Il capitano dell’Inghilterra è un fottuto razzista: è questa l’accusa che serpeggia online, nell’autunno del 2011. La polizia londinese ha confermato di avere aperto un’indagine nei confronti di John Terry, 30enne difensore centrale del Chelsea e uno dei calciatori più popolari e amati del paese. Tutto è partito da un’email: il 24 ottobre, all’indomani della partita di campionato tra i Blues e il Queen’s Park Rangers, un uomo ha inoltrato una denuncia alle forze dell’ordine, segnalando di aver riconosciuto un insulto razzista rivolto da Terry all’avversario Anton Ferdinand. L’autore dell’email è, casualmente, un poliziotto fuori servizio che stava seguendo la partita in tv su Sky, e che ha riconosciuto il labiale del difensore. La scena ripresa dalle telecamere televisive ha iniziato subito a circolare sui social, e le accuse verso Terry sembrano essere fondate: lo si vede rivolgersi a Ferdinand e scandire “fucking black cunt” (“fottuto stronzo nero”).
Il caso esplode e l’Inghilterra si spacca a metà. In tanti vorrebbero la tolleranza zero, soprattutto nei confronti di un calciatore famoso, ma Terry ha anche chi lo giustifica o nega le accuse nei suoi confronti: non a caso, alle elezioni del 2010 è emerso, come quarto partito, UKIP, una formazione estremista di destra guidata da Lord Malcolm Pearson, che tra i suoi amici può “vantare” il noto attivista neofascista Tommy Robinson. Il 1° novembre, il giorno prima della conferma dell’indagine in corso, il Chelsea è andato in trasferta in Belgio contro il Genk per una partita di Champions League, e i tifosi dei Blues, che hanno una nota tradizione di destra, hanno cantato: “Sappiamo cosa sei, Anton Ferdinand, sappiamo cosa sei”. Anche Ferdinand è un difensore, ha 26 anni e come Terry è cresciuto nel West Ham, sebbene in un periodo diverso. Dopo che è scoppiato il caso, è diventato bersaglio di numerosi insulti razzisti su Twitter e ha deciso di non esprimersi pubblicamente sulla vicenda.
Un mese dopo, la procuratrice di Londra Alison Saunders comunica che Terry è ufficialmente accusato di offese razziste e che ci sono “prove sufficienti per una realistica prospettiva di condanna”. Oltre alle immagini andate in tv, la polizia ha raccolto testimonianze e ha analizzato riprese che non sono state trasmesse durante la diretta. Terry, dal canto suo, nega in maniera categorica: “Non ho mai rivolto parole razziste a nessuno, e tra i miei amici più cari ho persone di ogni razza e fede religiosa. – dichiara – Ho partecipato a campagne contro il razzismo, e credo sia un qualcosa che non deve avere posto nella nostra società”. A livello legale, Terry non rischia comunque nessuna seria conseguenza: per questo tipo di accusa, il massimo della pena nel Regno Unito è una multa di 2.500 sterline. Ma, a livello d’immagine, essere riconosciuto colpevole avrebbe un peso enorme, e porterebbe alla sua esclusione dalla Nazionale. È uno scenario che non può non preoccupare Fabio Capello, l’allenatore dell’Inghilterra: il Mondiale in Sudafrica è stato una delusione, terminato agli ottavi di finale, e l’Europeo della prossima estate in Polonia e Ucraina è un appuntamento che i Three Lions non possono permettersi di fallire.
Ci vorranno dei mesi, per l’udienza: probabilmente il caso verrà discusso in estate, dopo l’Europeo. La Football Association, però, è pressata da ogni lato: da anni promuove campagne contro il razzismo, e adesso che un giocatore famoso è accusato, con tanto di video che tutti hanno visto, non agisce? A febbraio, quindi, la FA decide che John Terry non può più essere il capitano dell’Inghilterra: Capello è libero di convocarlo, ma la fascia dovrà passare a qualcun altro, almeno fino alla fine del processo. Il tecnico italiano, però, non approva: a suo avviso, Terry va considerato innocente fino a prova contraria, e la rimozione da capitano è un’interferenza nel suo lavoro non solo da parte della Federazione, ma ancor di più da parte del governo, date le ben note pressioni del Ministro dello Sport Hugh Robertson. E così, Capello reagisce rassegnando le sue dimissioni. Il suo addio ingrossa ulteriormente il caso Terry, ormai un affare di stato. Interviene anche il Primo Ministro David Cameron: “Mi dispiace che Capello sia andato via. È un buon manager e una brava persona, ma su Terry ha sbagliato. L’Inghilterra non può avere un capitano rinviato a giudizio“.

