Il Barcellona è davvero “più di un club”?

La scritta campeggia sulle tribune del Camp Nou, il “Nuovo Stadio” inaugurato nel 1957 a Les Corts, il distretto occidentale di Barcellona. Més que un club è il motto che incarna lo spirito del FC Barcellona, la sua vocazione a essere simbolo non solo di una città ma di un’intera regione, quella Catalogna che non si è mai del tutto sentita parte della Spagna. Questa storia la si sente ripetere spesso, ma è vera solo in parte: Més que un club, in verità, è soprattutto uno slogan promozionale, una mossa di marketing mascherata da messaggio politico.

Partiamo dalle origini. La prima volta che questa frase viene pronunciata è il 17 gennaio 1968, nel discorso di insediamento del nuovo presidente Narciso de Carreras. “Il Barça è più di una semplice squadra di calcio. Il Barça è più di un luogo di intrattenimento in cui vediamo giocare una squadra la domenica. È più di tutte le cose. È uno spirito in cui siamo profondamente radicati. Sono quei due colori che amiamo più di qualsiasi altra cosa”. Tante belle parole che, però, nella pratica dicono poco, e che potremmo riutilizzare per qualsiasi squadra: il Barcellona è più di un club, ma cioè cosa? Di sicuro, De Carreras non pensava all’indipendentismo catalano: avvocato e dirigente sportivo, era poco più che trentenne quando finì la Guerra Civile e iniziò la sua stretta collaborazione con il regime franchista, noto per reprimere duramente le istanze regionaliste spagnole.

Le parole di De Carreras non erano altro che un vuoto slogan politico, la rivendicazione di un’identità sportiva blaugrana che, in un certo senso, doveva sostituirsi a quella politica catalana che ancora resisteva al nazionalismo di Franco. Ma il motto ebbe successo soprattutto grazie al suo successore Agustí Montal, che nel fece il simbolo della propria campagna presidenziale. Nei primi anni Settanta, la crisi del regime – che sarebbe poi caduto nel 1975 – fece sì che Més que un club iniziasse a connotarsi anche politicamente, con la squadra che andava raccogliendo sempre maggiori simpatie indipendenstiste e di sinistra sugli spalti. Montal fu bravo a sfruttare il vento che cambiava portando a Barcellona due simboli della rivoluzione del calcio olandese, l’allenatore Rinus Michels e l’attaccante Johan Cruijff, che nel 1974 riconquistarono un campionato che mancava da quattordici anni.

La Junta Directiva del Barcellona, nel 1972, consegna al dittatore Francisco Franco una di tante onoreficenze. Solo nel febbraio 2019 il club ha deciso fosse meglio revocarle.

Ma attribuire simpatie di sinistra a Montal sarebbe peccare di ingenuità: proveniva da una ricca famiglia borghese di imprenditori tessili, suo padre era già stato presidente del Barça ed era anche lui molto legato al regime. È solo col ritorno della democrazia che il club ha iniziato a sposare la causa del catalanismo, principalmente attraverso l’uso della lingua catalana nei documenti ufficiali, rispondendo così a un sentimento che era andato crescendo tra i tifosi e rimarcando una netta differenza con i rivali cittadini dell’Espanyol, che via via si sono sempre più caratterizzati come la squadra unionista.

Il Barça, inteso come società con dei dirigenti che prendono le decisioni, ha più che altro tollerato, e non pienamente abbracciato, la vocazione indipendentista che connotava una parte dei suoi tifosi, sorta durante gli anni del Franchismo come appendice alla rivalità sportiva con il Real Madrid, la squadra della capitale e della monarchia (mentre Barcellona era stata la grande città della Repubblica). Così nel 1977 i soci elessero il primo presidente post-dittatura, e la scelta ricadde su Raimon Carrasco, legato agli indipendentisti democristiani dell’Unió Democràtica de Catalunya e figlio di un politico giustiziato dai franchisti. Ma già il suo successore Josep Lluís Núñez, il presidente più longevo e quello che ha conquistato la prima Coppa dei Campioni, seppe mantenere una maggiore equidistanza politica, e anzi fu in contrasto con il noto leader indipendentista Jordi Pujol, che voleva sfruttare l’immagine del Barça per la sua carriera.

Negli anni successivi, sullo scranno presidenziale blaugrana si sono sì seduti uomini schierati con l’indipendenza della Catalogna – Joan Laporta e Sandro Rosell – ma anche altri di tendenza opposta. Joan Gaspart, in carica tra il 2000 e il 2003, a proposito del referendum del 2017 disse di essere a favore del voto, ma contrario all’indipendenza, e che in caso questa avesse vinto avrebbe abbandonato la Catalogna. L’attuale presidente Josep Maria Bartomeu, eletto nel 2014, ha addirittura firmato un discusso accordo con una società di comunicazione per screditare sui social alcune figure ritenute scomode per il club, tra le quali figurava anche il leader indipendentista Carles Puigdemont.

