Ti sia lieve la terra, Omolade

Mi viene da pensare che tutto iniziò lì, quel giorno del 2001 a Terni. È ovvio che non fu così, e ragionando a mente fredda ci si arriva: vengono in mente le scritte antisemite del 1989 contro Ronny Rosenthal a Udine, e poi il manichino nero impiccato dai due tifosi vestiti da membri del Ku Klux Klan, nel 1996 a Verona contro Maickel Ferrier. Eppure, l’episodio che coinvolse l’allora diciottenne Akeem Omolade durante quel Ternana-Treviso di Serie B fu un vero punto di svolta nel rapporto tra calcio italiano e razzismo. O meglio, un punto di non ritorno.

Rievochiamolo, se serve. Il 27 maggio 2001, il Treviso andava in visita alla Ternana in cerca di non facili punti per la salvezza, e per l’occasione il mister Mauro Sandreani decideva di far esordire il promettente attaccante Akeem Oluwashegun Omolade, arrivato in Veneto un anno prima. Vedendolo in campo, un gruppo di una trentina di tifosi del Treviso gli rivolgevano dei fischi, per poi ritirare i loro striscioni e abbandonare lo stadio, sommersi dai fischi stavolta del pubblico umbro (da sempre connotato a sinistra). Sette giorni dopo, i biancocelesti scendevano in campo di nuovo in casa contro il Genoa, tutti coi volti dipinti di nero per solidarietà al loro compagno nigeriano.

Il caso Omolade fece discutere tutta Italia principalmente per due motivi: erano cinque anni che non si verificava un caso del genere, e in tanti si erano francamente già dimenticati di Ferrier; la netta e originale reazione dei giocatori del Treviso. Partiamo dal primo punto. Nell’Italia del dopoguerra, il problema del razzismo è sempre stato tenuto sotto il tappeto, favorito da una ridotta presenza di cittadini di origine africana: di fatto, si inizia a parlare di immigrazione nel nostro paese all’inizio degli anni Ottanta (nel 1981 c’è stato il primo censimento degli stranieri) e nel decennio successivo il tema emerge in maniera determinante, al punto che viene emanata la prima legge a riguardo, quella promossa da Claudio Martelli. In quella fase, immigrato significava principalmente o albanese o nordafricano; i “neri” propriamente detti erano un fenomeno marginale. L’immigrazione, però, aveva portato all’ascesa politica della Lega Nord, ostile in particolar modo agli albanesi ma che presto finì per fondersi proprio nel Nord-Est con piccoli ma solidi gruppi di estrema destra con un’idea razziale ben strutturata: negli anni Novanta, la Lega era il secondo partito a Verona, e addirittura il primo a Treviso, mentre a livello nazionale era appena il quarto.

Anche nel calcio la presenza di giocatori neri, e in particolare africani, era estremamente ridotta, ma gli eventi degli anni Novanta finirono per cambiare tutto: l’immigrazione di massa causata dal cambiamenti politici ed economici post-caduta del Muro, l’evoluzione atletica del gioco, l’ascesa delle nazionali dell’Africa sub-sahariana (la Nigeria, nel 1996, vinceva l’oro olimpico di Atlanta, mentre il Camerun la eguagliava quattro anni dopo a Sydney) e la liberalizzazione dei trasferimenti dovuta alla sentenza Bosman posero le basi per una convergenza che portò ad avere sempre più giocatori neri in Europa. Il razzismo, fino a quel momento rimasto latente in una società che aveva poco bisogno di esternarlo, esplose laddove era più facile vedere il miscuglio tra bianchi e neri e dove l’insulto era maggiormente sdoganato, cioè negli stadi. Omolade finì per essere la vittima di questo complesso fenomeno che si sviluppava ben al di sopra della sua testa.

François Zahoui, diciannovenne ivoriano che venne a giocare all’Ascoli nel 1981, alla riapertura delle frontiere, fu il primo calciatore africano della storia della Serie A.

