Il califfo di Rio

“Viaggiare – ti dona una casa in centinaia di strani luoghi, e ti rende straniero nella tua stessa terra.” – Ibn Battuta

Il Kuwait fu accolto in Spagna con una curiosità tutta europea, quelli degli aristocratici (del pallone) affascinati dall’esotico ma ben consci di doverlo necessariamente guardare dall’alto in basso. Gran parte di quell’atteggiamento era giustificato dall’eccentrico presidente della Federcalcio kuwaitiana, lo sceicco Fahad Al Ahmed Al Sabah: durante la preparazione a Tordesillas, rilasciò un comunicato in cui la squadra si rifiutava di giocare se gli organizzatori non le avessero lasciato portare al centro tecnico la propria mascotte, un cammello che qualche anno prima aveva addirittura “recitato” accanto ad Anthony Quinn nel film Il messaggio, dedicato alla vita del Profeta Maometto. Il risultato fu che una marea di giornalisti accorse a fare foto e raccontare l’arrivo dell’animale, e il Kuwait finì sulle pagine dei giornali prima ancora di scendere in campo. Pochi giorni dopo, a sorpresa gli arabi costringevano all’1-1 la Cecoslovacchia di Panenka.

Ci si ricorda dei primi arabi ai Mondiali più che per le gesta dello sceicco Fahad che per quelle dei suoi giocatori: in pochi rammentano lo splendido gol di Faisal Al-Dakhil nel match inaugurale, o l’ottima partita, persa soltanto 1-0, contro l’Inghilterra; tutti ricordano invece quando, al gol del francese Giresse, lo sceicco scese in campo e costrinse l’arbitro ad annullare la rete. Un episodio clamoroso, come e anche più di quello del cammello, che finì con l’oscurare il Mondiale del Kuwait e del suo straordinario allenatore, Carlos Alberto Parreira.

jpeg
Lo sceicco Fahad, fratello dell’emiro del Kuwait, in campo durante il match con la Francia. Dopo questo evento, l’arbitro Stupar fu radiato dalle competizioni internazionali, e Fahad multato dalla Fifa. Nel 1990, durante l’invasione irachena del Kuwait, lo sceicco venne identificato dall’esercito di Saddam Hussein e giustiziato, in quanto membro della famiglia reale.

Parreira non aveva mai giocato a calcio come professionista, e poco più che ventenne era divenuto preparatore atletico del São Cristóvão, un piccolo club di Rio de Janeiro, per poi trasferirsi a sorpresa in Ghana come tecnico della nazionale e, contemporaneamente, dell’Asante Kotoko. La sua carriera era decollata quando Mario Zagallo lo aveva voluto come preparatore del Brasile in occasione dei Mondiali, poi vinti, del 1970: da qui in avanti, le loro carriere saranno per sempre legate. Zagallo restò sulla panchina verdeoro per quattro anni, fino a dopo i Mondiali del 1974, e promosse presto Parreira a suo vice; in seguito a quell’esperienza, la Formiguinha accettò, nel 1976, il ricco ingaggio come allenatore del Kuwait – un paese del Golfo Persico divenuto indipendente da soli quindici anni – alzò il telefono e invitò nuovamente Parreira a seguirlo, memore della sua breve esperienza di coach-viaggiatore ai tempi del Ghana. Così, due anni dopo, al termine del contratto di Zagallo, la Federazione araba offrì al vice il ruolo di commissario tecnico.

Il Kuwait stava investendo molto per trasformarsi in un paese calcisticamente competitivo, in vista della Coppa d’Asia che avrebbe organizzato, per la prima volta, nel 1980. Sotto la guida di Zagallo, gli arabi avevano già centrato una sorprendente finale nel 1976, cedendo poi all’Iran, che due anni più tardi avrebbe esordito in Coppa del Mondo. Nell’edizione casalinga, Parreira riuscì a condurre la nazionale del Golfo fino a uno storico successo, eliminando prima l’Iran del bomber Behtash Fariba, e poi in finale l’emergente Corea del Sud di Choi Soon-ho. Pochi mesi dopo, il Kuwait prendeva parte alle Olimpiadi dove, grazie alla vittoria sulla Nigeria e ai pareggi contro Colombia e Cecoslovacchia, superava il primo turno per venire poi eliminata per 2-1 dai padroni di casa dell’Unione Sovietica. Il bel risultato di Spagna 1982 veniva da lontano.

Prendendo il giro largo, alla fine Carlos Alberto Parreira si guadagnò l’occasione della vita: nel 1983 fu contattato per sostituire Tele Santana come allenatore del Brasile, con l’obiettivo di vincere la Copa America. Trascinata dai gol di Roberto Dinamite, la Seleção arrivò fino in finale, per poi arrendersi all’Uruguay di Enzo Francescoli: Parreira, uomo di tattica e muscoli, mal si sposava con una squadra che prediligeva l’estro individuale e il palleggio, e dopo il torneo rassegnò le dimissioni.

