Pancho Villa, Zapata e il calcio nel Messico rivoluzionario

Non c’era molta gente a festeggiare la rete di Claude Butlin, che consentiva al Reforma Athletic Club di consacrarsi per la quinta volta campione nazionale. In Messico, il calcio non sembrava aver attecchito come in altri paesi americani: quando era stata fondata la Liga Amateur de Football Association, nel 1902, i club partecipanti erano quattro, poi erano saliti fino a cinque ma, otto anni dopo, ci si ritrovava con appena tre squadre. Ci voleva una rivoluzione, per cambiare le cose. E una rivoluzione arrivò.

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Soccer e giustizia per George Floyd

Abbiamo visto il messaggio sui social di Jérôme Boateng, difensore del Bayern Monaco e della nazionale tedesca; abbiamo visto Marcus Thuram del Borussia Mönchengladbach inginocchiarsi dopo un gol, citando Colin Kaepernick, e poi Jadon Sancho e Achraf Hakimi, entrambi del Borussia Dortmund, esporre magliette dedicate a George Floyd. Ma un gesto altrettanto importante, ma di cui si è parlato meno a causa della scarsa fama del calciatore, è stato quello di Weston McKennie, 21enne centrocampista in forza allo Schalke 04, sceso in campo con una fascia dedicata a George Floyd.

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Non è facile parlare di calcio, in questi giorni

Ma forse ve ne siete accorti da soli. La pandemia ha generato una situazione nuova, drammatica ma, ancora di più, irreale: il calcio – e poi tutto lo sport – si è fermato, e così l’intero paese, l’Europa, il mondo. Viviamo un eterno presente sotto la tirannia di un’unica attualità possibile: il coronavirus.

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Satisfy My Soul: la Giamaica ai Mondiali

Una delle foto classiche del calcio giamaicano è quella di un trentenne con una matassa di capelli rasta che palleggia nei pressi di Battersea Park, a Londra. Il ragazzo è uno dei tanti immigrati caraibici attirati dalle promesse del Regno Unito e poi finiti a fare lavori umili ai margini della società inglese; si chiamava Bob Marley, faceva il musicista, e di lì a poco sarebbe diventato una star mondiale.

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Bora a Udine

A Trieste, la gente ha una certa conoscenza della bora, il forte vento che arriva dai Balcani e spazza la città, il porto, il mare. Appena un poco più a nord, a Udine, la bora non arriva. Ci arrivò, invece, nell’autunno del 1987, Bora, che allora era poco più che un bizzarro personaggio delle panchine di calcio.

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La stella mancata del calcio canadese

Dalla bandierina del calcio d’angolo si alzò un pallone gentile. Igor Vrablic scelse il tempo giusto, anticipò la difesa, staccò e di testa la spedì verso l’angolino alto della porta. Gol allo scadere: la sirena richiamava tutti i giocatori all’interno delle proprie celle. Il tizio che aveva fatto l’assist gli venne incontro e gli disse: “Però! Sei bravo, te!”. Certo che era bravo, Igor. “Un gol così – replicò – lo avevo fatto all’Honduras, nel 1985. Andammo a giocare i Mondiali, con quel gol, lo sai?”

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Sogno al sapore di coca e caffé: Colombia 1986, il Mondiale mai giocato

“Colombia”. Il nome riecheggiò tra gli applausi poco convinti della sala: la FIFA aveva appena annunciato che, di lì a sedici anni, la Coppa del Mondo di calcio si sarebbe disputata in Colombia. Accadeva a Stoccolma, il 9 giugno 1974; quattro giorni più tardi, a Berlino Ovest, avrebbe preso il via il primo Mondiale tedesco della storia.

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La Gold Cup 2019 in 16 nomi

Il suo nome è un tantino controintuitivo, ma la Gold Cup è il torneo continentale organizzato dalla CONCACAF, la Federazione del calcio nordamericano, la cui prima edizione risale al 1963. Il record di vittorie – dieci – appartiene ovviamente al Messico, ma negli ultimi trent’anni è andato crescendo il ruolo degli Stati Uniti, vincitori di sei titoli e campioni in carica, nonché organizzatori delle precedenti quattordici edizioni del torneo, a volte in coppia con un’altra nazione. Nel 2019, però, la Gold Cup si disputerà per la prima in tre diversi paesi: Stati Uniti, Costa Rica e Giamaica, con le due nazioni caraibiche che non avevano mai ospitato la fase finale della coppa. Il torneo durerà dal 15 giugno al 7 luglio.

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Morera, un costaricano a Barcellona

“Ho bisogno di denaro”. Esordì così, nell’estate del 1936, Alejandro Morera, davanti al signor André Vassenet. Morera era un costaricano di ventisette anni, bassa statura, capelli ben pettinati e sguardo intenso; Vassenet un signore che da un anno appena era divenuto il primo francese a presiedere il Le Havre Athletic Club, la più antica società di football di Francia.

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