autorità elettorali di Cuernavaca riuscivano a ufficializzare il nuovo Presidente Municipale, cioè il sindaco. Con un risultato a sorpresa, per la prima volta una formazione di centrosinistra – il Partido Socialdemócrata de Morelos – riusciva a conquistare il governo cittadino: una vera e proprio impresa, se consideriamo che sei anni prima il partito si era sciolto a livello nazionale, sopravvivendo solo nello Stato di Morelos. E quella vittoria sembrava poter aprire le porte a una resurrezione politica, guidata dal nuovo Presidente Municipale di Cuernavaca, Cuauhtémoc Blanco, un attaccante di 42 anni ancora in attività, con un record di 120 presenze e 39 gol con la maglia del Messico.

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Nyers, storia di un apolide immaginario

Gli anni dell’immediato dopoguerra furono quelli in cui il calcio italiano risollevava spiritualmente il Paese e preparava il terreno al boom economico degli anni Cinquanta. Una delle scintille che portarono a quell’esplosione fu, in un certo senso, il ricchissimo acquisto fatto dall’Inter nell’estate del 1948, quando il presidente Masseroni strappava allo Stade Français il suo fuoriclasse, Étienne Nyers. Per riscattare la deludente stagione passata, la società nerazzurra puntava forte sul gioco offensivo del tecnico gallese John Astley e su una serie di importanti acquisti, dato che oltre a Nyers erano arrivati Gino Armano dall’Alessandria e Amedeo Amadei dalla Roma: l’obiettivo era quello di interrimpere il dominio del Grande Torino e imporsi come nuova potenza del calcio italiano. Lo scudetto non arrivò, ma i gol di Nyers aprirono una nuova fase della storia dell’Inter, portandola a pieno titolo nel novero delle grandi della Serie A.

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“Niente ebrei nell’Udinese”: il caso Rosenthal

L’interrogazione portava la firma di cinque deputati socialisti – Mauro Del Bue, Francesco De Carli, Roberta Breda, Giorgio Gangi e addirittura il Questore della Camera Francesco Colucci. In essa, si faceva richiesta al Ministro del turismo e dello spettacolo, con competenza sullo sport, Franco Carraro – un socialista che era già stato due volte a capo della FIGC e a lungo presidente del CONI – se fosse al corrente delle minacce rivolte a Ronny Rosenthal. In particolare, se fosse a conoscenza del perché l’Udinese aveva deciso di non ingaggiarlo: se per questioni fisiche, come era stato detto in via ufficiale, o se invece non c’entrasse il “clima di intolleranza e di intimidazione che qualche esagitato ha creato attorno all’origine ebrea del calciatore”. Il caso Rosenthal prometteva di scuotere le pagine del giornali non solo sportivi, in quella fine di luglio del 1989.

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JuventURSS

L’agosto di Torino non era decisamente come quello di Minsk, ma valeva bene una visita, soprattutto se per motivi di lavoro: la pensava così Sergej Alejnikov, centrocampista di 27 anni che stava concludendo un clamoroso trasferimento dall’Unione Sovietica al calcio europeo, firmando con la Juventus. Il suo primo contratto professionistico in carriera, visto che oltre la cortina di ferro gli atleti erano tutti formalmente dilettanti. Si respirava un’aria frizzante e ironica: la Juventus, la squadra simbolo del capitalismo italiano targata Agnelli, stava finendo nelle mani dei proletari socialisti? L’anno prima, i bianconeri si erano assicurati per 7 miliardi di lire il fuoriclasse della Dinamo Kiev Aleksandr Zavarov, ma l’ambientazione del campione era stata difficile, così Boniperti aveva deciso di affiancargli un connazionale: avevano trattato Oleg Protasov, che lo aveva sostituito a Kiev, e Aleksej Michajličenko, ma alla fine avevano ripiegato sul meno noto (e costoso) Alejnikov.

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Ti sia lieve la terra, Omolade

Mi viene da pensare che tutto iniziò lì, quel giorno del 2001 a Terni. È ovvio che non fu così, e ragionando a mente fredda ci si arriva: vengono in mente le scritte antisemite del 1989 contro Ronny Rosenthal a Udine, e poi il manichino nero impiccato dai due tifosi vestiti da membri del Ku Klux Klan, nel 1996 a Verona contro Maickel Ferrier. Eppure, l’episodio che coinvolse l’allora diciottenne Akeem Omolade durante quel Ternana-Treviso di Serie B fu un vero punto di svolta nel rapporto tra calcio italiano e razzismo. O meglio, un punto di non ritorno.

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Viva La Paz!

Su quella palla tutto sommato facile, Angelo Franzosi combinò uno di quei pasticci da infarto sugli spalti, inciampando poi addosso all’avversario Dante Di Benedetti. Il pallone rimbalzò via dalla presa del portiere dell’Inter, dritto tra i piedi di Roberto Luis La Paz, che con un pronto riflesso infilò la sfera nella rete. Poteva essere il gol più importante della sua non certo prolifica stagione: il Napoli saliva a 31 punti a due giornate dalla fine, avvicinandosi alla salvezza e inguaiando i nerazzurri. Ma l’arbitro fischiò: fallo di Di Benedetti su Franzosi, rete annullata. Nel secondo tempo, Lorenzi portava in vantaggio l’Inter e sanciva il dramma partenopeo. A fine stagione, il gol dell’istrionico La Paz sarebbe stato innalzato a casus belli: una rete regolare, che se fosse stata assegnata avrebbe garantito ai campani la permanenza in Serie A. In realtà, sarebbero intervenute altre vicende extra-sportive a segnare il destino del Napoli e, come conseguenza, di quel La Paz che stava concludendo la sua fugace esperienza nel grande calcio.

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Lo chiamavano Mágico

Jorge Alberto González è un’infilata di nomi standard spagnoli tra le più classiche e ricorrenti possibile, che uno che si ritrova maledetto da questo nome non ha che da compiere imprese straordinarie per sfuggire alla condanna all’anonimato. Quel tipo di imprese che ti valgono un nome di battaglia destinato a diventare iconico: Mágico. E d’altronde la vita sportiva di Mágico González, sebbene si sia svolta in un’epoca a noi molto recente, si è presto ammantata dei contorni della leggenda, rimbalzando di blog in blog, immersa nel romanticismo sempre più radicale dello stoytelling calcistico dell’epoca di internet. L’attaccante geniale, sbucato dal nulla e fondamentalmente mai del tutto uscitoci – l’apice della sua carriera sono gli anni trascorso al Cádiz, a lottare nei bassifondi della prima divisione spagnola – che lo stesso Maradona riteneva migliore di sé. Idolo perfetto, non c’è che dire.

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