Nyers, storia di un apolide immaginario

Gli anni dell’immediato dopoguerra furono quelli in cui il calcio italiano risollevava spiritualmente il Paese e preparava il terreno al boom economico degli anni Cinquanta. Una delle scintille che portarono a quell’esplosione fu, in un certo senso, il ricchissimo acquisto fatto dall’Inter nell’estate del 1948, quando il presidente Masseroni strappava allo Stade Français il suo fuoriclasse, Étienne Nyers. Per riscattare la deludente stagione passata, la società nerazzurra puntava forte sul gioco offensivo del tecnico gallese John Astley e su una serie di importanti acquisti, dato che oltre a Nyers erano arrivati Gino Armano dall’Alessandria e Amedeo Amadei dalla Roma: l’obiettivo era quello di interrimpere il dominio del Grande Torino e imporsi come nuova potenza del calcio italiano. Lo scudetto non arrivò, ma i gol di Nyers aprirono una nuova fase della storia dell’Inter, portandola a pieno titolo nel novero delle grandi della Serie A.

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Czeizler e il calcio totale alla svedese

L’arrivo di quel signore ungherese a Norrköping doveva essere percepito come uno strano evento: quella era una cittadina industriale dell’entroterra svedese, lungo la strada che collega Malmö a Stoccolma, luogo di gente che lavorava sodo in cui calcio non aveva mai raccolto grandi fortune. Non erano state infatti le circostanze sportive a condurre fin lassù Lajos Czeizler, ma quelle politiche: i venti di guerra e della discriminazione razziale lo avevano costretto a lasciare l’Italia già nel 1935, e poco dopo era sbarcato in Svezia. Il paese scandinavo era diventato, nei primi anni di conflitto, terra di rifugio di tanti esuli in fuga dall’avanzata nazista e dalle persecuzioni antisemite, grazie all’equilibrismo del governo di Per Albin Hansson, che aveva consentito di mantenere neutrale il paese.

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L’oligarchia economico-calcistica di Viktor Orbán

“Per lui, giocare a calcio era un modo per liberare la propria aggressività. Una volta finì col pallone in fallo laterale. Quando tutti si fermarono, Orbán disse ‘Non è fuori’, e andò avanti, e segnò. Stava riscrivendo le regole: ‘Ve lo dico io se è o non è fuori’.”

Zsolt Komáromy, ex-calciatore dilettante
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La contromaledizione di Béla Guttmann

Questa storia la conosciamo tutti: è forse la più famosa leggenda del calcio, che perseguita il Benfica da quasi sessant’anni. Nel 1962, subito dopo aver portato il club di Lisbona ad alzare la sua seconda Coppa dei Campioni, l’allenatore ungherese Béla Guttmann s’incontrò con i dirigenti e chiese un aumento di salario, che gli venne negato. I rapporti tra le parti si ruppero inaspettatamente, e Guttmann decise di licenziarsi, aggiungendo le nefaste parole: “Il Benfica non riuscirà a diventare campione d’Europa per almeno un secolo!” E così fu.

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Tramonto danubiano

Si dice che il sogno dell’Ungheria si sia infranto prima sulle mani di Toni Turek, nell’estate del 1954, e poi contro l’acciaio dei carrarmati sovietici, nell’autunno del 1956. L’Aranycsapat, la “Squadra d’Oro” allenata da Gusztáv Sebes che aveva conquistato l’oro olimpico di Helsinki e che pareva destinata a vincere in scioltezza i Mondiali del 1954, si sfaldò in seguito alle defezioni eccellenti di Puskas, Kocsis e Czibor, e sparì dai radar del grande calcio internazionale. Poi vai a vedere bene, e le cose sono sempre un po’ più sfumate: ci fu un’altra Ungheria, meno da prime pagine ma a suo modo vincente, che riempì come poté quegli anni crepuscolari.

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Dall’Est all’Ovest: Storia dei campioni del calcio comunista oltre la Cortina di Ferro

“Una cortina di ferro è calata sul fronte russo. Non sappiamo cosa stia succedendo dietro di essa.” – Winston Churchill

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