Il conflitto israelo-palestinese e il calcio – Parte 1

Nel 1972 la Nazionale di calcio non c’era: era la grande favorita delle qualificazioni – aveva vinto la Coppa d’Asia del 1964, preso parte al torneo olimpico del 1968 e ai Mondiali del 1970 – ma era stata clamorosamente eliminata ai calci di rigore dalla Thailandia. E i giocatori, col senno di poi, poterono dirsi felici di quel risultato: a quelle Olimpiadi, 11 loro colleghi di altre discipline furono uccisi da un gruppo di terroristi palestinesi. Nel settembre 1972, a Monaco di Baviera, il conflitto israelo-palestinese entrava violentemente nella storia dello sport internazionale.

Il calcio ne era rimasto fuori, ma non troppo distante. Due anni e una guerra dopo, i paesi arabi bandirono Israele dalla AFC e, fatto salvo il quarto di finale olimpico del 1976, la storia del calcio israeliano a livello di squadra nazionale si arrestò fino a quando, nel 1994, la Federcalcio non venne ammessa alla UEFA. Nello stesso periodo la sua emula palestinese visse una simile sorte, venendo riconociuta dalla FIFA solo nel 1995. Sebbene la storia del calcio in questa regione del mondo sia sostanzialmente sconosciuta e poco considerata, essa è legata più che altrove alla marea della Storia.

Le poche notizie sul calcio in Palestina nell’epoca ottomana ci dicono soltanto che spesso ebrei e arabi giocavano assieme senza particolari problemi. I primi club arabi erano nati a inizio secolo, principalmente all’interno delle scuole britanniche, e resero il calcio palestinese abbastanza noto in Medio Oriente, vincendo anche alcune sfide internazionali contro le squadre delle scuole britanniche e americane di Beirut. Ma con la fine della Prima Guerra Mondiale era iniziata anche l’immigrazione degli ebrei europei, cioè di gente che proveniva da un contesto calcisticamente molto più sviluppato: gli arabi, pur restando maggioranza nella regione, si ritrovarono a essere molto meno rilevanti a livello sportivo.

La Palestina iniziava a riempirsi di società di calcio che fin dal nome richiamavano una chiara radice sionista. I più diffusi erano i Maccabi – il cui capostipite nacque a Tel Aviv – che devono il proprio nome all’antica tribù ebraica dei Maccabei e sono di tradizione sionista moderata; poi venivano i Beitar, figli dell’omonimo movimento radicale fondato a Riga da Vladimir Jabotinsky. Ma i veri rivali dei Maccabi furono fin da subito gli Hapoel, sezioni sportive delle varie sedi dell’Histadrut, il principale sindacato sionista, al cui interno si sviluppavano invece idee più marcatamente socialiste. La fortuna dei club ebraici spinse all’organizzazione di partite internazionali con i cugini europei, come l’Hakoah Vienna, il Bar-Kochba Berlino o il Maccabi Bucarest. Durante queste partite veniva regolarmente esposta la bandiera con la stella di David, scatenando le proteste degli arabi, che accusavano gli ebrei di usare il calcio come strumento politico per rivendicare la propria legittimità in Palestina.

La formazione del Maccabi Tel Aviv che, nel luglio del 1939, sconfisse per 2-1 una selezione australiana a Sydney.

Quando Yosef Yekutieli, uno dei massimi dirigenti del Maccabi Tel Aviv, decise di dare vita a una Federcalcio palestinese (la PFA) nel 1928, la FIFA e i governanti britannici imposero di aprirla a tutti i club locali, “a prescindere dalla religione o dalla razza”, come fu poi scritto nello statuto. Ma quando la PFA si riunì per la prima volta, c’erano 14 rappresentanti ebrei e solo un arabo; nel frattempo, su 69 club riconosciuti, solamente 11 erano arabi, sebbene questa etnia rappresentasse circa il 70% della popolazione. Marginalizzati all’interno della Federcalcio, si trovavano anche impossibilitati a giocare partite contro squadre libanesi, pena l’esclusione dalla PFA; per contro, venivano organizzate partite tra le società ebraiche e quelle di altre nazioni arabe, come ad esempio l’Egitto, rafforzando l’idea di una Palestina molto più “ebraicizzata” di quanto non fosse in realtà.

Così, nel 1931 venne fondata la APFS, una federazione sportiva degli arabi della Palestina, che non si sentivano rappresentati dalla PFA, e questo gesto divenne presto un simbolo per il movimento nazionalista arabo palestinese, che tre anni dopo diede vita a un proprio club, lo Shabab al-Arab di Haifa. Sempre nel 1931, però, nasceva anche Irgun Tzvai Leumi, noto anche come Etzel, un gruppo terrorista sionista che si renderà responsabile di numerosi attentati, contro gli arabi ma soprattutto contro le autorità britanniche; un anno prima, invece, era sorto al-Kaff al-Aswad, un’organizzazione terroristica islamica. Nel 1936, uno sciopero generale contro l’immigrazione ebraica e la crescente disoccupazione tra gli arabi della Palestina sfociò in una rivolta armata che rievocò il tragico massacro di Hebron del 1929; dopo di essa, la repressione britannica verso gli arabi s’intensificò, mentre le azioni di Etzel divennero via via più frequenti.

