Belounis, una storia di calcio e kafala in Qatar

L’Île-de-France è un nazione nella nazione, quell’area geopolitica che abbraccia Parigi e che da sola produce probabilmente più calciatori di talento di qualunque altra zona della Francia e alla pari di tanti veri e propri stati europei. Talmente tanti calciatori che non tutti riescono a sfondare in patria, e devono cercare fortuna all’estero, a volte anche in campionati di secondo piano. Inizia così il girovagare di Zahir Belounis, attaccante di origine algerina nato e cresciuto a Saint-Maur-des-Fossés – in una cittadina in cui circa il 15% della popolazione, quando lui era ragazzo, era composto da immigrati – che all’inizio degli anni Duemila ha iniziato a viaggiare tra le serie minori transalpine, poi in Malesia, Svizzera e infine Qatar. Si dice talvolta che il sogno di ogni nomade moderno sia la vita tranquilla dello stanziale: Belounis, in Qatar, finì per trovarsi costretto a rimanere.

Quando il suo caso divenne finalmente noto, uscendo dal silenzio qatariota, Zahir Belounis aveva 33 anni ed era già da due anni in lotta per la sua libertà, qualcosa che un calciatore professionista francese che non ha commesso alcun crimine non si aspetterebbe mai di dover condurre. Era stata la CNN a estrarre la sua storia dalla sabbia del deserto: “Inizierò uno sciopero della fame, la prossima settimana. Mi trattano come un cane, ma intendo lottare. Io ci morirò, qui in Qatar” minacciava, al limite della sopportazione. Due anni senza stipendio, con un contratto ancora ampiamente in vigore eppure di fatto senza una squadra, dopo essere stato emarginato all’improvviso e senza spiegazione dall’El Jaish di Doha, con il quale aveva firmato nel 2007. E, in tutto questo, anche impossibilitato a lasciare il Paese.

Il Qatar, per lui, era stato il sogno di una vita. Con la carriera che aveva avuto fino a quel momento non si aspettava certo di arrivare a giocare in uno dei campionati emergenti del mondo asiatico, nonché ovviamente uno dei più ricchi: solo qualche anno prima di lui, lì erano finiti a giocare Pep Guardiola, Frank de Boer e Gabriel Omar Batistuta. A Doha aveva con sé la famiglia, la moglie Johanna e due figlie che sono nate proprio lì, stava iniziando iniziare la sua nuova vita nel nuovo paese del calcio, che a fine 2010 si vedeva assegnare anche la Coppa del Mondo del 2022. Era stata una rapida escalation: ovunque fiorivano nuovi cantieri per ridisegnare completamente il paese in vista dei Mondiali, mentre la popolazione cresceva a vista d’occhio grazie al continuo arrivo di immigrati dall’Asia meridionale, che andavano a costituire la forza lavoro qatariota. Arrivavano sponsor, stelle del calcio internazionale pronte a spendere qui gli ultimi anni di carriera, e nel frattempo la Qatar Foundation rimpiazzava UNICEF come sponsor di maglia del Barcellona, la squadra più forte al mondo. Nel suo piccolo, Belounis era al centro di tutto questo.

Nel giro di pochi anni, era divenuto capitano dell’El Jaish e nel 2011 aveva condotto la squadra alla promozione in prima divisione, dopo la quale la società aveva investito in nuovi acquisti per rinforzare la rosa (erano arrivati Wagner Ribeiro, l’ex-Internacional Adriano, e il talento algerino Karim Ziani). In estate gli era anche stato concesso un passaporto qatariota, per rappresentare la Nazionale alla Coppa del Mondo Militare a Rio de Janeiro (era stato convocato grazie al fatto che l’El Jaish era il club dell’esercito del Qatar), che aveva concluso con un sorprendente quarto posto. Quando però era tornato dal Brasile, le cose improvvisamente erano cambiate. Gli fu detto che, dopo i nuovi acquisti, in squadra non c’era più posto per lui e che sarebbe stato ceduto in prestito all’Al-Markhiya: una decisione a cui non poteva opporsi e che accettò solo dietro la promessa che il suo stipendio sarebbe rimasto lo stesso che percepiva prima.

Classe 1980, Zahir Belounis ha giocato nelle serie minori francesi con l’Olympique Noisy-le-Sec, l’Île Rousse Monticello e il Saint-Lô Manche. Nel 2005 si è trasferito in Malesia per giocare con il Melaka TMFC, poi è tornato in Europa firmando con gli svizzeri del La Tour/Le Pâquier, fino a che nel 2007 non è andato in Qatar.

