Jeppson, la stella milionaria e il sogno politico di Achille Lauro

La cifra fa venire il capogiro: 105 milioni di lire complessivi, di cui 75 all’Atalanta e 30 al giocatore. Soprattutto perché in Italia si starà pure iniziando a parlare di “miracolo economico”, ma gran parte della popolazione è ancora molto povera, la ricostruzione del dopoguerra non è ancora terminata, e al Sud la situazione è anche più problematica. Il suo nome è Hans Hasse Jeppson, è un attaccante scandinavo di 27 anni e in patria la gente lo chiama Guldfot, “piede d’oro”. La sorpresa è ancora più grande perché Jeppson non arrivà in una delle grandi del campionato, come l’Inter o la Juventus, ma nel Napoli, che solo due anni prima veniva nuovamente promosso in Serie A e ha tradizione abbastanza modesta nel calcio italiano. Ma sotto questo clamoroso colpo di mercato si estendono radici politiche che affiorano in maniera abbastanza evidente dal terreno delle trattive.

Ma andiamo con ordine: perché questo Jeppson vale così tanto? La sua ascesa è stata fulminante: è uno dei figli dell’exploit svedese del 1948, quando la nazionale scandinava conquistò un’incredibile medaglia d’oro alle Olimpiadi, aprendo la strada all’emigrazione delle sue stelle verso i principali campionati professionistici europei. Nel 1951, Gren, Nordahl e Liedholm hanno riportato il Milan a vincere uno scudetto che mancava da 44 anni, mentre Skoglund incanta il pubblico di fede interista. Ai Mondiali del 1950, la Svezia ha ottenuto un ottimo terzo posto e Jeppson, da capitano, è stato tra i protagonisti, segnando anche una doppietta all’Italia. Un anno dopo, la punta svedese è approdata al Charlton Athletic, travolgendo il campionato inglese con 9 reti in 11 partite, e guadagnandosi la chiamata dell’Atalanta. All’esordio in Serie A, Jeppson ha realizzato 22 gol in 27 partite: meglio di lui avevano fatto solo Nyers, Nordahl e Hansen. E a quel punto, il Napoli ha deciso che lo svedese doveva essere il tassello attorno a cui costruire una squadra vincente, magari addirittura la prima formazione del Sud Italia a conquistare lo scudetto.

I partenopei avevano vissuto un breve periodo fortunato a inizio anni Trenta, ai tempi della presidenza di Vincenzo Savarese e con l’inglese William Garbutt in panchina. Il Napoli aveva chiuso due volte al terzo posto, nel 1933 e nel 1934, trascinato dalla coppia d’attacco composta dal paraguayano Sallustro e dall’istriano Vojak, ma successivamente la squadra era entrata in crisi, in particolar modo negli anni Quaranta. Poi era arrivato Achille Lauro. Era il proprietario di una delle più grandi flotte mercantili in Italia, e probabilmente l’uomo più ricco del Sud. La sua fortuna era germogliata sotto il Fascismo su un sapiente mix tra abilità imprenditoriale e legami politici, che nel 1943 lo portarono inizialmente a essere arrestato dalle truppe alleate, dopo la liberazione di Napoli. Profondamente conservatore, una volta scagionato Lauro decise di impegnarsi in politica, e nel 1946 sostenne la campagna referendaria in favore della Monarchia, per poi finanziare la nascita del Partito Nazionale Monarchico di Alfredo Covelli. A Napoli, Lauro controlla praticamente tutto: l’economia, attraverso la sua flotta; lo sport, in quanto proprietario e presidente della squadra di calcio; la politica, per via del suo sostegno al PNM e per il controllo del quotidiano Roma.

All’inizio degli anni Cinquanta, ha però deciso di fare un altro passo avanti, e assumere in prima persona il controllo della città, candidandosi alla carica di sindaco. Impresa non semplice: nel 1946, i monarchici erano solo il terzo partito, ed erano entrati nella maggioranza comunale solo grazie a una larga alleanza di destra atta a escludere la sinistra del Blocco Popolare Democratico, che aveva invece superato il 31% dei voti. Per questo, Achille Lauro ha deciso di usare il calcio come strumento per conquistare abbastanza consensi da venire eletto. Dal 1949, quando ha scelto Eraldo Monzeglio come allenatore, il patron dei campani ha avviato una campagna di rafforzamento in grande stile, portando al Napoli già nel 1950 l’ex-bomber di Roma e Inter Amedeo Amadei per affiancare il veterano Naim Krieziu. Successivamente è toccato al forte terzino sinistro magiaro Jenő Vinyei dalla Pro Patria. Il Napoli ha ottenuto due ottimi sesti posti in Serie A, ma in vista delle elezioni del maggo 1952 Lauro arriva esplicitamente a promettere grandi colpi per far fare un salto di qualità alla squadra: “Un grande Napoli per una grande Napoli” diventa il suo slogan elettorale.

