Bosman, la sentenza che non cambiò il calcio

Si sente spesso dire che il calcio non è più quello di una volta, che è cambiato (in peggio) e che oggi è tutto business. Il calcio moderno, lo chiamano i tifosi, in senso sottilmente dispregiativo. E di solito si individua un momento preciso in cui tutto è cambiato: il 15 dicembre 1995, con la sentenza Bosman. Un giorno che è stato fin da subito ricoperto d’infamia, ingiustamente. Qua di seguito si vuole tentare una riflessione politica (e non emotiva) sui giorni che cambiarono veramente il calcio, mettendo da parte il grande specchietto per le allodole che è stato il caso Bosman per guardare in faccia i motivi reali del cambiamento.

La tesi generale è che la sentenza Bosman abbia distrutto i vivai e le squadre che su di essi costruivano tutti i loro successi. L’Ajax, eponimo di tutti i club olandesi, proprio nel 1995 vinceva la sua quarta Champions League con una squadra di talenti locali di straordinario talento, che il club di Amsterdam aveva potuto crescere con calma nel suo settore giovanile, portare in prima squadra, e far maturare arrivando sul tetto d’Europa. Tutto questo, non sarebbe più stato possibile. La stessa cosa accadde ai club belgi o al mitico Nantes, una delle più affascinanti realtà di Francia, che sempre in quei mesi diventava campione nazionale per la settima e penultima volta (sarebbe arrivato un titolo ancora sei anni dopo, e poi il declino).

La liberalizzazione dei contratti di lavoro nel calcio aveva fatto sì che un giocatore senza un accordo in vigore, o con un accordo di prossima scadenza, con il proprio club potesse firmare liberamente per un’altra società, e questi valeva anche con i minorenni dei vivai. I settori giovanili più in vista di Spagna, Francia, Italia e Olanda vennero saccheggiati, decine e decine di ragazzi ogni anno lasciavano le loro terre d’origine per trasferirsi in ricchi club stranieri, inseguendo il sogno di diventare giovani professionisti strapagati. Cesc Fàbregas è il caso più famoso: nel 2003, a 16 anni, abbandonava la Masia del Barcellona per passare all’Arsenal; ma come lui ce ne sono stati tanti altri che non hanno fatto la storia (Valerio Di Cesare, Samuele Dalla Bona, Vito Mannone, Artuto Lupoli, solo per citarne alcuni nostrani).

Se la sono vista male anche i club dell’Est Europa, un tempo brillanti e talvolta anche vincenti, ma che negli anni Novanta affrontarono una crisi devastante: dopo decenni di ortodossia comunista, per cui i calciatori erano formalmente tutti dilettanti, il calcio russo, ucraino, rumeno, jugoslavo e cecoslovacco si svuotò rapidamente. I campioni emigravano presto, i club s’impoverivano, le Nazionali appassivano. La semifinale di Champions League raggiunta dall’ultima Dinamo Kiev del Colonnello Lobanovski nel 1999 fu il canto del cigno di un intero movimento. Prima del 1995, l’Est aveva conquistato sette coppe europee e undici titoli con le nazionali, tra Europei, Mondiali e Olimpiadi.

Fàbregas, nel 2004, aveva solo 17 anni ma era già un titolare fisso dell’Arsenal, pupillo assoluto dell’allenatore Wenger. Sarebbe tornato al Barcellona solo nel 2011, per 34 milioni di euro.

La correlazione è stabilita: tutto sembra filare liscio, in questo ragionamento. Ma proviamo a chiederci: i giocatori che lasciano giovanissimi questi paesi, dove vanno? La direzione è univoca: da tutta Europa, il calcio post-Bosman affluisce in massa in Inghilterra, e c’è un motivo ben preciso. Nel febbraio del 1992 i club della First Division hanno rotto con la Football League, l’associazione che gestisce i campionati professionistici inglesi, e creato una lega a parte, che poi sarà reinserita nel sistema di promozioni e retrocessioni della FL ma continuerà a essere gestita in maniera separata.

La Premier League nasce per ragioni economiche: i club del massimo livello del calcio inglese sono stufi di vedere suddividere i soldi dei diritti tv e degli sponsor tra tutte le leghe professionistiche. La First Division è il campionato in cui gira più denaro e che produce di più, di conseguenza ritiene che le debbano essere destinati molti più fondi; quando la FL glieli nega, i club decidono di staccarsi e iniziare a gestire i contratti in proprio. Nasce un nuovo super-campionato, più ricco e potente, che apre un solco tra i club di Premier e quelli della nuova First Division (che un tempo era la Second, e oggi è nota come Championship), ma anche tra club inglesi e club stranieri.