DuTt1QkWoAEWeb0
Istanbul, stagione 1995-1996: Parreira assieme ai suoi assistenti, durante il suo unico anno sulla panchina del Fenerbahçe, dove vinse il campionato. L’anno precedente aveva allenato il Valencia, suo unico altro club europeo, chiudendo decimo in Liga.

Ancora una volta, la carriera di Zagallo si incrociava con la sua, offrendogli una nuova possibilità: l’ex-ct del Brasile del 1970 aveva da poco lasciato la panchina dell’Arabia Saudita, che aveva preparato per la Coppa d’Asia del 1984 – poi vinta dopo il suo abbandono, guidata da Khalil Al Zayani – e ora la federazione locale cercava un nuovo tecnico brasiliano con cui pianificare i prossimi anni. In realtà, l’Arabia Saudita fu, per Parreira, solo un approdo di passaggio, una fermata lungo la strada che lo riportava nel Golfo Persico, dato che già nel 1985 cambiava lavoro e si trasferiva a Dubai, in qualità di commissario tecnico della nazionale degli allora sconosciuti Emirati Arabi Uniti.

Questa è una fase abbastanza complessa della sua carriera come allenatore. La campagna in Coppa d’Asia con gli Emirati si concluse in maniera molto deludente, e fece così ritorno in Arabia Saudita, mentre il suo posto a Dubai veniva rilevato proprio dall’amico Zagallo. La Formiguinha condusse la squadra a una storica qualificazione ai Mondiali del 1990, ma pochi mesi prima del torneo litigò con la Federazione e venne esonerato: dopo l’incarico affidato per un mese appena al polacco Bernard Blaut, Parreira venne contattato per tornare a Dubai e guidare la squadra nella fase finale dei Mondiali, a cui gli arabi partecipavano per la prima volta. Da quasi vent’anni, gli Emirati Arabi avevano iniziato a investire nel calcio: nel 1973 si era tenuto il primo campionato ufficiale; quattro anni dopo, sulla panchina della nazionale si era seduto l’ex-manager del Leeds e dell’Inghilterra Don Revie. Il ct inglese aveva apportato numerose riforme al calcio emiratino, che Parreira completò – principalmente sotto il profilo della preparazione atletica – durante il suo primo periodo a Dubai.

L’esperienza iridata fu meno notabile di quella di otto anni prima con il Kuwait, ma in mezzo alle tre sconfitte subite, tutte abbastanza nette, gli Emirati Arabi per un attimo sfiorarono l’impresa contro la Germania Ovest, futura campione del mondo: per oltre mezzora, l’estremo difensore Muhsin Musabah respinse ogni tentativo offensivo dei tedeschi, prima di subire un uno-due da k.o. in appena due minuti da Voller e Klinsmann; ad inizio ripresa, Khalid Ismail riaprì il match, ma un minuto dopo Matthaus segnava il 3-1, a cui prima del 90° avrebbero fatto seguito altre due reti della Germania.

jpeeaug
I giocatori degli Emirati Arabi Uniti si stringono in marcatura attorno a Jurgen Klinsmann, durante il match contro la Germania Ovest, a Italia ’90.

Come tutti i viaggiatori, Parreira era attratto da una forza inesorabile che lo riportava periodicamente a casa, punto di partenza di ogni nuovo viaggio. Nel 1991, ricevette la solita telefonata da Zagallo: la Federcalcio brasiliana gli voleva affidare di nuovo un posto in nazionale, e il vecchio Mario aveva pensato di onorare l’amico e collega di una vita condividendo con lui la panchina, uno in veste di direttore tecnico e l’altro come capo allenatore. La storia vuole che sia per questo periodo che il mondo ricorda Carlos Alberto Parreira: determinato a vincere qualcosa con il suo Brasile, dopo il fallimento di dieci anni prima, il tecnico giramondo condusse i verdeoro al loro quarto Mondiale. Ma quella nazionale, seppur vincente, non piaceva a nessuno: Parreira era un tecnico pragmatico e difensivista, completamente avulso dallo stile brasiliano; al termine del torneo, la Federazione lo rimosse dall’incarico e lasciò tutto nelle mani di Zagallo. Parreira girovagò un po’, senza grande successo, tra club europei e sudamericani, fino a che nel 1997 non tornò nel Golfo Persico a chiudere un altro nodo della sua storia, sulla panchina dell’Arabia Saudita.