Come nuovo commissario tecnico, la FA sceglie Roy Hodgson, che a metà maggio annuncia la sua lista dei convocati per l’Europeo: Terry ci sarà, ma la fascia da capitano sarà indossata da Steven Gerrard del Liverpool. Ma per l’Inghilterra si tratta di un altro torneo deludente, e il 24 giugno la squadra viene eliminata ai calci di rigore dall’Italia, ai quarti di finale. Il mese seguente, il difensore del Chelsea va finalmente a processo. La sua difesa è, per certi versi, paradossale: adesso Terry conferma di avere usato quelle esatte parole (“fucking black cunt”) nei confronti di Ferdinand, ma di averlo fatto con intento “sarcastico”, non razzista. Terry dice che Ferdinand lo aveva accusato in campo di avergli rivolto quelle parole, e così le aveva ripetute: “Pensi davvero che ti abbia detto fucking black cunt?”. Il difensore del QPR, però, nega di aver udito l’insulto razzista. Dice che si erano scambiati vari insulti e provocazioni, ma solo in seguito, quando la sua ragazza gli aveva mostrato un video della scena su YouTube, Ferdinand aveva realizzato ciò che aveva veramente detto Terry. Che le parole del capitano del Chelsea siano proprio quelle che tutti dicono, lo conferma in aula anche Susan Whitewood, un’esperta di lettura del labiale.
Il 13 luglio, il giudice Howard Riddle dichiara però John Terry non colpevole. Se ci può essere una ragionevole certezza delle parole usate dal giocatore del Chelsea, non è possibile stabilire se siano state dette con intento razzista o in un comune scambio di insulti pesanti tra due atleti. Il fatto che Anton Ferdinand stesso non avesse inizialmente sentito l’offesa, ha giocato a favore della difesa. È una sentenza che fa discutere, ovviamente: Lord Herman Ouseley, presidente dell’associazione antirazzista Kick It Out, sottolinea l’esistenza di una cultura “da spogliatoio” malsana, che tollera gli insulti discriminatori derubricandoli a sfottò sportivi. Ma la questione è tutt’altro che chiusa qui: Terry non è stato ritenuto colpevole dalla Giustizia britannica, ma ha confermato di aver usato quelle parole su un campo da calcio, e per questo è sotto indagine anche da parte della Football Association, che segue regole e principi differenti.
Il 27 settembre, il capitano del Chelsea torna in aula, stavolta in ambito sportivo, e la sentenza è opposta rispetto a quella di luglio: la FA lo condanna a quattro giornate di squalifica dalle competizioni nazionali e a una multa di 220.000 sterline. Fa scuola il precedente caso di Luis Suárez, attaccante uruguaiano del Liverpool condannato dalla FA nel dicembre 2011 per un insulto razzista nei confronti di Patrice Evra del Manchester United: Suárez si era difeso dicendo che la parola negrito, in Uruguay, non ha esplicite connotazioni razziste, ma il giudice aveva rilevato che il semplice uso di un termine riferito al colore della pelle di un’altra persona rappresenta una violazione delle regole. Per questo motivo, la difesa di Terry basata sul sarcasmo non viene ritenuta plausibile. La sua carriera in Nazionale è finita, ma se non altro questo lo ha deciso lui: pochi giorni prima del verdetto, infatti, ha definito “insostenibile” l’idea di poter continuare a rappresentare l’Inghilterra dopo essere stato accusato dalla Federazione. I suoi legali annunciano comunque un ricorso, motivo per cui la squalifica viene sospesa fino al termine del procedimento.
Dalla parte di Terry si schierano nomi importanti del calcio inglese, a partire da Ashley Cole, suo compagno di squadra al Chelsea e in Nazionale, la cui famiglia è originaria delle Barbados: la sua testimonianza è stata piuttosto influente per l’assoluzione di Terry nel processo penale. “Non è un razzista, lo garantisco al 100%. – dichiara alla CNN José Mourinho, allenatore del Real Madrid ed ex tecnico del Chelsea – Probabilmente ha fatto un commento razzista nei confronti di un avversario e, a volte, nel calcio si guarda agli avversari in modo sbagliato. Ne pagherà le conseguenze, ma non dite che è un razzista: Drogba, Geremi, Makélélé possono confermarvi che non lo è”. Sulla stessa linea d’onda è anche Carlo Ancelotti, che guida il Paris Saint-Germain ma fino all’estate del 2011 sedeva sulla panchina dei Blues: “È incredibile, Terry non si merita una cosa del genere. Era stato assolto un mese fa, per cui non capisco perché la FA abbia preso una decisione diversa. È davvero molto strano”.