Un campionato un tempo relativamente refrattario agli stranieri diventa il punto di ritrovo dei migliori giocatori del mondo, sognando di emulare la NBA del basket americano. L’Arsenal di Arsène Wenger, primo non britannico sulla panchina dei Gunners, sorge nel 1996 e diventerà il simbolo del nuovo ricco multiculturalismo della Premier. La rivoluzione inglese segna l’ascesa dei diritti tv come nuova miniera d’oro del calcio, e il primo impatto sul calcio globale è devastante, non in termini di risultati sul campo ma economici.

In questo momento, il calcio si sveglia dal suo lungo sonno e si scopre business dalle enormi potezialità: i club inglesi non diventano più vincenti (nei 15 anni successivi vinceranno appena cinque coppe internazionali), ma si arricchiscono tantissimo. Possono spendere cifre fuori mercato per portare i migliori giocatori e allenatori nel proprio paese, così da riempire gli stadi e ottenere più soldi dagli sponsor e dalle televisioni, alimentando questo circolo della ricchezza che vale molto di più del rempire le bacheche. Anche gli altri vogliono una fetta della torta: nascono ovunque le pay-per-view, tutti i campionati europei si ristrutturano per inseguire il sogno di ricchezza della Premier League. Network come Canal+ e Sky diventano i nuovi attori di riferimento del calcio mondiale.

La UEFA ci era arrivata prima di tutti, però: fin dalla fine degli anni Ottanta si parlava di rinnovare la Coppa dei Campioni, avviando a un processo che avrebbe portato, nel 1992, alla nascita ufficiale della nuova Champions League. Da un torneo a eliminazione diretta dedicato unicamente ai campioni nazionali, si passò gradualmente a un lungo torneo fatto di fasi preliminari, gironi eliminatori e infine scontri diretti, a cui prendevano parte molti più soggetti. Più squadre, più partite, più introiti dei diritti tv, più business.

Fu il Marsiglia del ricchissimo Bernard Tapie a vincere la prima Champions League: si trattò del primo e, finora, unico successo di un club francese. Nell’edizione 1990-91 erano state disputate in tutto 59 partite; dopo la prima riforma, l’anno seguente, si passò a 73, e nell’edizione 1992-93 a 82. Nel 2019-20, ci sono stati in tutto 210 incontri.

Tutto questo avveniva oltre tre anni prima della sentenza Bosman, ed ebbe effetti molto più decisivi nell’evoluzione del cosiddetto calcio moderno. Evoluzione, appunto, e non rivoluzione, perché il calcio è business fin dal primo momento in cui si è iniziato a pensare di pagare i giocatori: il professionismo, avviato in Inghilterra a fine Ottocento, ebbe l’indubbio merito di espropriare il calcio all’alta borghesia, ma una delle conseguenze fu la sua trasformazione da passatempo ad azienda. Per pagare i giocatori bisognava standardizzare il prezzo dei biglietti, rinnovare i campi da gioco in funzione del pubblico, accogliere i primi sponsor: non più sport, in senso stretto, ma spettacolo; il focus principale non erano più i praticanti, divenuti ormai lavoratori, ma gli spettatori, divenuti consumatori di un prodotto. Il calcio business deve probabilmente più al Blackburn Olympic che a Jean-Marc Bosman.

La storia del calcio è questa: un sport considerato privilegio borghese divenne uno sport per lavoratori, che giustamente pretendevano di essere pagati, visto che la gente veniva a vederli e faceva guadagnare i proprietari dei club. La guerra di classe per il controllo del calcio cambiò radicalmente: avendo perso la battaglia in campo, l’alta borghesia si concentrò sull’extra-campo, accontentandosi di gestire i club e, attraverso di essi, riacquistare il controllo del calcio. Per ribadire il proprio potere, imposero ai giocatori delle regole, che ad esempio li vincolavano alle loro società.

Per tutto il Novecento, i sindacati dei calciatori lottarono ovunque nel mondo per vedere riconosciuti il professionismo, stipendi migliori, cure mediche in caso di infortuni, maggiori diritti. Fu questo percorso a portare alla sentenza Bosman: nel 1990, Jean-Marc Bosman voleva approfittare della scadenza del suo contratto col Liegi per trasferirsi al Dunkerque, ma il club belga chiese ai francesi un compenso per “liberare” il giocatore, l’affare saltò e Bosman andò per vie legali, finendo fuori squadra. Il suo contratto col Liegi era scaduto, ma l’azienda aveva ancora il diritto di tenerlo vincolato a sé, decidendo se, dove e a che condizioni sarebbe potuto andare a lavorare. Mentre era fuori rosa, Bosman si vide ridurre unilaterlamente il salario al minimo sindacale, senza potersi opporre. Qui non parliamo di sport, ma di diritto del lavoro: questa cosa, nell’Europa liberale e democratica dei primi anni Novanta, era socialmente inaccettabile.