Nei primi anni Cinquanta, lo stadio del Vomero diventa uno dei più gremiti d’Italia, e un enorme bacino di consenso per Lauro.

La visione politica di Achille Lauro nasce chiaramente dalla tradizione del ventennio fascista, se non a livello ideologico sicuramente su quello comunicativo. Conservatorismo, culto della personalità e sport come strumento di consenso: il Comandante, come si fa chiamare, viene eletto sindaco con il 29,5% dei voti, stringendo una discussa alleanza di governo con il Movimento Sociale Italiano, un partito dichiaratamente neofascista che torna così a governare una grande città a soli sette anni dalla Liberazione. E Lauro ovviamente mantiene le sue promesse sportive: nell’estate del 1952 mette mano al portafogli per strappare alla Fiorentina l’ala Giancarlo Vitali, e al Novara il geniale oriundo Bruno Pesaola. Infine, appunto, acquista anche Hasse Jeppson, sborsando una cifra record a Daniele Turani, un commerciante di pelli che aveva usato il ruolo di presidente dell’Atalanta per guadagnarsi una candidatura al Senato nelle fila della Democrazia Cristiana. Quei 105 milioni pagati per lo svedese gli valgono tra i tifosi azzurri il nomignolo di O Banco ‘e Napule, in riferimento allo storico istituto bancario del capoluogo campano, e soprannome che già nel 1930 era stato affibiato al centromediano Enrico Colombari, comprato dal Torino per 265.000 lire.

Jeppson si presenta a Napoli con tutti i tratti caratteristici dell’idolo. Giovane, bello e simpatico, ai giornalisti rivela subito che la città gli piace, perché sente il profumo del mare come nella natia Kungsbacka, cittadina della Svezia meridionale. Come calciatore, Hasse ha tutto: fiuto del gol, controllo di piede, colpo di testa, velocità e forza fisica, che ne fanno forse l’attaccante più completo della Serie A. In più studia economia all’università, e quando non sta appresso al pallone è sui campi da tennis, la sua altra passione sportiva. In una di queste circostanze conosce Silvana Lazzarino, la 20enne grande promessa del tennis italiano, e le voci di una relazione tra i due iniziano a riempire le pagine della cronaca rosa. Jeppson è la figura perfetta per alimentare i sogni di gloria e riscatto sociale di una città con ancora grosse sacche di povertà e preda di una feroce speculazione edilizia, in cui ogni anno sempre più persone se ne vanno a cercare fortuna al Nord o addirittura all’estero. I suoi piedi incarnano tutto ciò che Lauro vuole veicolare, sia a livello politico che sportivo: forza, modernità, riscatto. Napoli come città grande e ricca, alla pari di Torino e Milano, proprio come il Napoli che può competere con Juventus, Milan e Inter.

Ma quella somma sborsata per Jeppson fa discutere anche fuori dal mondo del calcio. Ottorino Barassi, il presidente della Federcalcio, teme che se i club di Serie A si abituano a spendere simili cifre per i campioni stranieri smetteranno di investire nei vivai, e la Nazionale ne resterà danneggiata. L’Italia ha vinto due titoli Mondiali, e nel 1950 puntava a conquistare il terzo, se solo non ci fosse stata la tragedia di Superga; ora, l’imperativo è ricostruire una nuova squadra azzurra in grado di continuare a dominare il calcio mondiale, e gli interessi della federazione devono essere messi davanti a quelli delle società. Per questo Barassi chiede al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti una riforma calata dall’alto contro i calciatori stranieri. È un vecchio pallino del calcio italiano: già nel 1926, con la Carta di Viareggio, era stata fatta una cosa simile. E così, nel 1953 il governo impone uno stop ai permessi di soggiorno concessi ai calciatori stranieri, “allo scopo di tutelare il carattere nazionale delle norme sul giuoco del calcio”.

Nel frattempo, Jeppson chiude la sua prima stagione in azzurro con 14 gol segnati, che valgono al Napoli il quarto posto in Serie A: una posizione eccellente in termini assoluti, ma pur sempre dietro alle tre grandi del Nord e a 6 punti dall’Inter campione d’Italia. Lauro non si dà per vinto, e per il nuovo assalto allo scudetto acquista dalla Spal il portiere Ottavio Bugatti, che con una spesa da 55 milioni di lire diventa l’estremo difensore più costoso di sempre. Jeppson è ancora una volta protagonista, segnando 20 gol, il doppio del compagno di reparto Amadei, il Napoli però scivola in quinta posizione, scavalcato dalla Fiorentina e a 13 punti dall’Inter nuovamente scudettata. Ma in realtà lo spogliatoio partenopeo è una pentola a pressione: Amadei non sopporta gli atteggiamenti da star dello svedese, che ha pure problemi con Monzeglio, al quale danno invece fastidio i frequenti viaggi a Roma per incontrare Silvana Lazzarino. In mezzo a tutto questo, il presidente Lauro ha la mente impegnata da altro che non sia il calcio: lo scenario politico italiano sta mutando rapidamente, e il sindaco di Napoli percepisce la necessità di una correzione di rotta.