Il secondo punto fu appunto la reazione al caso Omolade. Lasciando stare i discorsi più recenti sulla black face, all’epoca completamente estranei al contesto culturale italiano, la decisione dei giocatori e dello staff tecnico del Treviso di reagire dipingendosi tutti il volto di nero fece grande scalpore. E bisogna dire tutt’oggi che, nella storia del nostro calcio, non si registrano reazioni al problema del razzismo negli stadi che siano state più forti di quella: ricordate il silenzio dopo i cori contro Koulibaly in Inter-Napoli del dicembre 2018, o la polemica internazionale nata un anno dopo attorno alla campagna delle tre scimmie della Lega di Serie A, o l’incompresibile posizione della Nazionale sul gesto dell’inginocchiamento durante gli Europei dell’estate 2021? La reazione del Treviso di ventuno anni fa oggi è ancora avanguardia, nel nostro Paese, e forse questo è un indice del problema.

Perché in tutto questo tempo non c’è stata alcuna riflessione sul tema del razzismo né sui modi per affontarlo: gli episodi sono oggi più frequenti che mai, solo una minima parte di essi si conclude con l’identificazione e la punizione del responsabile, e tutto viene affrontato in maniera occasionale e mai sistemica. Nel frattempo, infatti, il sistema Italia ha visto un vero e proprio boom dei partiti della destra razzista: la Lega – non più Nord – che nel maggio 2001 prendeva meno del 4% alle elezioni politiche, nel 2018 superava il 17% e formava per la prima volta un governo in cui aveva un peso decisionale considerevole. Il razzismo non è stato affrontato né dentro né fuori dal mondo del calcio, ma è stato sostanzialmente ignorato. È ovvio che lo sport può fare poco, se ciò che gli sta attorno resta immobile, ma il fatto che non si sia nemmeno provato a contrastare il fenomeno che andava emergendo fa da spia di un atteggiamento generale.

Ecco perché mi vien da dire che tutto iniziò davvero quel giorno a Terni, con Akeem Omolade e qui tifosi trevigiani. Perché quello che cinque anni prima accadde con Ferrier apparteneva a un altro mondo, e nella sua feroce gravità era pur sempre una buffonata con un manichino e due tizi mascherati. Invece, durante Ternana-Treviso si assistette a un cambio di paradigma: un’azione di gruppo, meno teatrale e più alla portata del tifoso medio, quasi minimalista. Fu un rito di passaggio che condusse il razzismo negli stadi alla sua dimensione matura, quella degli insulti espliciti che nel novembre 2005 alcuni ultras dell’Inter rivolsero a Marc André Zoro, e che successivamente si sono evoluti nei cosiddetti cori da scimmia, a volte chiamati anche “ululati” o più semplicemente “buu”. Un percorso che ha portato alla codificazione dell’insulto razzista, che lo ha reso meno palese e più nascosto dietro un linguaggio specifico, per poter giocare sull’indefinitezza, sull’incompresione, sulla burla.

Questo discorso è nato da Omolade e lì ritorna, anche se di lui non si è detto quasi nulla in queste righe, perché alla fine che vuoi dire di un giovane uomo che lascia una figlia piccola a soli 39 anni? In ventidue anni di carriera in giro per lo Stivale, tutto ciò che ci è rimasto impresso di lui risiede ingiustamente in quel maggio del 2001, un evento che pare aver cristallizzato la sua esistenza da calciatore così come ha cristallizzato anche la capacità di reazione del Paese davanti a quei fenomeni: siamo ancora fermi là, davanti a qualcosa che è appena emerso e che più avanti ci toccherà studiare. Ventuno anni così, bloccati. La sua rivincita su quei razzisti, Omolade ce l’ha avuta: si è costruito una vita in Italia, ha trovato lavoro come traduttore presso il Tribunale di Palermo. Ha combattuto la sua personale battaglia contro il razzismo nel modo migliore che poteva, dimostrando di essere più di un colore.

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