In molti, specialmente tra chi analizza il calcio “da sinistra”, non se ne rendono conto, ma quando accusano la sentenza Bosman di aver rovinato il calcio si stanno involontariamente piegando a una retorica molto pericolosa: sostengono, in pratica, che quando si riconoscono maggiori diritti ai lavoratori poi tutto va in malora. È il ragionamento del tifoso, cioè del consumatore, che non riesce a immedesimarsi nella parte del lavoratore (e che ovviamente è ben diffusa anche al di fuori del calcio: è la stessa del tizio che si lamenta dello sciopero dei lavoratori di Amazon, perché così il pacco che ha ordinato gli arriva con uno o due giorni di ritardo).

Jean-Marc Bosman, centrocampista, aveva giocato negli anni Ottanta nello Standard Liegi e nell’Under-21 del Belgio, prima di trasfersi, nel 1988, nel RFC Liegi, il club a cui legò il periodo più famoso e complicato della sua vita.

Il calcio moderno è figlio della Champions League e della Premier League, non della sentenza Bosman. Quest’ultima è andata sicuramente a incidere sul calcio che vediamo oggi, ma è stata più che altro un’aggiunta a un sistema che era già ben formato, a causa di altri fattori. Come ad esempio la caduta del Muro di Berlino e il rimescolamento della società europea e mondiale che ne seguì: il declino e la fuga all’estero dei campioni dell’Est sono iniziati ben prima del 1995. È il mondo a essere cambiato, e il calcio è andato a ruota, in quanto parte di questo mondo.

Anche il presunto declino di certi club, andrebbe ricontestualizzato. A partire dagli anni Duemila, i club ex-sovietici si sono ristruttrati secondo un nuovo modello di business sostenuto da colossi come Gazprom, e sono tornati ad essere competitivi. Nei 40 anni che hanno preceduto il caso Bosman, le squadre sovietiche avevano conquistato tre coppe europee, tante quante ne hanno vinte nei soli 20 anni successivi. La sentenza del 1995 è stata piegata alle loro necessità, diventando lo strumento con cui saccheggiare i settori giovanili dei campionati di minor livello, come fa da tempo lo Shakhtar Donetsk con il Brasile.

Lo stesso Ajax, pur non essendo più tornato a conquistare un trofeo internazionale, ha avuto alcuni momenti molto positivi, dopo aver rafforzato il proprio settore giovanile, proteggendolo dai club stranieri, e aver preso a depredare i migliori giovani rumeni, svedesi o africani. I Lancieri di inizio Duemila, capaci di raggiungere di nuovo i quarti di finale della Champions League, avevano tra le loro stelle non solo ragazzi cresciuti ad Amsterdam, ma anche altri sottratti da campionati stranieri grazie proprio ai vantaggi della sentenza Bosman: Lobont, Chivu, Trabelsi, Pienaar, Mido, Ibrahimovic.

La favoletta triste della sentenza che ha distrutto questi club non ha alcun fondamento, perché molti di loro hanno saputo sfruttare le nuove norme a proprio vantaggio. Il declino ha colpito chi, come Nantes e Dinamo Kiev, non ha saputo riadattarsi rapidamente, finendo travolto da chi invece era stato più reattivo. Col tempo, molti club che facevano del vivaio un punto di forza hanno imparato i trucchi per difendere i propri giovani e trattenerli in squadra. Il Barcellona, per esempio, ha saputo costruire un grande mito mediatico attorno alla propria cantera, e da anni ne trae grandi vantaggi economici: i suoi talenti ora vengono venduti giovanissimi a cifre considerevoli. Solo negli ultimi cinque anni, il Barça ha incamerato oltre 50 milioni di euro vendendo canterani di secondo piano come Deulofeu, Tello, Bartra, Halilovic, Cucurella, Denis Suárez e Carles Pérez.

Alla fine dei conti, l’unico ad averci veramente rimesso con la sentenza Bosman è stato Bosman stesso. Il caso legale col Liegi gli portò via cinque anni di carriera: quando arrivò il pronunciamento della Corte di Giustizia Europea, aveva ormai 31 anni, e da allora in avanti fu trattato come un paria dal mondo del calcio. Riuscì a disputare ancora una stagione col Visé, nelle serie minori belghe, prima di doversi ritirare. Aver sfidato il monopolio dei padroni dei club ebbe come conseguenza la sua estromissione dal mondo del calcio e la caduta nella depressione, nell’alcolismo e, infine, nella povertà. La vendetta dei signori del pallone contro di lui si consuma beffarda ogni volta in cui qualcuno, credendosi idealista, ancora lo accusa di aver rovinato uno sport che da tempo aveva scelto che direzione imboccare.

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