Belfast 1958: Come si viene eliminati da un Mondiale

C’era un clima più teso del previsto, attorno alla partita. Non solo perché ci si giocava l’accesso al Mondiale – che, tutto sommato, era abbastanza alla portata degli Azzurri, primi nel girone – ma per come si era arrivati a quella partita. Si doveva giocare a inizio dicembre, ma la nebbia dell’inverno britannico aveva bloccato a Londra l’arbitro Zsolt: l’Italia si era opposta alla decisione di ricorrere a un direttore di gara nordirlandese, e l’ipotesi di rinvio di 24 ore era impossibile a causa dell’imminente giornata di First Division inglese, da disputarsi tre giorni dopo. Così, Irlanda del Nord – Italia era stata ricalendarizzata per il 15 gennaio 1958; particolare che aveva permesso agli ospiti di arrivare al match nelle migliori condizioni possibili, avendo già giocato in casa col Portogallo, vincendo e conquistando la testa del gruppo 8. Stava per iniziare così il disastro di Belfast.

Le migliori condizioni possibili, si diceva. Cioè, un punto di vantaggio sugli irlandesi e due risultati utili su tre. Ma la realtà dell’Italia era un po’ più complessa. Per motivi diversi, i Mondiali del 1950 e del 1954 erano stati pessimi, così dopo il torneo svizzero la Nazionale era stata affidata al 43enne Alfredo Foni, l’uomo che negli anni precedenti aveva fatto risorgere l’Inter grazie a un gioco ultradifensivista. Foni veniva dalla gavetta, e aveva importato in una grande squadra il gioco di provincia, vincendo due scudetti ma venendo bersagliato di critiche sulla stampa: in un’Italia ancora in cerca degli eredi del Grande Torino, il tecnico friulano era visto come un iconoclasta. Eppure, era anche un precursore, perché fu anche grazie a lui che il catenaccio divenne il gioco all’italiana. E la chiamata in Nazionale doveva essere la sua consacrazione.

Il Paese in cui si muoveva quell’Italia del calcio stava vivendo una fase estremamente delicata, quella della legislatura più travagliata della sua storia: sei diversi governi in cinque anni; a maggio, il democristiano Adone Zoli aveva ottenuto la fiducia tra le polemiche, a causa del supporto decisivo dei due partiti monarchici e dei neofascisti del MSI. A settembre, si erano verificate delle tensioni nel piccolo stato di San Marino, unico paese comunista nell’Europa occidentale, dove un colpo di stato filo-statunitense aveva messo in allarme anche il governo italiano. E, a inasprire le tensioni internazionali, proprio a dicembre, pochi giorni dopo il rinvio del match di Belfast, la NATO aveva stabilito lo stanziamento di missili nucleari nei paesi alleati, pronti a essere rivolti contro l’Unione Sovietica: il Doomsday Clock ideato dagli scienziati dell’Università di Chicago, indicava in quel periodo 2 minuti alla mezzanotte, la più breve distanza dalla guerra atomica mai raggiunta. Mentre questo accadeva, l’Europa era preda della cosiddetta pandemia asiatica, un’influenza aviaria arrivata dalla Cina e che colpiva soprattutto i più giovani. Il calcio aveva, una volta di più, l’ingrato compito di distrarre la popolazione.

Peccato che, attorno alla Nazionale di Foni, ci fosse pochissima fiducia. L’Italia aveva esordito con una sconfitta, ulteriormente abbrutita dal gioco rinunciatario, in Ungheria; poi aveva ottenuto delle belle vittorie in casa, ma nuovamente in trasferta (Argentina, Brasile e soprattutto Jugoslavia) aveva dimostrato profondo smarrimento. Nelle qualificazioni mondiali, gli Azzurri erano partiti con una faticosissima vittoria a Roma sull’Irlanda del Nord; poi erano andati in trasferta a Lisbona contro il modesto Portogallo, impostando una gara esageratamente difensiva e uscendone invece con una sconfitta per 3-0. Lì, Foni aveva provato a cambiare bruscamente rotta e ricercare un gioco più propositivo, affidandosi al magico trio oriundo Schiaffino-Ghiaggia-Montuori, e aveva restituito la batosta ai lusitani. Il recupero di gennaio con l’Irlanda del Nord era decisivo ma abbordabile, dato il livello dell’avversario e il fatto che bastava il pareggio. Ma Foni aveva sofferto molto la pressione dei media in merito al gioco della sua squadra, e voleva che l’Italia dimostrasse di poter andare a Belfast a giocare da pretendente al titolo mondiale.

