Nyers, storia di un apolide immaginario

Gli anni dell’immediato dopoguerra furono quelli in cui il calcio italiano risollevava spiritualmente il Paese e preparava il terreno al boom economico degli anni Cinquanta. Una delle scintille che portarono a quell’esplosione fu, in un certo senso, il ricchissimo acquisto fatto dall’Inter nell’estate del 1948, quando il presidente Masseroni strappava allo Stade Français il suo fuoriclasse, Étienne Nyers. Per riscattare la deludente stagione passata, la società nerazzurra puntava forte sul gioco offensivo del tecnico gallese John Astley e su una serie di importanti acquisti, dato che oltre a Nyers erano arrivati Gino Armano dall’Alessandria e Amedeo Amadei dalla Roma: l’obiettivo era quello di interrimpere il dominio del Grande Torino e imporsi come nuova potenza del calcio italiano. Lo scudetto non arrivò, ma i gol di Nyers aprirono una nuova fase della storia dell’Inter, portandola a pieno titolo nel novero delle grandi della Serie A.

Nyers l’apolide: passò alla storia con questo nome, il primo fuoriclasse straniero del calcio italiano del dopoguerra. Una parola greca – significa letteralmente “senza città, senza patria”, e nel linguaggio moderno è andata a indicare chi è privo di cittadinanza – tornata prepotentemente di moda in quei primi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Un numero inquantificabile di persone, profughi o più spesso deportati sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, si trovavano ora in un mondo dai confini cambiati – che ne sarebbe stato dei baltici, i cui paesi erano ora divenuti parte dell’Unione Sovietica? – che stava venendo ricostruito dopo la fine del conflitto. Situazioni complesse, non tutte sovrapponibili, avevano spinto sempre più spesso gli anglo-americani a utilizzare un nuovo termine, displaced people, di cui Hannah Arendt si sarebbe lamentata pochi anni dopo nel suo Le origini del totalitarismo. Il tema degli apolidi era talmente centrale, nel dopoguerra, che nel 1954 l’ONU dovette redigere una convenzione per definire chiaramente chi fossero le stateless persons.

Fu in questo contesto che, nel 1946, István Nyers lasciò l’Est Europa e apparve in Francia, a Parigi. Ricostruire la sua storia è abbastanza difficile: Ernesto Consolo scrive che lasciò l’Ungheria su un camion militare cecoslovacco, che lo condusse a Praga assieme alla moglie; lì tentò nuovamente la fuga, ma venne fermato dalla polizia e poté salvarsi solo grazie all’intervento di Helenio Herrera. Che il tecnico franco-argentino, che negli anni della guerra aveva vissuto a Parigi, potesse conoscere un giovane attaccante magiaro mai venuto all’Ovest e con appena un paio di presenze in Nazionale, pare abbastanza difficile; ancora più improbabile che sia riuscito a sottrarlo alle autorità cecoslovacche con la scusa di portarlo in Francia a giocare a pallone. Il fatto che invece Nyers volesse fuggire dall’Est comunista non è affatto strano, dato che nella seconda metà degli anni Quaranta tantissimi calciatori ungheresi e cecoslovacchi scapparono clandestinamente e ripararono all’Ovest.

In Francia, István Nyers divenne Étienne – la traduzione francese del suo nome di battesimo – e si costruì la sua fama di prolifico bomber nello Stade Français allenato da Herrera, uno dei laboratori tattici più affascinanti dell’Europa dell’epoca. Ma è anche qui che arriva il mistero: a una prima vista, non si trovano fonti francesi che lo descrivono come apatride. L’unico a definirlo così sembra essere Max Urbini, giornalista e autore del libro Histoire de Football nel 1964: sostiene che Nyers avrebbe lasciato l’Ungheria senza documenti per arrivare in Francia, avendo un contatto con lo Stade Français, al quale era stato segnalato da un espatriato magiaro. Ma stranamente Urbini di riferisce a Nyers con il nome di Ferry, che non sembra avere niente a che vedere con István ma piuttosto con Ferenc, il quale però era il fratello minore del nostro attaccante e sarebbe anche lui arrivato in Francia nel 1946, ma per giocare nello Strasburgo. Insomma, non la fonte più precisa possibile.

Nyers giocò allo Stade Français per due stagioni, segnando 34 gol in 62 partite di campionato, conquistando due quinti posti nella Division 1.

L’affaire Nyers è un groviglio quasi inestricabile. Si legge spesso in giro che, abbandonando l’Ungheria, il governo di Budapest gli tolse la cittadinanza e lo rese così apolide. Ma allora non ci si spiega perché lo stesso appellativo non sia stato dato anche ad altri esuli dell’Est comunista di quegli anni, tipo László Kubala o Čestmír Vycpálek, che non risulta siano mai stati privati della cittadinanza (anche se di certo non fu più loro permesso di rientrare nel Paese né di giocare per la Nazionale d’origine). E suona strano, ancora, che Nyers potesse regolarmente giocare nello Stade Français o nell’Inter senza avere una nazionalità, cosa che avrebbe rappresentato un problema nel tesseramento per le regole della FIFA. D’altronde, se anche l’Ungheria avesse stracciato la carta d’identità dell’attaccante, questi non avrebbe avuto grandi problemi a ottenere un passaporto francese, dato che era nato e cresciuto in Francia (il che sembra essere una motivazione per l’espatrio in terra transalpina molto più credibile dei contatti con Herrera).