In Francia, Parreira disputò il suo quarto Mondiale, con la quarta squadra diversa, uscendo anche stavolta al primo turno. Sulla carta, sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più, dopo che i Figli del Deserto avevano raggiunto gli ottavi nella precedente edizione, ma il girone con Danimarca e Francia e il contemporaneo declino della stella Al-Owairan avevano remato contro. Nel 2003, successe ancora una volta che il Brasile – campione del mondo in carica, ma reduce da una deludente Copa America – si affidò nuovamente al duo Zagallo – Parreira in vista dei Mondiali del 2006, mettendo a disposizione una generazione di fenomeni che al fuoriclasse Ronaldo affiancava talenti assoluti come Adriano, Ronaldinho e Kakà. Parreira provò a metterli in campo tutti assieme, compensando con un centrocampo di interditori puri e sacrificando i piedi di Juninho Pernambucano: la Seleção non riuscì mai convincere, e uscì ai quarti di finale contro la Francia. In seguito all’eliminazione, Mario Zagallo annunciò le dimissioni e il ritiro definitivo dal mondo del calcio.

Carlos Alberto Parreira, invece, colse al volo una nuova opportunità, un nuovo viaggio: il Sudafrica, che tornava dopo otto anni ai Mondiali in qualità di paese organizzatore e che rappresentava l’ennesimo outsider da cui il calcio accorto e organizzato dell’allenatore brasiliano poteva tirare fuori il meglio. Inseriti in un girone di ferro, i Bafana Bafana seppero tenere testa al Messico e sconfiggere la Francia vice-campione in carica, ma furono eliminati a causa della differenza reti negativa, causata dalla netta sconfitta subita contro l’Uruguay. Dopo l’Arabia, ora anche l’Africa – primo continente ad accoglierlo nell’ormai lontano 1967 – ringraziava Parreira. La sua fama, per quanto molto limitata in Europa, nel resto del mondo era ormai estremamente diffusa e pochi allenatori non europei godevano di tanto rispetto quanto lui; così, guardando al 2014, un’altra nazione ospitante lo voleva – anzi, rivoleva – alla guida della propria selezione: siamo arrivati all’ultimo capitolo di questa storia.

i
Luiz Felipe Scolari e Carlos Alberto Parreira, nel 2014, sulla panchina del Brasile.

I fili che seguono la carriera di Parreira si slacciano e si riallacciano continuamente, e il più solido è quello che lo lega alla propria casa, in uno strano rapporto di attrazione e repulsione. Da quel poco spettacolare trionfo del 1994, il calcio brasiliano è cambiato irrimediabilmente: è divenuto sempre meno frizzante e sempre più concreto, sempre più tattico e sempre meno fondato sulle intuizioni estemporenee dei suoi campioni. Lo stile di Felipe Scolari, allenatore del quinto titolo mondiale del 2002, è la migliore fusione tra quella mentalità difensivista e la tradizione offensiva della Seleção; non è un caso, allora, che quando la Federcalcio contattò Parreira per rivestire l’incarico di direttore tecnico del Brasile – come a suo tempo fu Zagallo – lui pensò a Scolari come allenatore in campo. Davanti a loro si poneva come obiettivo unico il trionfo nel Mondiale casalingo, che doveva lavare via, sessantaquattro anni dopo, il ricordo del Maracanazo.

È il più assurdo e ingiusto dei finali, quello della carriera di Carlos Alberto Parreira, che per tutta la vita ha inseguito il riconoscimento da parte dei suoi compatrioti, non pago di una Coppa del Mondo in bacheca, e che l’ha condotto fino al momento più umiliante della storia della Seleção. Ce l’ha fatta, questo è fuori discussione, a fare dimenticare la sconfitta dei Mondiali del 1950: al termine Maracanazo, ora, è stato sostituito quello di Mineirazo; Brasile 1 – Germania 7. La storia di Parreira assomiglia al malinconico racconto di un’ossessione, forse di un’incomprensione, quella di chi voleva rendere il Brasile più simile alle squadre europee, mentre queste – dalla Spagna dei Del Bosque alla Germania di Low – prendevano una direzione opposta, fatta di possesso palla e spettacolo. Ma nel Golfo Persico a nessuno importa di tutto questo, e Parreira è e resterà per sempre un pioniere, e una leggenda.

 

Fonti

BARTHOLOMEW Josh, Carlos Alberto Parreira: The man that led five nations to the World Cup finals, Football Chronicle

MEENAGHAN Gary, Home comfort for Brazilian veteran andcoach with impressive World Cup CV, The National

PIAZZA Federico, Il bizzarro mondiale del Kuwait, Sotto al 7

TOMBS Michael, UAE: a journey to the unknown at Italia 90, These Football Times

2 pensieri riguardo “Il califfo di Rio”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...