Come l’Atlético Madrid è diventato la squadra dei franchisti

Le ore prima di una partita sono sempre febbrili. Febbrili, cioè calde e tremanti, irrequiete. Specialmente se la partita in questione è un derby, come quello tutto spagnolo che quella sera di dicembre metteva a confronto l’Atlético Madrid e la Real Sociedad in Coppa UEFA. Da San Sebastián erano scesi in tanti, per quel match: la capitale era stata invasa dalla gente del Nord, quei baschi in qualche modo imparentati con i terroristi dell’ETA che proprio in quei giorni trattavano con il governo Aznar per porre fine alla lotta armata. E il Vicente Calderón rappresentava il rovescio della medaglia, una roccaforte unionista e conservatrice. Così che era molto incauto entrare in un bar dei dintorni dello stadio con indosso una sciarpa della Real Sociedad, in una sera del genere, come aveva fatto Veronica, la ragazza di Aitor, due dei tifosi scesi per l’occasione da San Sebastián. Erano volati insulti pesanti, spintoni, e i due ragazzi aveva deciso di andarsene, ma sulla porta uno aveva piantato un coltello nel cuore di lui. Aitor Zabaleta, 28 anni, si era trascinato fino alle porte dello stadio, dov’era crollato a terra, prima di morire in ospedale. L’uomo che l’aveva ucciso si chiamava Ricardo Guerra Cuadrado, ed era membro di un’organizzazione chiamata Frente Atlético.

Il caso Zabaleta scosse la Spagna, soprattutto perché del Frente Atlético si diceva male da parecchio tempo. Il più numeroso gruppo ultras del paese, ufficialmente apolitico ma in realtà notoriamente dominato dall’estrema destra nostalgica della dittatura franchista. Era cresciuto a dismisura tra gli anni Ottanta e Novanta, seguendo il percorso di rinascita del club, che nel 1996 tornava a vincere lo scudetto dopo 19 anni. E lo aveva fatto con il supporto e il finanziamento offerto dalla dirigenza stessa, quella guidata da Jesús Gil, molto noto per le sue posizioni razziste e misogine (tanto che qualche anno prima aveva fondato un partito populista di destra, il Grupo Independiente Liberal). Nel 1996, durante dei suoi tanti incontri con gli ultras dell’Atlético, Gil se n’era uscito con un “Viva Franco, viva la Spagna” per arringare i tifosi.

Ma questa storia era molto più vecchia di Jesús Gil: c’era un motivo se, in un modo o nell’altro, l’Atlético Madrid aveva finito per diventare il terreno fertile in cui far germogliare il tifo più fascista di Spagna. La sua stessa storia si presta bene a un simile raccolto: quando la guerra civile finì, nel 1939, l’Atlético non esisteva; c’era invece l’Athletic, poco fortunata succursale madrilena della corazzata di Bilbao in crisi economica e sportiva, il cui nome inglese e le radici basche poco andavano d’accordo con il nuovo corso nazionalista che il Generalissimo intendeva dare alla Spagna non più repubblicana. Fu per questo che ne venne ordinata la fusione con l’Aviación Nacional, la squadra composta dai riservisti dell’aviazione agli ordini di Franco, che durante il conflitto si era messa in mostra come una squadra molto competitiva vincendo il campionato regionale aragonese, e per questo si era meritata il diritto a trasformarsi in un club vero e proprio.

La fusione comportò un’incorporazione, nei ranghi dirigenziali dell’Atlético, di un folto numero di dirigenti dell’Aviación, vale a dire di militari fascisti, che imposero subito alla presidenza un falangista della prima ora come Francisco Vives Camino. Fu grazie a persone del genere (o come altri futuri presidenti dal pedigree falangista, come Luis Navarro Garnica, Jesús Suevos e Manuel Gallego Suárez-Somonte) che l’Atlético Madrid si caratterizzò presto come la squadra del regime. Alla ripresa dell’attività sportiva, posto sotto la guida tecnica di Ricardo Zamora, i nuovi Colchoneros conquistarono immediatamente lo scudetto, facendo poi il bis nel 1941. Il nuovo corso del fútbol spagnolo ricominciava cosìnel segno di Franco e dell’Atlético.

La storia maglia dell’Atlético Aviación, denominazione ufficiale del club fino al 1946, tra le mani dell’ex-portiere Antonio Pérez Balada. Si nota come lo stemma comprendesse le ali, segno dell’eredità aviatoria della squadra.

Questa, però, è solo una parte della storia. Nella seconda metà del Novecento, è indubbio che la palma di squadra favorita dal Franchismo sia passata nelle mani dell’altra formazione di Madrid, il Real, in particolare dopo che nel 1943 la presidenza dei Blancos passò all’ex-giocatore e falangista convinto Santiago Bernabeu, sotto la cui direzione il club s’impose come la squadra più forte al mondo, rafforzando la propria identificazione con il regime spagnolo di cui era implicitamente la portabandiera. Questi successi attirarono verso il Real Madrid un forte tifo alto-borghese e monarchico, e progressivamente portarono l’Atlético e divenire molto più popolare tra le classi umili della Capitale: “L’Atlético raggruppa il tifo artigiano e operaio” scriveva nel 1973, con Franco ancora al potere, lo scrittore Francisco Umbral.