La rivolta del 1936 è uno spartiacque tanto per la storia politica della Palestina tanto per quella del calcio locale: come conseguenza degli scontri, le autorità britanniche iniziarono a colpire le associazioni sportive arabe, e nel giro di pochi anni l’APSF, già gravata da problemi interni, cessò l’attività. Consapevoli di dover migliorare i propri rapporti coi britannici, responsabili della loro protezione, gli ebrei iniziarono a organizzare sempre più spesso partite con selezioni locali inglesi (che erano composte per lo più da poliziotti, soldati e politici), sfruttandole per cementificare i buoni rapporti tra i due gruppi. Il che è abbastanza curioso, visto che nel decennio precedente le sfide tra inglesi ed ebrei erano spesso state occasioni di polemiche e risse, al punto che nel 1930 addirittura l’Alto Commissario John Chancellor era dovuto intervenire per vietarle.

I club arabi dovettero così tornare all’interno della PFA, che nel frattempo nei primi anni Quaranta sembrava cercare la via della distensione dei rapporti tra le due etnie: nel 1942 organizzò il primo campionato palestinese, a cui presero parte cinque società arabe. In realtà, però, le tensioni continuarono, e nel 1944 venne fondata una nuova federazione degli arabi palestinesi, chiamata PSF, con sede a Jaffa, dov’era nato il primo grande club islamico della regione, l’Islamic Sports Club. Da lì a un anno, l’associazione riuscì a mettere in piedi un proprio campionato, opposto a quello ebraico, dove nel frattempo tornavano a crescere le tensioni un tempo sopite verso i britannici.

La squadra della St. George School di Gerusalemme, composta da giocatori arabi, nel 1923.

L’ascesa del gruppo paramilitare di estrema destra Loḥamei Ḥerut Israel, comunemente noto come Banda Stern, segnò l’avvio di un’escalation di violenze indiscriminate da parte degli estremisti sionisti: nel 1944, assassinarono il ministro inglese Lord Moyne, mentre alcuni dei componenti del gruppo – legati alla polisportiva Beitar – infiammavano i confronti tra le squadre ebraiche e le compaggini britanniche. Nel 1945, la autorità vietarono nuovamente le partite tra coloni ebrei e militari inglesi, e due anni dopo misero fuori legge il Beitar.

Fuori dai confini palestinesi, intanto, il mondo aveva attraversato una seconda guerra mondiale e la tragedia della Shoah, che in Europa aveva portato alla morte di tanti noti calciatori e allenatori ebrei, oltre che alla soppressione di club storici. Nel 1947, l’ONU deliberò per la nascita di due differenti stati – uno ebraico e l’altro arabo – in Palestina, ma la soluzione che avrebbe dovuto fermare l’odio e la violenza ebbe come conseguenza immediata lo scoppio di una guerra civile che, dopo il ritiro delle truppe britanniche, degenerò in un conflitto vero e proprio, in seguito all’invasione da parte dei vari paesi arabi limitrofi.

Il neonato Stato di Israele vinse però la guerra, e i confini tanto accuratamente studiati dall’ONU si ritrovarono ad essere in men che non si dica storia passata. Come conseguenza della Nakba (la “catastrofe”, in arabo), numerosi profughi arabi dovettero abbandonare le proprie case, e molti di essi espatriarono verso il Cile, dove da qualche decennio esisteva una nutrita comunità palestinese: questo evento portò alla rapida crescita del Club Deportivo Palestino, che nel 1950 si costituì come società professionistica.

Nel frattempo, in Israele veniva costituita una nuova Federcalcio e il 26 settembre 1948 – sei mesi dopo la fine della guerra – la Nazionale faceva il suo esordio in amichevole contro la selezione olimpica degli Stati Uniti, perdendo 3-1. Gli ex-terroristi della Banda Stern beneficiarono tutti di un’amnistia nel 1949, venendo integrati nello Tzahal, l’esercito israeliano, mentre il Beitar venne ri-legalizzato, sebbene i suoi club sarebbero rimasti a lungo squadre di secondo piano nel panorama nella nuova Liga ha’Al.

Continua nella seconda parte

Scena di una partita del 1959 tra Hapoel Petah Tikva e Hapoel Ramat Gan. L’HPT è stato il primo Hapoel a vincere un campionato israeliano, nel 1955.

Fonti

BENIUK Szymon, Footbal and politics in Israel, Physical Activity Review

HARIF Haggai, GALILY Yair, Sport and Politics in Palestine: 1918-1948: Football as a Mirror Reflecting the Relations between Jews and Britons, Soccer and Society

KHALIDI Issam, Sports and Aspirations: Football in Palestine, 1900-1948, Jerusalem Quarterly

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