Come la politica del Golfo influenza il calcio europeo

Sembrava tutto fatto: Mohammad bin Salman Al Sa’ud, principe ereditario dell’Arabia Saudita, era a un passo dall’acquistare il Newcastle United da Mike Ashley. Un’operazione che avrebbe fatto del club del North-East una delle società di calcio più ricche al mondo. Invece, il passaggio di proprietà è sfumato, e secondo diverse fonti dietro questo intoppo ci sarebbero gli evidenti riflessi della politica del Golfo Persico sul mondo del calcio europeo.

L’Arabia Saudita è lo stato più esteso di tutta la Penisola Arabica, una ricca potenza petrolifera e la prima nazione araba a investire nel calcio, che oggi vanta cinque presenze ai Mondiali, di cui quattro consecutive, e tre Coppe d’Asia. A partire dagli anni Novanta, con la progressiva professionalizzazione del campionato locale, ha iniziato a sfruttare il calcio come strumento politico a livello internazionale: nel 2000, la stella locale Sami Al-Jaber firmava con il Wolverhampton, divenendo il primo calciatore arabo in Europa; tre anni dopo, il campionato saudita iniziava a impreziosirsi con alcuni giocatori stranieri di buon livello, come l’ecuadoregno Carlos Tenorio. Negli anni successivi, i club locali iniziarono a importare sempre più giocatori dall’Europa e dal Sudamerica – soprattutto dal Brasile – e squadre come Al-Hilal e Al-Nassr misero sotto contratto nomi noti come i coreani Lee Young-pyo, Lee Chun-soo e Seol Ki-yeon, lo svedese Christian Wilhelmson e il brasiliano Thiago Neves.

È indubbio, però, che l’ultimo ventennio abbia segnalato soprattutto l’ascesa del Qatar, sia a livello sportivo che economico. Le società qatariote sono diventate nomi molto noti in entrambi gli ambienti, investendo moltissimi soldi in Europa: basti pensare alla compagnia aerea Qatar Airways, che vanta sponsorizzazioni per Barcellona, Roma e Boca Juniors. Una massiccia politica di investimenti statali ha trasformato, negli anni Duemila, il modesto campionato locale in un ricettacolo di vecchie glorie del calcio occidentale, mettendo sotto contratto gente come Frank de Boer, Marcel Desailly, Pep Guardiola, Stefan Effenberg, e Gabriel Omar Batistuta. Il Qatar si è assicurato i Mondiali del 2022, i primi della storia in un paese arabo, e nel 2019 ha vinto la sua prima Coppa d’Asia.

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Arabia Saudita e Qatar sono ormai da anni acerrimi rivali nel controllo geopolitico della regione e dei suoi lauti rapporti con l’Occidente, a dispetto dell’impari confronto tra le proporzioni geografiche (l’Arabia Saudita è 189 volte più vasta del Qatar, la cui densità abitativa è però quasi 15 volte maggiore). Malgrado entrambi siano di fatto delle monarchie assolute profondamente illiberali, e fedeli alla confessione sunnita dell’Islam, i motivi di contrasto non mancano: in particolare, il Qatar sembrerebbe essere il principale finanziatore dei Fratelli Musulmani, un’organizzazione fondamentalista islamica che negli ultimi anni ha causato forte instabilità sia nei vari paesi del Golfo che in Egitto, oltre che in Palestina (dove si lega ad Hamas). Il Qatar avrebbe quindi soffiato sul fuoco delle primavere arabe per destabilizzare i propri rivali e imporsi come la principale potenza della regione.

Questo accadeva nel 2011, nel periodo di massima espansione di Doha. In contemporanea, il Qatar Sports Investments – una compagnia controllata dal fondo sovrano dell’emirato – acquistava il Paris Saint-Germain, trasformandolo a suon di milioni in una delle squadre più forti al mondo. Le prove generali erano state fatte un anno prima, quando un membro di secondo piano della famiglia reale, Abdullah bin Nasser Al-Thani, aveva acquistato il Málaga. Il Qatar, però, non è stato il primo paese arabo a investire nel calcio europeo: già nel 2008, i vicini Emirati Arabi Uniti avevano preso il controllo – tramite l’Abu Dhabi United Group di Mansour bin Zayed Al-Nahyan, uno dei più importanti componenti della famiglia reale – del Manchester City, e al momento hanno creato una multinazionale del pallone chiamata City Football Group che possiede diversi club in giro per il mondo, tra cui altri due europei, il Girona in Spagna e il Lommel in Belgio.