Ovviamente questo non accadde. Il salario di Belounis veniva pagato solo in una minima parte, e alla fine della stagione rientrò all’El Jaish, ma solo formalmente: fuori squadra, costretto ad allenarsi privatamente e a proprie spese, e con lo stipendio sospeso nonostante un contratto firmato fino al 2015. Per sopravvivere e prendersi cura della sua famiglia, dovette chiedere aiuto a genitori e parenti a Parigi perché gli mandassero dei soldi, e affidarsi alla piccola comunità francese di Doha. Avrebbe voluto lasciare il Qatar e ricominciare altrove, ma quando era tornato da Rio la società si era ripresa il passaporto, e non aveva legalmente alcun modo per uscire dal paese. Decise di fare causa all’El Jaish, ma si trovò contro un muro di gomma: ottenere giustizia dallo stato in Qatar contro una società che è emanazione stessa dello stato è impossibile. I dirigenti vennero da lui e gli proposero un accordo: verrai pagato, ma prima devi firmare dei documenti in cui dichiari che non ti dobbiamo niente. Belounis fiutò la trappola, e non firmò.

Si potrebbe pensare che la kafala non riguardi i calciatori, ma evidentemente non è così. Il tradizionale sistema del lavoro diffuso in Qatar è un raffinato strumento di potere nelle mani dell’élite a cui fa capo la famiglia Al Thani. Lo straniero che arriva a lavorare nel paese, come Zahir Belounis, deve sottostare a delle regole impensabili altrove: la consegna del passaporto, la necessità di un visto d’uscita per trasferirsi altrove, che può essere ottenuto solo con il consenso del datore di lavoro. Nessun diritto nemmeno per quanto riguarda il pagamento regolare degli stipendi, e la sostanziale impossibilità di appellarsi a un giudice. Questo ha portato vari esperti, come ad esempio la segretaria dell’International Trade Union Confederation Sharan Burrow, a definire il Qatar “uno stato schiavista”. Certo, se sei Batistuta nessuno ti imporrà mai nulla del genere, ma se invece sei un misconosciuto attaccante delle serie minori francesi, non godrai di questo privilegio. E la realtà è che a tutti gli altri lavoratori sottoqualificati, le cose vanno anche peggio.

Mentre il caso di Belounis emergeva sulla stampa internazionale, diverse ong come Human Rights Watch denunciavano i crimini insiti nel sistema del lavoro in Qatar. A settembre 2013, l’International Trade Union Confederation chiedeva urgentemente delle riforme e denunciava che le vite di almeno 4.000 operai migranti erano a rischio a causa dei progetti di costruzione per i Mondiali del 2022. A ottobre, Amnesty International pubblicava un report dettagliato sulle violazioni dei diritti umani dei lavoratori in Qatar: non era più solo il caso di Zahir Belounis, ma un intero sistema di sfruttamento su larga scala, a cui la FIFA si stava appoggiando per organizzare il suo grande evento. E finalmente se ne stava iniziando a parlare anche all’estero.

La stampa anglosassone aveva dato grande visibilità alla sua storia, al punto che a giugno, durante una visita a Doha, il Presidente della Repubblica francese François Hollande aveva voluto incontrarlo. Cinque mesi dopo, Belounis decise di inviare una lettera all’allenatore del Bayern Monaco Pep Guardiola e al vice-allenatore del Real Madrid Zinédine Zidane, entrambi ambasciatori di Qatar 2022, per chiedere di intercedere per la sua liberazione. “Da diversi mesi sto vivendo un incubo a causa del sistema della kafala. Questo sistema mi sta lentamente uccidendo, e molti altri lavoratori rischiano di soffrire allo stesso modo. Vi chiedo di usare la vostra influenza come ambasciatori del calcio per parlare di ciò che sta accadendo a me e a tanti altri giovani uomini in Qatar”. Pochi giorni dopo quella lettera, il sindacato internazionale dei calciatori FIFPro inviò una delegazione a Doha a chiedere alle autorità locali cambiamenti nella legislazione del lavoro e il rilascio di Zahir Belounis.

Zahir Belounis, a destra, assieme al Presidente francese François Hollande, nell’autunno 2013. La Francia è considerata una delle principali promotrici, ai tempi di Nicolas Sarkozy, dei Mondiali in Qatar. Nell’estate del 2011, pochi mesi prima che iniziasse l’incubo del calciatore all’El Jaish, il fondo sovrano di Doha acquistava il Paris Saint-Germain.