Nyers era nato nel 1924 a Freyming-Merlebach, nella zona della Mosella, dove i suoi genitori si erano trasferiti per lavorare in miniera, e dove tre anni dopo nacque anche il fratello Ferenc. La famiglia Nyers rientrò successivamente in Ungheria, ma anche qui le fonti sono incerte: secondo alcune avvenne nel 1930, quand’era ancora bambino, per altre nel 1934. Non si sa neppure bene in che località si trasferirono, anche se la più probabile pare Budapest, dato che nel 1938 sicuramente giocava nel Kerületi TUE. Ma la confusione attorno alla figura del “bomber apolide” ci costringe a considerare anche altri aspetti: ad esempio, l’origine della sua famiglia, che pare provenisse dalla città di Ózd, nel nord dell’Ungheria a due passi dal confine con la Cecoslovacchia, in una terra contesa che fino a pochi anni prima della sua nascita era tutta unita sotto l’Impero asburgico. Non aiuta il fatto che le prime grandi imprese calcistiche di Nyers avvennero nello Szabadkai Vasutas, club di Szabadka, una città dell’Ungheria meridionale facente parte di una regione che sarebbe poi stata annessa alla Jugoslavia, a causa della forte presenza serba (ed è infatti adesso nota come Subotica).

Più che un apolide, un uomo senza alcuna nazionalità, István Nyers sembra avere il problema opposto: averne fin troppe. La sua storia è quella di un uomo che è vissuto perennemente sul confine: quello franco-tedesco di Freyming-Merlebach, quello magiaro-cecoslovacco di Ózd, e quello magiaro-jugoslavo di Subotica. Fu lì che conobbe la donna che sarebbe poi diventata sua moglie, Anna Zvekanovic, di cittadinanza slava e che quindi, in teoria, avrebbe potuto fornire al calciatore un secondo passaporto. Il terzo sarebbe potuto essere quello francese, come detto: la legge sulla nazionalità del 1889 prevedeva che una persona nata in Francia da genitori stranieri nati all’estero poteva ottenere la cittadinanza al compimento della maggiore età, e questo fatto era stato confermato dalla successiva riforma del 1927, quindi ristabilito nel 1945 dopo lafine del periodo di Vichy.

È quindi probabile che, al momento del suo arrivo in Italia nell’estate del 1946, Nyers potesse vantare sia la cittadinanza ungherese che quella jugoslava che quella francese, ed era dunque tutt’altro che apolide. Ma l’intricato giro di nazioni e situazioni politiche doveva aver confuso i giornalisti italiani e forse pure francesi, ed era bastato uno che usasse quel termine in senso eufemistico per essere preso sul serio da tutti gli altri. “Apolide è molto probabilmente un’invenzione dei giornali italiani – mi ha spiegato Lorenzo Venuti, esperto di storia del calcio magiaro, che ha collaborato a questo pezzo facendo una ricerca negli archivi della stampa ungherese – interessati da un lato ad evidenziare la vita avventurosa di Nyers, dall’altra ad aprire, secondo gli ungheresi, ad una sua convocazione nella nazionale italiana”. Non va scordato che l’arrivo in Serie A di Nyers coincise quasi con la scomparsa del Grande Torino a Superga e i difficili tentativi di ricostruire una Nazionale azzurra competitiva per andare a caccia del terzo titolo mondiale: a differenza di tanti altri stranieri del calcio dell’epoca, l’apolide Nyers iniziò a essere chiamato Stefano, quasi a sottintendere che, se avesse voluto, avrebbe potuto anche giocare per l’Italia.

Nella sua esperiemza all’Inter, Nyers ha segnato 133 reti in 182 partite di campionato, vincendo due scudetti e una classifica dei marcatori.

L’affaire Nyers è un altro di quei casi in cui il giornalismo sceglie la via della letteratura, mettendo da parte i fatti e preferendovi le leggende. Nel 2015, Giuseppe Ceretti scrisse su Il Sole 24 Ore, recensendo il libro di Francesco Rovida Istvàn Nyers. Le grand Etienne: “Divenne apolide come molti figli d’un Europa lacerata da mille conflitti, nati in territori di confine, nel suo caso una città contesa per secoli da ungheresi e slavi”. Ma noi sappiamo benissimo che non è vero: nacque in Francia e crebbe a Budapest. Può sicuramente confondere il fatto che, alla fine, concluse i suoi giorni nel 2005 a Subotica, a cui era sicuramente rimasto legato, ma che fosse effettivamente apolide appare sempre di più come un falso mito.

Alla fine, non vestì mai la maglia dell’Italia né di qualsiasi altra Nazionale. Dopo quattro stagioni da bomber implacabile in maglia nerazzurra, nel 1952 risentì dell’arrivo in panchina del difensivista Alfredo Foni, anche se nonostante ciò vinse finalmente lo scudetto da miglior marcatore della squadra (segnando, però, solo 15 gol: fu il settimo miglior realizzatore del campionato). Titolo replicato l’anno seguente, con un Nyers poco presente in campo a causa degli scontri col presidente Masseroni, che portarono quindi alla sua cessione alla Roma. Seguirono due stagioni in Catalogna, in club di secondo piano, quindi il ritorno in Italia, per giocare in Serie B prima col Lecco e poi col Marzotto Valdagno. Per un po’ visse a Bologna, poi fece ritorno a Subotica. Rimase per tutti “l’apolide” anche se forse non lo era mai stato; ma il calcio italiano della fine degli anni Quaranta aveva bisogno più che mai di eroi romantici.

Fonti

CONSOLO Ernesto, Quando segnava Istvan Nyers, l’apolide, Il Nobile Calcio

MISUR Tomas, CECERE Nicola, Addio Nyers, bomber apolide, La Gazzetta dello Sport

-URBINI Max, Histoire de… Football, Calmann-Lévy, 1964

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