L’invasione qatariota del calcio europeo ha fatto scattare una guerra economica tra i paesi del Golfo. Nel 2014, il Qatar ha firmato uno storico accordo con la Lega Serie A, portando per la prima volta la Supercoppa italiana in Arabia, esperienza poi ripetuta nel 2016. Le ultime due edizioni del torneo, però, si sono disputate in Arabia Saudita, che è riuscita a strappare un accordo al calcio italiano, e anche a quello spagnolo, ospitandone la Supercoppa del 2019.

Ciò che è successo in mezzo è una grave crisi diplomatica che ancora oggi resiste ai tentativi di disgelo. Nel giugno 2017, l’Arabia Saudita ha ufficializzato un embargo verso il Qatar, ottenendo il pronto supporto di Egitto, Emirati Arabi e Bahrein. Questo quartetto accusa Doha di voler gettare nel caos il Golfo, non solo attraverso il supporto ai Fratelli Musulmani, ma anche a gruppi terroristici come Al-Qaeda e ISIS. Per quanto piccolo, il Qatar ha a sua disposizione una poderosa macchina da guerra mediatica: Al-Jazeera, il network in lingua araba numero uno al mondo, e principale organo d’informazione a livello globale per la regione.

Il Qatar è inoltre proprietario di BeIN Sports, l’emittente a carattere sportivo che possiede i diritti dei principali campionati di calcio europei per tutti i paesi arabi. Allo scoppio della crisi diplomatica, BeIN ha dovuto interrompere il proprio lavoro nei paesi ostili, così la compagnia saudita BeoutQ ha iniziato a piratarne il segnale per ritrasmetterlo nel proprio paese senza dover pagare i diritti. La spaccatura politica è stata talmente forte che l’emittente qatariota ha deciso di interrompere la trasmissione delle partite di Serie A proprio causa dei rapporti tra il calcio italiano e l’Arabia Saudita.

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La controffensiva saudita ha comportato anche un ingresso diretto nel mondo del calcio europeo. Nel 2013, il principe Abdullah bin Musa’ad Al-Saud ha acquistato lo Sheffield United, e cinque anni dopo ha aggiunto alla propria collezione i belgi del Beerschot. Nell’agosto 2019, il connazionale Turki Al-Sheik – uno dei pezzi grossi del governo di Riyad – è divenuto il nuovo proprietario dell’Almería, e pochi mesi dopo gli alleati emiratini sono entrati in possesso del Charlton Athletic, attraverso la East Street Investments di Abu Dhabi.

Mentre il “Quartetto arabo” allungava sempre più le proprie mani sul calcio, il Qatar Sports Investments sondava il terreno per un clamoroso acquisto del Napoli, poi sfumato, e nelle ultime settimane sembra aver fatto un altro passo nel suo tentativo di riprendersi la Serie A grazie alle trattative di acquisizione del Parma, portate avanti dall’imprenditore Hisham Al-Mana, molto vicino alla famiglia reale Al-Thani. Nel frattempo, però, il fondo sovrano del Bahrein ha rilevato il 20% del Paris FC, squadra della seconda divisione francese che potrebbe andare a contendere ai qatarioti del PSG il predominio sportivo della capitale.

L’ingresso della monarchia saudita nel Newcastle, però, sarebbe dovuta essere un’operazione in stile Manchster City o Paris Saint-Germain, un tentativo di costruire in breve una nuova super-potenza calcistica in Europa per rilanciare la sfida al Qatar. BeIN ha scritto ai club di Premier League chiedendo di opporsi all’ingresso dei sauditi nei Magpies, pena una costosissima rottura del contratto, come avvenuto in Italia, e al momento sembra aver vinto questa battaglia.

È però sotto gli occhi di tutti che, al momento, il calcio europeo è divenuto un terreno di combattimento tra potenze straniere, stati che sono anche ricchissime aziende, impegnate a rappresentare una politica nazionale attraverso il softpower economico. All’ultima Coppa d’Asia ne avevamo avuto un assaggio, con gli Emirati Arabi come paese organizzatore e probabile sorpresa del torneo, ma che invece ha chiuso solo al terzo posto e ha dovuto subire il trionfo qatariota. Ora, con PSG e Manchester City ancora alla ricerca del primo trionfo internazionale, gli occhi sono puntati verso i Mondiali del 2022.

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