India 1950: un’occasione mancata

È il 1999: già solo palleggiare in quello stadio, con quella maglia bianca indosso, è un successo storico. Siamo a Bury, Inghilterra e terza serie del calcio locale, in una squadra dal lontanissimo passato glorioso ma appena retrocessa. Baichung Bhutia è uno dei nuovi arrivati, ha 23 anni e fa l’attaccante: viene da una serie di ottime stagioni, condite da valanghe di gol e premi, che lo hanno imposto come il più forte giocatore del suo paese. È indiano, anche se in realtà è un tibetano buddista del Sikkim. Non è realmente il primo indiano a giocare in Europa – Mohammed Salim scese in campo due volte con la maglia del Celtic, nel 1936: altri tempi, altro calcio, di cui ormai nessuno si ricorda più – ma il suo è sicuramente un colpo che fa scalpore. Bury non è Londra, ma Bhutia gioca ad appena 16 km da Old Trafford: una distanza sufficiente per respirare l’aria dei sogni.

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Non è facile parlare di calcio, in questi giorni

Ma forse ve ne siete accorti da soli. La pandemia ha generato una situazione nuova, drammatica ma, ancora di più, irreale: il calcio – e poi tutto lo sport – si è fermato, e così l’intero paese, l’Europa, il mondo. Viviamo un eterno presente sotto la tirannia di un’unica attualità possibile: il coronavirus.

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Quando Hong Kong espugnò Pechino

Cina e Hong Kong si sono sempre guardate piuttosto in cagnesco: da quando la rivoluzione maoista riuscì finalmente a dare forma al diffuso sentimento nazionalista cinese, la Repubblica Popolare aveva iniziato a reclamare i territori colonizzati dagli europei, e l’ex-porto britannico era una delle zone strategicamente più importanti. Nel dicembre del 1984, un accordo stabilì il passaggio della sovranità su Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina a partire dal 1997, pur mantenendo in vigore uno statuto speciale che rendeva la regione parzialmente autonoma. Sei mesi dopo, le due nazioni si trovavano ad affrontarsi su un campo da calcio, in una partita la cui importanza andava ben oltre i novanta minuti di gioco.

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La Corea vista dalla Corea

La storia di quella partita è nota – meglio, famigerata. 19 luglio 1966, Ayresome Park, Middlesborough: l’Italia viene eliminata dai Mondiali ad opera dell’esordiente e sconosciuta Corea del Nord. Rete al 42′ di Pak Doo-ik, dentista che dentista non era. Un evento che è una meteora, seppur determinante, nella storia del calcio italiano, ma una pietra miliare in quella del calcio nordcoreano.

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Dalla Cina col pallone

Quando atterrò a Francoforte, Gu Guangming sapeva per certo che non poteva aspettarsi un’accoglienza trionfale. Era indubbio che il suo arrivo aveva attirato la curiosità di alcuni, ma i giornalisti e qualche tifoso lo attendevano a Coblenza, a un’ora d’auto di distanza, per la presentazione col club. I suoi primi passi in Germania furono passi nella storia: era la prima volta che un calciatore cinese si guadagnava un contratto con un club occidentale. Una timida apertura nella rigida muraglia dell’Est comunista.

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Le aspirazioni del Qatar

Vinca o non vinca, arrivando in finale della Coppa d’Asia 2019 il Qatar ha dimostrato che ai Mondiali casalinghi del 2022 non intende fare solo la comparsa. E non si può pensare che questo risultato sia unicamente il frutto di una fortunata serie di coincidenze: alcuni dei giocatori che contenderanno al Giappone il titolo continentale facevano già parte della nazionale Under-19 che nel 2014 conquistò la sua prima Coppa d’Asia di categoria; altri appartengono alla nazionale maggiore che, nello stesso anno, vinceva la Coppa delle Nazioni del Golfo e la Coppa dell’Asia Occidentale. C’è una cosa che li accomuna tutti: la Aspire Academy, il punto di partenza imprescindibile per capire il calcio in Qatar.

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