Jeppson con la maglia del Djurgården, dove ha giocato tra il 1948 e il 1951, allenato prima da Per Kaufeldt e poi dall’inglese David Astley, già allenatore di Inter e Genoa a fine anni Quaranta.

Nel giugno 1952 è stata approvata la legge Scelba sull’apologia di fascismo, che sembra complicare le cose a partiti come il MSI. Un anno dopo, sempre Mario Scelba ha ideato una nuova controversa legge elettorale che mira a rinforzare l’alleanza centrista di governo che ruota attorno alla DC. Lauro intuisce che in questo momento avvicinarsi alle posizioni moderate dei democristiani, allontanandosi da quelle neofasciste, sia la strategia più vantaggiosa, e per questo nell’estate del 1954 rompe con Covelli e fonda un suo proprio partito, il Partito Monarchico Popolare, con cui punta a confermarsi sindaco nel 1956 e poi a fare il salto in parlamento alle elezioni di due anni dopo. E anche per questo motivo il presidente inizia a non sopportare più le insubordinazioni della sua stella svedese. In un clima di sempre maggiore sfiducia, Jeppson si smarrisce e nella stagione 1954/55 fa parlare i tifosi più per i clamorosi gol sbagliati che per quelli realizzati (che si fermano a 10). Il Napoli chiude sesto, e Achille Lauro capisce che la squadra ha bisogno di un nuova stella per ridare entusiasmo all’ambiente, oltre che per sostituire l’ormai 34enne Amadei: dal Botafogo arriva quindi il brasiliano Luís Vinício. Il “veto Andreotti” di due anni prima non lo permetterebbe, ma nessuno dice nulla, e la barriera anti-stranieri in Serie A viene semplicemente ignorata.

Jeppson lo ha capito, che Vinício è lì per prendere il suo posto di idolo del Napoli. A settembre del 1955, durante uno dei suoi viaggi a Roma, lo svedese incontra i dirigenti dell’Inter e si promette a loro per l’annata successiva. Al ritorno ha un incidente d’auto: un ragazzo su un’altra vettura perde la vita, Jeppson si fa male e salta le prime partite per infortunio, e Lauro scopre del suo incontro coi nerazzurri. La storia tra lo svedese e il Napoli finisce sostanzialmente qui: la stagione di Jeppson è costellata da problemi fisici, mentre Monzeglio perde il polso della squadra, che precipita nella bassa classifica. A maggio l’allenatore viene licenziato, e al suo posto il presidente promuove Amadei in qualità di giocatore-allenatore, cosa che sicuramente non semplifica le cose a Jeppson. Segna solo 8 gol, uno in meno di Vitali e la metà esatta di quelli di Vinício, nuovo eroe del Vomero; il Napoli termina con un disastroso quattordicesimo posto. Per l’attaccante svedese, quest’annata si ricorda solo per il matrimonio con Emma Di Martino, rampolla di un’agiata famiglia napoletana conosciuta, immancabilmente, in un circolo del tennis.

Tra Jeppson e il Napoli è tutto finito, però. Lauro, che è un uomo che ama avere sempre l’ultima parola, si riserva un colpo di coda finale, e a fine stagione svende il suo attaccante al Torino piuttosto che lasciarlo andare all’Inter. Per Hasse Jeppson, la punta venuta dal freddo per regalare al Napoli e al Sud il primo storico scudetto, resta una modesta annata da 7 reti in maglia granata, prima del ritiro. Alle amministrative del 1956, Achille Lauro trionfa con il 52% dei voti, e due anni dopo si presenta alle politiche, scavalcando il PNM di Covelli e facendosi eleggere deputato. Nella DC, però, non ne vogliono sapere di includerlo nel governo: anche per lui, come per l’asso svedese che ne aveva personificato le ambizioni, è l’inizio del declino. Nel 1961 sarà sindaco di Napoli per l’ultima volta, e contemporaneamente vedrà la sua squadra retrocedere inaspettatamente in Serie B. Gli anni del populismo a mezzo calcistico sono tramontati, almeno per un po’.

Fonti

CARRATELLI Mimmo, Jeppson, i 105 milioni in contanti che Lauro spese per la sua campagna elettorale, Il Napolista

JEPPSON Hasse, lo svedese che accese Napoli, Storie di Calcio

LUGLI Alessandro, Hasse Jeppson e un po’ di storia del Napoli, YouTube

Il “veto Andreotti” sui calciatori stranieri, Giulioandreotti.org

ZARA Furio, Visioni, scarpe e Jeppsòn: chi era Achille Lauro, il Comandante che sognò il Grande Napoli, La Gazzetta dello Sport

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