La non-partita del 4 dicembre 1957.

La partita del 4 dicembre 1957 si era giocata come amichevole, dato che le due squadre e i tifosi erano già allo stadio, ma il rifiuto dell’Italia di validare il risultato aveva creato molto malumore tra gli irlandesi, sia quelli in campo che quelli sugli spalti. Nel Regno Unito, giravano già brutte voci, in merito all’Italia: la punta della Sampdoria Eddie Firmani – un oriundo sudafricano cresciuto nel Charlton Athletic – aveva detto alla stampa britannica non molto tempo prima che in Serie A si faceva un largo uso di strani medicinali, e l’idea che gli italiani fossero degli imbroglioni dopati era divenuta abbastanza comune. Questo, in aggiunta al fatto che gli Azzurri avevano trasformato il match in un’amichevole, scatenò una pioggia di fischi e insulti dagli spalti, a cui i giocatori dell’Irlanda del Nord aggiunsero un gioco particolarmente rude. Finì 2-2, ma al fischio finale il pubblico invase il campo e scatenò una colossale rissa, dalla quale per i giocatori non fu facile uscire incolumi. Il pensiero di dover tornare a Belfast un mese dopo, per una partita stavolta ufficiale, non piaceva più a nessuno.

Il clima, in Irlanda del Nord, era incandescente ben oltre i confini dei campi da calcio. Il governo era saldamente in mano agli unionisti, ma alle elezioni del 1953 l’affluenza era crollata dal 79% al 60%: le tensioni tra i protestanti filo-britannici e i cattolici indipendentisti si stavano facendo sempre più forti, e da circa un anno l’IRA aveva iniziato una massiccia campagna di sabotaggi e attentati contro la presenza inglese nel nord dell’isola. Anche qui, come in Italia, il calcio era un forte collante sociale a cui il paese si affidava per trovare un po’ di gioia e felicità in un momento difficile. Al punto che la qualificazione al Mondiale svedese era diventata, nonostante il relativamente basso livello della rosa, quasi imperativa, specialmente per una questione di orgoglio nazionale: Inghilterra e Scozia avevano già staccato il pass per il torneo finale, e proprio in quei giorni il Galles disputava il facile spareggio contro Israele; per la prima volta nella storia tutte le quattro selezioni britanniche potevano qualificarsi per la Coppa del Mondo.

Il tecnico Pete Doherty aveva a disposizione una squadra abbastanza modesta, ma aveva saputo darle solidità, lavorando attorno ai pochi giocatori di valore. Su tutti c’erano ovviamente i due centrocampisti Danny e Jackie Blanchflower: il primo, in particolare, era la colonna del Tottenham e stava disputando una stagione clamorosa in First Division, al termine della quale sarebbe stato premiato come giocatore dell’anno. Poi c’era Harry Gregg del Manchester United tra i pali, uno dei migliori portieri d’Inghilterra, e a coordinare la manovra offensiva c’era Jimmy McIlroy. All’epoca, la conoscenza del calcio internazionale era molto limitata, rispetto a oggi, ma col senno di poi si nota facilmente che l’Irlanda del Nord non era la squadretta che l’opinione pubblica italiana dell’epoca credeva: Gregg e Jackie Blanchflower erano due titolari dei Busby Babes che pochi mesi dopo avrebbero raggiunto la semifinale di Coppa dei Campioni (e a cui solo una tragica sventura precluse maggiori successi); Gregg sarebbe poi stato premiato come miglior portiere dei Mondiali, mentre l’altro Blanchflower, Danny, avrebbe incarnato l’epoca d’oro degli Spurs del decennio successivo; McIlroy, in ultimo, sarebbe stato uno dei protagonisti del clamoroso scudetto del Burnley nel 1959/1960.

