Nyers, storia di un apolide immaginario

Gli anni dell’immediato dopoguerra furono quelli in cui il calcio italiano risollevava spiritualmente il Paese e preparava il terreno al boom economico degli anni Cinquanta. Una delle scintille che portarono a quell’esplosione fu, in un certo senso, il ricchissimo acquisto fatto dall’Inter nell’estate del 1948, quando il presidente Masseroni strappava allo Stade Français il suo fuoriclasse, Étienne Nyers. Per riscattare la deludente stagione passata, la società nerazzurra puntava forte sul gioco offensivo del tecnico gallese John Astley e su una serie di importanti acquisti, dato che oltre a Nyers erano arrivati Gino Armano dall’Alessandria e Amedeo Amadei dalla Roma: l’obiettivo era quello di interrimpere il dominio del Grande Torino e imporsi come nuova potenza del calcio italiano. Lo scudetto non arrivò, ma i gol di Nyers aprirono una nuova fase della storia dell’Inter, portandola a pieno titolo nel novero delle grandi della Serie A.

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“Niente ebrei nell’Udinese”: il caso Rosenthal

L’interrogazione portava la firma di cinque deputati socialisti – Mauro Del Bue, Francesco De Carli, Roberta Breda, Giorgio Gangi e addirittura il Questore della Camera Francesco Colucci. In essa, si faceva richiesta al Ministro del turismo e dello spettacolo, con competenza sullo sport, Franco Carraro – un socialista che era già stato due volte a capo della FIGC e a lungo presidente del CONI – se fosse al corrente delle minacce rivolte a Ronny Rosenthal. In particolare, se fosse a conoscenza del perché l’Udinese aveva deciso di non ingaggiarlo: se per questioni fisiche, come era stato detto in via ufficiale, o se invece non c’entrasse il “clima di intolleranza e di intimidazione che qualche esagitato ha creato attorno all’origine ebrea del calciatore”. Il caso Rosenthal prometteva di scuotere le pagine del giornali non solo sportivi, in quella fine di luglio del 1989.

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JuventURSS

L’agosto di Torino non era decisamente come quello di Minsk, ma valeva bene una visita, soprattutto se per motivi di lavoro: la pensava così Sergej Alejnikov, centrocampista di 27 anni che stava concludendo un clamoroso trasferimento dall’Unione Sovietica al calcio europeo, firmando con la Juventus. Il suo primo contratto professionistico in carriera, visto che oltre la cortina di ferro gli atleti erano tutti formalmente dilettanti. Si respirava un’aria frizzante e ironica: la Juventus, la squadra simbolo del capitalismo italiano targata Agnelli, stava finendo nelle mani dei proletari socialisti? L’anno prima, i bianconeri si erano assicurati per 7 miliardi di lire il fuoriclasse della Dinamo Kiev Aleksandr Zavarov, ma l’ambientazione del campione era stata difficile, così Boniperti aveva deciso di affiancargli un connazionale: avevano trattato Oleg Protasov, che lo aveva sostituito a Kiev, e Aleksej Michajličenko, ma alla fine avevano ripiegato sul meno noto (e costoso) Alejnikov.

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Ti sia lieve la terra, Omolade

Mi viene da pensare che tutto iniziò lì, quel giorno del 2001 a Terni. È ovvio che non fu così, e ragionando a mente fredda ci si arriva: vengono in mente le scritte antisemite del 1989 contro Ronny Rosenthal a Udine, e poi il manichino nero impiccato dai due tifosi vestiti da membri del Ku Klux Klan, nel 1996 a Verona contro Maickel Ferrier. Eppure, l’episodio che coinvolse l’allora diciottenne Akeem Omolade durante quel Ternana-Treviso di Serie B fu un vero punto di svolta nel rapporto tra calcio italiano e razzismo. O meglio, un punto di non ritorno.

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Viva La Paz!

Su quella palla tutto sommato facile, Angelo Franzosi combinò uno di quei pasticci da infarto sugli spalti, inciampando poi addosso all’avversario Dante Di Benedetti. Il pallone rimbalzò via dalla presa del portiere dell’Inter, dritto tra i piedi di Roberto Luis La Paz, che con un pronto riflesso infilò la sfera nella rete. Poteva essere il gol più importante della sua non certo prolifica stagione: il Napoli saliva a 31 punti a due giornate dalla fine, avvicinandosi alla salvezza e inguaiando i nerazzurri. Ma l’arbitro fischiò: fallo di Di Benedetti su Franzosi, rete annullata. Nel secondo tempo, Lorenzi portava in vantaggio l’Inter e sanciva il dramma partenopeo. A fine stagione, il gol dell’istrionico La Paz sarebbe stato innalzato a casus belli: una rete regolare, che se fosse stata assegnata avrebbe garantito ai campani la permanenza in Serie A. In realtà, sarebbero intervenute altre vicende extra-sportive a segnare il destino del Napoli e, come conseguenza, di quel La Paz che stava concludendo la sua fugace esperienza nel grande calcio.

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Lo chiamavano Mágico

Jorge Alberto González è un’infilata di nomi standard spagnoli tra le più classiche e ricorrenti possibile, che uno che si ritrova maledetto da questo nome non ha che da compiere imprese straordinarie per sfuggire alla condanna all’anonimato. Quel tipo di imprese che ti valgono un nome di battaglia destinato a diventare iconico: Mágico. E d’altronde la vita sportiva di Mágico González, sebbene si sia svolta in un’epoca a noi molto recente, si è presto ammantata dei contorni della leggenda, rimbalzando di blog in blog, immersa nel romanticismo sempre più radicale dello stoytelling calcistico dell’epoca di internet. L’attaccante geniale, sbucato dal nulla e fondamentalmente mai del tutto uscitoci – l’apice della sua carriera sono gli anni trascorso al Cádiz, a lottare nei bassifondi della prima divisione spagnola – che lo stesso Maradona riteneva migliore di sé. Idolo perfetto, non c’è che dire.

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Il ritorno di Benzema

Alla fine, c’era anche il suo nome. Dopo sei lunghissimi anni, che peraltro erano stati tra i migliori della sua carriera, soprattutto dopo che Ronaldo aveva lasciato le sorti dell’attacco del Real Madrid nei suoi piedi. Karim Benzema tornava a vestire la maglia della Nazionale, in tempo per arrivare pronto agli Europei che la Francia affrontava da detentrice del titolo mondiale, vinto senza di lui e con il molto meno clamoroso Olivier Giroud in avanti. Tripudio? Sì, ma non per tutti. Perché in quei sei anni Benzema era diventato, forse pure senza volerlo e senza accorgersene, un argomento politico. “Benzema rappresenta un’immagine nefasta per la maglia bleu“: non lo diceva uno qualsiasi, ma Robert Ménard, uno che nel 1985 è stato co-fondatore di Reporters Sans Frontières e poi, nel 2014, era stato eletto sindaco di Béziers, in Occitania, con l’estrema destra.

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Il calciatore tiranno: viaggio calcistico nella Libia di Gheddafi

“Le migliaia di spettatori che riempiono le gradinate degli stadi per applaudire e ridere sono migliaia stolti incapaci di praticare lo sport di persona.”

Mu’ammar Gheddafi
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