Nell’ottobre 2012, John Terry rinuncia all’appello e accetta la sentenza della FA, scusandosi per aver usato delle parole che, adesso, definisce “non accettabili su un campo di calcio né in qualsiasi altro ambito della vita”. A quasi 32 anni, il difensore del Chelsea sconta le quattro giornate di squalifica e si prepara a trascorrere un periodo ancora abbastanza lungo nel suo club, con cui nelle cinque stagioni successive vincerà ancora due campionati, una Coppa di Lega e un’Europa League, prima di chiudere la carriera nel 2018, dopo un’ultima annata da capitano con l’Aston Villa. Per molti tifosi inglesi, soprattutto del Chelsea, John Terry è stato vittima di un abuso, venendo condannato senza aver fatto davvero nulla di male. In tutto ciò, però, è passato completamente in secondo piano quello che nel frattempo hanno subito Anton Ferdinand e i suoi famigliari.
L’altro protagonista del caso non si è mai espresso pubblicamente, ma è stato travolto da insulti razzisti online che lo incolpavano di voler distruggere la carriera del capitano dell’Inghilterra. Al posto di Anton parla suo fratello maggiore, Rio Ferdinand, una leggenda del calcio inglese e per anni partner di Terry nella difesa dei Three Lions: “Per me, il più grande idiota sarà sempre John Terry. Avrebbe potuto risparmiare a tutti un sacco di sofferenza, se avesse ammesso subito cosa aveva detto. Da allora non ho più parlato con lui, e tre anni dopo trovo impossibile perdonarlo o dimenticare il dolore che ha fatto passare alla mia famiglia” scrive nella sua autobiografia, pubblicata nel 2014. Racconta che suo fratello Anton ha ricevuto minacce di morte, che qualcuno ha spaccato le finestre della casa dei genitori e che la madre ha ricevuto proiettili nella posta ed è stata ricoverata in ospedale a causa di una malattia da stress.
Anton Ferdinand si esprime per la prima volta sul caso solo nove anni dopo i fatti, in un documentario della BBC realizzato nel 2020. “Avevo paura di parlare, paura degli insulti sui social media. Ora me ne pento: ho lasciato tutto nelle mani delle autorità, e loro mi hanno deluso”. Nel 2024, anche Terry torna per la prima volta sull’argomento, intervistato nel podcast di Simon Jordan, imprenditore ed ex presidente del Crystal Palace. Rivela che, dall’incidente, ha provato più volte a contattare Anton e Rio Ferdinand, ma è sempre stato ignorato: “Insieme avremmo potuto realizzare qualcosa di molto importante per la lotta contro il razzismo”. A queste dichiarazioni, Anton Ferdinand risponde con un video sul social X, spiegando che Terry era stato invitato a prendere parte al documentario della BBC di qualche anno prima, ma non aveva voluto partecipare: “Se davvero vuoi portare un cambiamento positivo, sediamoci assieme davanti alle telecamere, in diretta, così da non poter nascondere nulla. Ci guardiamo il video del 2011, senza censure, e partiamo da lì. Se non lo vuoi fare, per quanto mi riguarda la questione è chiusa”.
John Terry non ha mai risposto a questo invito. Ha sempre sostenuto di non essere un razzista, ma la sua storia personale, specialmente negli ultimi anni, sembra indicare il contrario. Il 22 marzo 2026, nel Regno Unito scoppia una polemica dopo che si scopre che aveva interagito con un post su Instagram di Rupert Lowe, leader del partito razzista Restore Britain (ed ex presidente del Southampton), il quale prometteva di mettere fuori legge il velo islamico: Terry aveva commentato con le emoji di un applauso e della bandiera inglese. Il caso fa discutere soprattutto perché Terry lavora dal 2021 come consulente delle giovanili del Chelsea, che ha una policy molto precisa sull’inclusione e contro i comportamenti razzisti da parte dei suoi dipendenti. Il 28 aprile, Terry ha nuovamente interagito con un post di Lowe su Instagram in cui si promette di tagliare i sussidi statali per stranieri e immigrati poveri: “Sì al 100%” è stato il commento dell’ex capitano del Chelsea.
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Fonti
–GEEY Daniel, The Issue of Racism, The FA Hearing & John Terry, Danielgeey.com
–Sentenza del caso R v Terry, 13 luglio 2012; Judiciary of England and Wales
–Sentenza del caso FA v Terry, 27 settembre 2012; The Football Association


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