Tutte cose che Foni e i suoi giocatori non potevano sapere, in quel momento. Sapevano solo di doversi giocare la gara decisiva a Belfast da favoriti assoluti e in un clima di fuoco. Nell’amichevole di dicembre, Foni aveva sperimentato ancora a livello tattico, e aveva sfiorato la vittoria, per cui ora decideva di scendere in campo con un centrocampo molto tecnico imperniato attorno all’estro di Armando Segato della Fiorentina, a supporto di un poker di oriundi: a Ghiggia, Schiaffino e Montuori si era aggiunto all’ultimo Dino da Costa, appena naturalizzato per sostituire il febbriccitante Guido Gratton, uno degli azzurri più affidabili. La convocazione a sorpresa di Da Costa andò ad aggiungersi al carico delle accuse irlandesi verso l’Italia, che dopo il doping e le pressioni per invalidare la partita, ora regalava anche il passaporto a un giocatore brasiliano per completare la propria rosa. No, a ben vedere non erano affatto le migliori condizioni possibili.

L’analisi della sconfitta dell’ex-ct Vittorio Pozzo, campione del mondo 1934 e 1938.

L’Italia tornò da Windsor Park sconfitta 2-1, e questa è storia nota. La colpa ricadde ovviamente subito su Foni, prima criticato per il catenaccio e ora per la scriteriata idea di andare a Belfast per vincere, invece di difendere il pareggio. Poi ci si era messo Ottorino Barassi, il presidente della FIGC, che al giornalista di Stadio Alfeo Biagi fece un elenco di colpevoli che, oltre al ct, comprendeva anche il numero due della Federazione Giuseppe Pasquale, e soprattutto club come Fiorentina e Milan, rei di essere promotori della pratica degli oriundi che stava affossando il calcio italiano. Eccolo qui: il problema degli stranieri, dei sudamericani naturalizzati che “non sentivano” l’amor patrio e quindi non si impegnavano in Nazionale. Gli oriundi erano stati tra i protagonisti dei due Mondiali fascisti del 1934 e del 1938 e ora, nell’Italia post-fascista, si riscoprivano antagonisti. Richiamati in azzurro per invertire la tendenza del 1950 e del 1954, avevano imboccato la strada ideale per diventare i perfetti capri espiatori per i problemi del calcio italiano.

L’onta della prima storica esclusione dalla fase finale di un Mondiale generò scandalo e sgomento, ma non certo cambiamento. Certo, qualcuno pagò: il primo fu Barassi, rimosso dalla carica di presidente federale (e prontamente rieletto alla guida della Lega Nazionale Dilettanti). Foni sopravvisse una partita in più, venendo cacciato dopo la sconfitta a Vienna con l’Austria il 23 marzo, nella Coppa Internazionale. Degli undici che scesero in campo a Belfast, cinque non vestirono mai più la maglia della Nazionale (Pivatelli, Vincenzi, Da Costa, Invernizzi e Schiaffino), due sparirono dopo l’Austria (Ferrario e Bugatti), un altro dopo il match seguente contro la Francia (Corradi), mentre Montuori, Ghiggia e Segato fecero altre poche comparsate nei due anni successivi. La Nazionale di Belfast fu epurata con metodica solerzia, necessaria a salvaguardare lo status quo e rimandare la questione al prossimo disastro.

Nel frattempo, la produzione della FIAT Nuova 500 superava le 300.000 unità, le macchine da scrivere della Olivetti rivoluzionavano il settore, e le fabbriche metalmeccaniche Pirelli, Montecatini, Falck e Tosi portavano la produzione d’acciaio a quota 8 milioni di tonnellate. Alle spalle del disastro di Belfast stava iniziando il miracolo italiano.

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Fonti

1958 – Vincenzi: “Pagammo tutti gli errori di Foni”, Storie di Calcio

CAMEDDA Paolo, Irlanda del Nord-Italia, la disfatta del 1958 che costò agli Azzurri i Mondiali di Svezia, Goal.com

PASTORE Giuseppe, Classici: Irlanda del Nord – Italia ’58, L’Ultimo Uomo

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