Quando i comunisti sfidarono il calcio negli USA

La storia del calcio negli Stati Uniti è uno degli argomenti meno trattati e conosciuti dell’intera storia del football, ed è opinione comune che negli USA il pallone all’inglese sia un fenomeno assolutamente recente, che ha visto la sua alba negli anni Settanta con l’arrivo di Pelé e di altre stelle nell’allora NASL. Chiaramente le cose non stanno così, e potete scoprirlo leggendo un vecchio articolo su Billy Gonsalves – il primo grande fuoriclasse del soccer – oppure ascoltando l’episodio del podcast dedicato alle origini del calcio negli Stati Uniti. Ma anche sollevando un po’ della polvere della Storia da quest’epoca pionieristica, una vicenda rischia di restare comunque ancora poco nota: quando i comunisti americani decisero di riappropriarsi del calcio, come strumento di lotta anticapitalista.

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E se la NATO dominasse il calcio?

Per chiunque si interessi di storia arriva, prima o poi, quel momento in cui ci si vuole confrontare con la sensuale perversione dell’ucronia. Ecco, quella che state per leggere è una provocazione ucronica tra calcio e politica. Spesso si leggono articoli che fantasticano su “come sarebbe la Nazionale dell’URSS oggi”, o quella della Jugoslavia, o della Cecoslovacchia, o della Germania Est; ma perché non pensare invece a una Nazionale della NATO (organizzazione peraltro tornata di moda nell’ultimo periodo, dopo aver rischiato di finire quasi dimenticata)?

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L’indiano

L’indiano era sulla strada di casa. L’inverno del 1912 era particolarmente freddo, in quell’angolo estremo del Canada sud-occidentale, ma lui ormai ci era abituato. Era abituato anche alla lunga strada da fare per raggiungere la città dei bianchi fin dalla riserva posta a lato del fiume, nella poca terra che era stata lasciata loro. L’indipendenza assomigliava tanto alla ghettizzazione, pensava: nella riserva si potevano governare da soli, ma non avevano niente. Non avevano nemmeno le medicine che servivano a suo figlio malato, e così l’indiano si era dovuto mettere in cammino verso Nord, fino a a Nanaimo – un nome e una terra da tempo usurpati alla sua gente. Al ritorno, aveva incrociato un treno che portava carbone verso Sud, e aveva deciso di balzarci sopra, perché quello era l’unico mezzo di trasporto che uno come lui potesse permettersi. Era freddo, l’inverno del 1912, umido di pioggia e nevischio. L’indiano corse, saltò, scivolò, cadde, e venne travolto e maciullato dal treno, che filò via, indifferente. Il giorno dopo, straordinariamente la sua morte era sulla stampa locale, fatto più unico che raro per un indiano: moriva così Xulsimalt, che i bianchi chiamavano Harry Manson, il calciatore più forte della Columbia Britannica.

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Pancho Villa, Zapata e il calcio nel Messico rivoluzionario

Non c’era molta gente a festeggiare la rete di Claude Butlin, che consentiva al Reforma Athletic Club di consacrarsi per la quinta volta campione nazionale. In Messico, il calcio non sembrava aver attecchito come in altri paesi americani: quando era stata fondata la Liga Amateur de Football Association, nel 1902, i club partecipanti erano quattro, poi erano saliti fino a cinque ma, otto anni dopo, ci si ritrovava con appena tre squadre. Ci voleva una rivoluzione, per cambiare le cose. E una rivoluzione arrivò.

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Soccer e giustizia per George Floyd

Abbiamo visto il messaggio sui social di Jérôme Boateng, difensore del Bayern Monaco e della nazionale tedesca; abbiamo visto Marcus Thuram del Borussia Mönchengladbach inginocchiarsi dopo un gol, citando Colin Kaepernick, e poi Jadon Sancho e Achraf Hakimi, entrambi del Borussia Dortmund, esporre magliette dedicate a George Floyd. Ma un gesto altrettanto importante, ma di cui si è parlato meno a causa della scarsa fama del calciatore, è stato quello di Weston McKennie, 21enne centrocampista in forza allo Schalke 04, sceso in campo con una fascia dedicata a George Floyd.

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Non è facile parlare di calcio, in questi giorni

Ma forse ve ne siete accorti da soli. La pandemia ha generato una situazione nuova, drammatica ma, ancora di più, irreale: il calcio – e poi tutto lo sport – si è fermato, e così l’intero paese, l’Europa, il mondo. Viviamo un eterno presente sotto la tirannia di un’unica attualità possibile: il coronavirus.

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Satisfy My Soul: la Giamaica ai Mondiali

Una delle foto classiche del calcio giamaicano è quella di un trentenne con una matassa di capelli rasta che palleggia nei pressi di Battersea Park, a Londra. Il ragazzo è uno dei tanti immigrati caraibici attirati dalle promesse del Regno Unito e poi finiti a fare lavori umili ai margini della società inglese; si chiamava Bob Marley, faceva il musicista, e di lì a poco sarebbe diventato una star mondiale.

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Bora a Udine

A Trieste, la gente ha una certa conoscenza della bora, il forte vento che arriva dai Balcani e spazza la città, il porto, il mare. Appena un poco più a nord, a Udine, la bora non arriva. Ci arrivò, invece, nell’autunno del 1987, Bora, che allora era poco più che un bizzarro personaggio delle panchine di calcio.

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La stella mancata del calcio canadese

Dalla bandierina del calcio d’angolo si alzò un pallone gentile. Igor Vrablic scelse il tempo giusto, anticipò la difesa, staccò e di testa la spedì verso l’angolino alto della porta. Gol allo scadere: la sirena richiamava tutti i giocatori all’interno delle proprie celle. Il tizio che aveva fatto l’assist gli venne incontro e gli disse: “Però! Sei bravo, te!”. Certo che era bravo, Igor. “Un gol così – replicò – lo avevo fatto all’Honduras, nel 1985. Andammo a giocare i Mondiali, con quel gol, lo sai?”

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Sogno al sapore di coca e caffé: Colombia 1986, il Mondiale mai giocato

“Colombia”. Il nome riecheggiò tra gli applausi poco convinti della sala: la FIFA aveva appena annunciato che, di lì a sedici anni, la Coppa del Mondo di calcio si sarebbe disputata in Colombia. Accadeva a Stoccolma, il 9 giugno 1974; quattro giorni più tardi, a Berlino Ovest, avrebbe preso il via il primo Mondiale tedesco della storia.

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