Il catalanismo del Barça, a guardare bene, sembra più che altro una posizione di facciata, in cui i pochi a crederci veramente sono alcuni tifosi e giocatori (come Oleguer, Piqué e Guardiola). Uno dei grandi simboli della vocazione indipendentista del Barcellona, infatti, è il famoso urlo “Independencia” che si leva nel Camp Nou al minuto 17.14 di ogni partita: è un gesto della tifoseria, che il club accetta e, in un certo senso, sostiene proprio come si accettano e sostengono cori e coreografie che caratterizzano uno stadio rispetto agli altri.

Emblematico il passaggio da Unicef, organizzazione che si occupa dei diritti dell’infanzia, a Qatar Airways, compagnia aerea di proprietà di uno stato illiberale accusato di sovvenzionare il terrorismo.

Quindi, cosa significa essere più di un club? Negli ultimi anni, il Barcellona sembra invece essere divenuto sempre più una squadra come tutte le altre, ma con un gran reparto marketing, che ha evoluto uno slogan in un brand. Nel 2006, per la prima volta la società ha accettato di mettere uno sponsor sulle proprie maglie, ma i dirigenti spiegarono che era un sacrificio acecttabile per una buona causa, dato che lo sponsor era Unicef. Quattro anni dopo, però, il suo spazio veniva preso da Qatar Foundation, tre anni dopo sostituita da Qatar Airways; oggi, lo sponsor del Barça è Rakuten, che in tre anni ha versato 57 milioni di euro nelle casse del club: si tratta del secondo accordo di sponsorizzazione più ricco della storia del calcio, dietro quello tra Chevrolet e Manchester United.

I miti che girano attorno al Barcellona sono tanti, e basta andare a vedere brevemente la storia del club per scoprire quanto i blaugrana siano stati bravi a costruirli. Il Barça è considerato da tempo uno dei club più forti del mondo, al punto che oggi una stagione senza la finale di Champions League è ritenuta un mezzo fallimento. Eppure, fino al 1992 non avevano mai sollevato il trofeo, e dopo quella data rimasero a secco fino al 2006, quando iniziò il vero periodo dominante del club, durato fino al 2015.

Anche il mito della Masia, l’efficentissimo settore giovanile catalano, è in realtà cosa molto più recente di quanto si pensi: il primo allenatore in grado di valorizzare veramente la Primavera fu Cruijff, che a fine anni Ottanta impostò una struttura che poi sarebbe stata sfruttata a pieno da Van Gaal e Guardiola. Prima di allora, la maggior parte delle grandi stelle della storia del Barcellona erano giocatori cresciuti altrove, persino i più insospettabili: Ramallets, Suárez, Asensi, Víctor sono tutti blaugrana acquisiti. I grandi giocatori prodotti in casa sono stati pochi, e tra essi contiamo Joan Segarra, Salvador Sadurní e Carles Rexach.

Il Barcellona di Guardiola, che dominava il mondo con Valdés, Piqué, Puyol, Xavi, Iniesta, Busquets, Pedro e Messi è stato un caso eccezionale. Oggi, il settore giovanile è più che altro una fabbrica di calciatori che consente al club di fare ottime plusvalenze, così da poter reinvestire il denaro guadagnato in altissimi profili come Neymar o Griezmann. Nell’ultimo decennio, il Barça si è privata di gente come Thiago Alcántara, Gerard Deulofeu, Rafinha, Adama Traoré e Denis Suárez, Munir e Marc Cucurella, spesso senza mai dare loro alcuna concreta possibilità di mettersi in mostra in prima squadra.

L’uno accanto all’altro: Xavi, uno dei primissimi grandi canterani del Barcellona moderno, che ha esordito 17enne nel 1997; e Sergi Roberto, uno degli ultimi, che ha fatto il suo esordio a 18 anni nel 2010.

Da quando Pep Guardiola ha lasciato il Camp Nou, ormai otto anni fa, solo Sergi Roberto è riuscito a entrare stabilmente nella rosa della prima squadra (escludendo due nuovi arrivati degli ultimi mesi, Ansu Fati e Riqui Puig), il che la dice lunga sull’effettiva consistenza del mito della Masia e della catalanità del Barcellona attuale. È un club di dimensione globale che rivendica un’identità locale principalmente attraverso il proprio marketing, ma senza confermarla nei fatti.

Essere més que un club, comunque, ha avuto i suoi vantaggi: il mito che si è creato attorno al Barcellona ha reso più facile trattenere i giovani abbastanza da fargli firmare un contratto professionistico, e poter così guadagnare dalla loro cessione. Un po’ di anni fa, le cose non erano così: Cesc Fàbregas e Gerard Piqué lasciarono il Barça ancora adolescenti per trasferirsi in Inghilterra, dove divennero calciatori affermati, costringendo i blaugrana a doverli ricomprare (per Fàbregas furono spesi 34 milioni di euro). Inoltre, essersi trasformato nel simbolo del catalanismo (anche se non necessariamente dell’indipendenza catalana) ha dato al club una solida base identitaria per aggregare tifosi, rendendolo il secondo club per numero di presenze allo stadio in Europa, e il primo in Spagna.

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