Il caso dei Colchoneros non è poi tanto diverso da quello della Lazio: i legami fascisti sotto la dittatura erano ben saldi e innegabili, ma non certo esclusivi; ogni squadra di calcio in Spagna doveva essere in ottimi rapporti col regime e avere nelle sue fila dirigenti vicini al potere franchista. Questo accadde in ogni città e in ogni club, perfino nel Barcellona che poi si sarebbe caratterizzato invece come la squadra simbolo degli indipendentisti catalani. Ma gli anni che seguirono la caduta del regime furono decisivi per il consolidamente del mito franchista dell’Atlético: mentre, negli anni Ottanta della democrazia e della movida madrilena, il Real risorgeva con la Quinta del Buitre andando di pari passo con gli exploit del Partido Socialista di Felipe González, i biancorossi restavano al palo e addirittura richiamavano ai vertici societari Vicente Calderón, già presidente dal 1964 al 1980 e falangista durante la guerra civile.

In tutto questo, ovviamente, il tifo fece la sua parte. Se nel resto di Spagna iniziava a nascere l’idea di un Atlético Madrid più “di destra” degli altri club, all’interno della curva locale furono proprio i gruppi più radicali a prendere il sopravvento. Nel 1968 si formò il Fondo Sur, un gruppo ultras caratterizzato dall’utilizzo di berretti militari neri da parte dei suoi componenti e dall’atteggiamento aggressivo, che portò a casi di violenza già nei primi anni Settanta. Fu dal Fondo Sur che, nel 1982, prese infine forma il Frente Atlético, il cui nome stesso si rifaceva a quello dell’ormai dissolto Frente de Juventudes, un’organizzazione giovanile neofascista nella quale si erano formati molti dei componenti del gruppo, che nel tifo calcistico avevano trovato un modo per proseguire l’attività politica.

Così, mentre club come Real Madrid o Barcellona avevano trovato il modo, nel corso degli anni, per prendere le distanze dal regime di Franco, l’Atlético ci era rimasto, volente o nolente, appiccicato. E questa identificazione era stata così forte da venire ribadita anche da celebri scrittori di sinistra: nel suo Selvaggi e sentimentali: parole di calcio, Javier Marías raccontava la rivalità tra Real e Atlético ricordando che il primo portava il nome della città bombardata dai fascisti, mentre il secondo era il club dell’aviazione che aveva sganciato le bombe. “L’Atlético Madrid è, in realtà, l’unica squadra che possa considerarsi franchista” gli faceva eco, anni dopo, Juan Aparicio Belmonte.

Il mitico presidente dell’Atlético Vicente Calderón. Durante la guerra civile fu un militante franchista, ma da presidente del club ebbe tra i suoi più fidati collaboratori Víctor Martínez, militante repubblicano e poi fondamentale dirigente sportivo tra gli anni Sessanta e Settanta.

Dal 1939 a oggi, gli ultras del Frente Atlético sono rimasti aggrappati saldamente a un filo ininterrotto teso nella storia dei Colchoneros, e che nessuno è mai stato in grado di recidere. Un filo fatto di estremismo politico e violenze negli stadi, che ha avuto il suo culmine un giorno di novembre del 2014 nei pressi dello stadio Vicente Calderón, prima di una partita di campionato contro il Deportivo La Coruña. Il Frente Atlético e il Riazor Blues, la tifoseria di estrema sinistra dei galiziani, arrivarono a scontrarsi già in strada, e nel disordine uno dei tifosi del Depor, il 41enne Francisco Javier Romero Taboada detto Jimmy, fu ripetutamente ferito e infine gettato nel Manzanares, dove morì. Nonostante il lungo processo, i responsabili del suo omicidio non furono mai identificati, ma da quel giorno la dirigenza dell’Atlético decise di interrompere definitivamente i propri rapporti con il gruppo ultras, espellendolo dallo stadio.

L’Atlético stava cambiando. Nel 2003, Gil era stato estromesso dalla presidenza e il suo posto era stato rilevato da Enrique Cerezo, che stava rinnovando l’immagine del club e che sarebbe poi divenuto il presidente più longevo della storia della società. In questo percorso si sarebbero poi rivelati fondamentali i successi del nuovo allenatore Diego Simeone, arrivato in panchina nel 2011 dopo due esperienze da giocatore negli anni Novanta e Duemila. La mentalità, da molti definita “operaia”, dei nuovi Colchoneros del Cholo stava a suo modo contribuendo a indebolire il mito della squadra franchista, avvicinandola alla parte più popolare e moderata del suo tifo.

Fonti

-DURAN Luis Fernando, Gil alardea ante sus peñas, El País

FIDALGO Paloma F., «El Atlético de Madrid fue el único equipo franquista», Revista Líbero

RUIZ José Manuel, ¿Es el Atlético de Madrid un equipo de derechas?, El Confidencial

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