Ma il Qatar continuava a fare muro. Inizialmente era stato comunicato al giocatore che la sua situazione sarebbe stata risolta e che avrebbe ottenuto, dopo due anni di attesa, il via libera a lasciare il paese, ma successivamente era stato invitato dall’El Jaish a firmare una risoluzione del contratto, e ancora una volta Belounis si era tirato indietro: “Sono spaventato dal farlo – aveva spiegato all’Independent – potrei finire con nulla in mano, dopo aver lottato così a lungo”. Il quotidiano britannico aveva poi intervistato Saoud Al Mohannadi, il capo della Federcalcio qatariota, che aveva raccontato una storia che pareva provenire da un mondo parallelo: “Belounis continua a venire regolarmente pagato dall’esercito ogni mese, ne sono sicuro al 100%: ha un posto fisso nelle forze armate. Di solito, quando ci sono delle dispute, i giocatori ci contattano, ma di questo caso noi abbiamo sentito parlare unicamente dai media”.

La versione di Al Mohannadi era che il calciatore francese non aveva firmato alcun contratto con l’El Jaish, ma bensì con l’esercito: quest’ultimo sarebbe stato il suo kafeel, cioè il suo garante, il soggetto principale del sistema della kafala. L’esercito forniva a Belounis una villa e una macchina, e si occupava di pagarne lo stipendio. “A meno che non abbia fatto qualcosa di sbagliato e non abbia alcuna responsabilità nei confronti di nessuno, può ottenere un visto di uscita” spiegava Al Mohannadi. E allora perché da due anni era bloccato in Qatar? Perché chiedeva prestiti ad amici e parenti per sopravvivere? Perché asseriva di vivere in una casa vuota, dopo aver venduto tutto ciò che aveva per sopravvivere? A dispetto di tutto quello che le associazioni per i diritti umani e la stessa FIFPro avevano documentato, le autorità qatariote insistevano a raccontare una versione dei fatti del tutto opposta all’evidenza. Se pensavate che questa fosse la terra della sabbia, vi sbagliavate: è la terra della nebbia, una fitta opacità comunicativa in cui non si distinguono che sagome sfuggenti.

Ma a fine novembre le cose cambiarono, improvvisamente. Non sapremo mai come andò, se qualcuno d’importante aveva premuto i tasti giusti, o se semplicemente il clamore del caso Belounis fosse divenuto troppo controproducente per la monarchia degli Al Thani. Fatto sta che Zahir Belounis venne liberato e finalmente poté tornare a Parigi e riabbracciare i suoi parenti. Per qualcuno, da lì in avanti le cose iniziarono davvero a cambiare in Qatar: a dicembre 2016, il Ministro del Lavoro Issa Al Nuaimi introduceva una nuova riforma che facilitava il cambio di lavoro e l’iter per lasciare il paese. Amnesty International fu la prima ong a contestare le leggi, ritenendole inefficaci, e questo portò, in capo a soli quattro anni, alla promulgazione di una nuova regolamentazione del lavoro, che secondo il governo di Doha e la stessa FIFA aveva completamente smantellato la kafala. Missione compiuta.

Nel novembre del 2014, la CNN rintracciò Zahir Belounis a Malaga, dove si era trasferito a vivere, trovando lavoro come cameriere nel ristorante di un amico. “Ero un uomo adulto, con moglie e figli, e sono stato costretto a tornare a vivere a casa di mia madre… è stato imbarazzante”. “Quando è tornato a Parigi, era come un animale traumatizzato. Era impossibile farlo sorridere” ha ricordato suo fratello Mahdi. “Come madre, non c’è niente di peggio che vedere il proprio figlio chiedere disperatamente aiuto, sentirlo piangere al telefono, alla tv o alla radio” ha confessato invece sua madre Fouzia. “All’inizio è stato difficile – proseguiva il suo racconto Belounis – perché ero abituato alla bella vita di un calciatore professionista. Ma mi sono adattato, e oggi rispetto il lavoro da cameriere”. Nel frattempo, le ong e i giornalisti d’inchiesta hanno continuato a diffondere dati inquietanti sullo sfruttamento dei lavoratori in Qatar, anche dopo la riforma del 2020, denunciando che nella sostanza la kafala è ancora in vigore. Se l’ITUC nel 2013 denunciava il rischio di 4.000 morti nei cantieri del Mondiale, un report di Amnesty International dell’estate del 2021 parlava di almeno 15.000 morti.

Zahir Belounis riabbraccia la madre Fouzia all’aeroporto Roissy-Charles-de-Gaulle, al suo ritorno a Parigi dopo oltre sei anni, il 28 novembre 2013.

Fonti

BELOUNIS Zahir, Zahir Belounis: ‘The system in Qatar is killing me. Please speak up’, The Guardian

MASTERS James, Zahir Belounis: From ‘soccer prisoner’ to waiter, CNN

MONTAGUE James, Desert heat: World Cup hosts Qatar face scrutiny over ‘slavery’ accusations, CNN

WARSHAW Andrew, Exclusive: Is Zahir Belounis a Qatari wage slave or not? Local FA break silence to dispute footballer’s ‘nightmare’ tale, The Independent

The Zahir Belounis case: trapped in Qatar, FIFPro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: