Oggi non è assurdo pensare di fare una trasferta di oltre 8.000 chilometri a fine stagione per disputare delle amichevoli, ma non si poteva dire la stessa cosa nel 1960. Eppure, un giorno di maggio di quell’anno, il Benfica – non ancora uno dei colossi del calcio europeo – atterrava a Goa, sulle coste occidentali dell’India. Si trattava, probabilmente, della prima tournée in Asia da parte di una squadra europea, ben otto anni prima del viaggio dell’Arsenal in Giappone e Malesia. Non c’erano di mezzo grandi sponsorizzazioni, però, né l’opportunità di diffondere il calcio in un lontano angolo del mondo: il viaggio del Benfica aveva necessità squisitamente politiche e, per essere più specifici, colonialiste. Goa era un piccolo pezzo di Portogallo, circondato da un giovane stato che ne reclamava ostinatamente la sovranità. Il calcio doveva servire a ricordare, alla gente di laggiù, che erano e sarebbero sempre stati portoghesi.

Anticamente la capitale del florido regno della dinastia Kadamba, che aveva governato queste terre per oltre quattro secoli ai tempi del Medioevo europeo, Goa era poi passata più volte di mano, fino a quando, all’inizio del XVI secolo, i portoghesi non ne avevano preso possesso, facendone il cuore del loro Estado da Índia. Questa situazione era rimasta invariata fino agli anni Sessanta, sebbene il Portogallo fosse nel frattempo diventato solo l’ombra del ricco e potente impero di un tempo. Le colonie – sparse tra l’Africa, l’India, la Cina, fino alla remota isola di Timor – rappresentavano il perverso vanto di un paese poverissimo ma che non si rassegnava al proprio declino né alle crescenti pulsioni della decolonizzazione. Il resto dell’India aveva conquistato l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1947 e il governo di Jawaharlal Nehru aveva immediatamente chiesto la restituzione degli altri territori indiani ancora sotto controllo europeo: la Francia aveva acconsentito ad abbandonare Pondicherry, ma il Portogallo non ne aveva voluto sapere di fare lo stesso con le sue colonie.

Dal 1932, il paese era sotto il regime di António Salazar, un economista conservatore che ammirava il Fascismo italiano e che, grazie alla sua neutralità durante la guerra, aveva saputo riciclarsi come un prezioso alleato degli Stati Uniti in ottica anticomunista. Difendere gli sparuti possedimenti coloniali in giro per il mondo era, per Salazar, una questione di principio, sebbene fosse chiaro che il Portogallo non sarebbe stato in grado di inviare rinforzi a Goa, se la situazione lo avesse richiesto. Così, dalla metà degli anni Cinquanta, i nazionalisti indiani avevano iniziato a spingere per espellere definitivamente gli europei dal proprio territorio. Militanti isolati avevano compiuto alcuni blitz per prendere possesso di piccole zone di terra o di minuscoli fortini, aumentando le tensioni e portando Nehru, nel 1955, a imporre un blocco sulle ultime colonie portoghesi in India (oltre a Goa, le cittadine di Damão e Diu, nei pressi del Golfo di Khambhat, oltre 700 chilometri più a nord). Per rompere il blocco, le autorità portoghesi costruirono un aeroporto a Dabolim, nell’area meridionale di Goa. Fu sulla pista di quell’aeroporto che, cinque anni più tardi, atterrò la squadra del Benfica.

Nell’estate del 1959, il maestro brasiliano Otto Glória aveva lasciato la panchina delle Águias all’ungherese Béla Guttmann, e la rosa aveva subito una profonda rifondazione. Se n’erano andati giocatori veterani come il portiere José de Bastos e il mediano Fernando Caiado, mentre erano arrivati giovani come José Torres e Fernando Cruz. Il punto di forza della squadra era l’attacco, in cui figuravano elementi del calibro di Domiciano Cavém, Mário Coluna, José Águas e Joaquim Santana, a cui si era aggiunto, all’ala sinistra, il promettente José Augusto. Sebbene negli anni precedenti fosse stato soprattutto lo Sporting a dominare il campionato nazionale, il Benfica aveva un grande blasone e sotto la guida di Guttmann era tornato a vincere il titolo proprio nel 1960. Oltre a questo, era la squadra ideale per incarnare il multiculturalismo colonialista di Salazar: quattro delle sue stelle erano nate e cresciute in Africa, ovvero Águas e il portiere Costa Pereira, provenienti da famiglie bianche rispettivamente dell’Angola e del Mozambico, e poi Santana e Coluna, angolano e mozambicano di pelle nera.

Benfica 1959 1960
La formazione del Benfica 1959/60: in piedi da sinistra, Saraiva, Serra, Neto, Mário João, Artur Santos, Costa Pereira; in basso da sinistra, José Augusto, Santana, Águas, Coluna, Cavém.

In realtà, nessuno di questi nomi eccellenti fece il viaggio verso Goa. A stagione appena finita, il Benfica decise che non valeva la pena inviare i suoi migliori giocatori in un posto così lontano, anche se c’era di mezzo una questione di stato. In India fu spedita una squadra composta in gran parte da riserve, al punto che fu anche brevemente richiamato Bastos dall’Atlético Clube de Portugal, dove aveva disputato l’ultima stagione, dando riposo a Costa Pereira. L’aereo delle Águias atterrò il 7 maggio, e ai giocatori fu immediatamente fatta fare una visita alla Basilica del Bom Jesus, una chiesa con oltre trecento anni di storia in cui erano conservate le reliquie del missionario gesuita San Francesco Saverio. Subito dopo, toccò alle incombenze diplomatiche, cioè all’incontro con il Governatore Generale Manuel António Vassalo e Silva, che celebrò la tournée come un grande evento capace di rendere quella terra così distante più nota al popolo portoghese nella madrepatria. “Voi giovani potrete raccontare ai vostri figli e ai vostri nipoti di aver visitato una terra meravigliosa di fiumi e di alberi di cocco, dove negli ultimi cinque secoli è stato scritto uno dei capitoli più gloriosi della storia portoghese” disse Vassalo e Silva.

Il viaggio in Asia sarebbe durato in tutto nove giorni, con tre partite in previsione. A livello tecnico, si trattava di pure formalità, e il fatto che fossero state inviate a Goa delle riserve non faceva che confermarlo. Era il contorno dell’evento a importare davvero: i campioni del Portogallo si recavano in India per ricordare ai goani che, per quanto distanti e isolati, erano lusitani in terra lusitana. La presenza del club campione di Portogallo, l’inno nazionale e la bandiera che aprivano ogni partita, sotto lo sguardo vigile del Governatore Generale sugli spalti, ribadivano costantemente la legittimità portoghese su quella regione. Il Benfica debuttò così sul campo di Margão, una cittadina nella zona meridionale di Goa, contro una squadra di truppe coloniali, vincendo per 2-1 grazie alle reti di António Mendes e Francisco Palmeiro, che nella stagione precedente avevano giocato in tutto 9 partite, segnando appena un gol a testa. Lo stadio era pieno ben oltre la sua capienza dichiarata, tanto era forte il richiamo del Benfica (più del nome che dei giocatori in campo, in un’epoca molto lontana da quella dello star system sportivo).

In seguito, le Águias affrontarono il Goa, la principale squadra locale, in cui giocava l’ala sinistra Vasu Raiturcar, il miglior calciatore goano dell’epoca. La partita si svolse sul campo di Vasco da Gama, una cittadina nei pressi dell’aeroporto di Dabolim, e terminò con una netta vittoria della formazione di Lisbona per 4-0, con due doppiette di Mendes e di Alfredo Espírito Santo, un attaccante angolano nero appena promosso dalla squadra giovanile. Per la terza partita, il Benfica fece ritorno a Margão per sfidare una selezione goana composta dai migliori giocatori della colonia, che mescolava europei e indiani. Fu l’incontro più combattuto, che vide prevalere la squadra di Lisbona solamente per 1-0, grazie a un’altra rete di Espírito Santo. Dal punto di vista politico, l’obiettivo era stato raggiunto: le folle giunte a vedere giocare il Benfica e il denso rituale dispiegato nelle tre occasioni avevano sottolineato in maniera indiscutibile il legame tra Lisbona e Goa. L’idea era quella di sfruttare quella tournée per un successivo invito del locale club campione a Lisbona, se non addirittura per la sua partecipazione alla Taça de Portugal, la coppa nazionale.

In realtà, nulla di tutto ciò poté mai realizzarsi. La diplomazia del pallone del Portogallo nascondeva la fragilità del regime di Salazar davanti alle rivendicazioni indiane. Il 18 dicembre 1961, il governo di Nuova Delhi ruppe gli indugi e le sue truppe entrarono a Goa: nel giro di sole 36 ore, la guarnigione portoghese fu sbaragliata e la fregata Afonso de Albuquerque – una nave da guerra degli anni Trenta che rappresentava una delle migliori dotazioni militari della colonia – venne affondata nei pressi della spiaggia di Dona Paula. Il Governatore Generale Vassalo e Silva, che aveva ricevuto da Salazar l’ordine di combattere fino alla morte, pensò che fosse più saggio arrendersi. Fu rimandato a Lisbona, dove fu sottoposto alla corte marziale, espulso dall’esercito e mandato in esilio. Il regime chiese ai suoi potenti alleati, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, di promuovere una mozione di condanna presso l’ONU nei confronti dell’India, colpevole di un’aggressione militare, ma il veto dell’Unione Sovietica spense sul nascere questo tentativo. Dopo 451 anni, il Portogallo aveva perso il controllo di Goa.

Liberazione Goa India Portogallo 1961
Soldati indiani a Goa, dopo la liberazione del dicembre 1961.

Otto mesi prima di tutto questo, il Benfica di Guttmann aveva sconfitto il Barcellona a Berna, conquistando a sorpresa la Coppa dei Campioni. Giocatori come Águas, Coluna, Santana e Augusto erano stati i protagonisti indiscussi di una stagione che aveva visto le Águias confermarsi anche come campioni nazionali. Nel corso del finale di stagione, l’allenatore ungherese aveva approfittato anche dell’occasione di far esordire un promettente attaccante nero mozambicano di 19 anni, Eusébio da Silva, che al momento dell’annessione di Goa era nel frattempo diventato un titolare inamovibile del Benfica. Il 2 maggio 1962, praticamente due anni dopo l’inizio della tournée asiatica della squadra portoghese, Eusébio trascinava il Benfica al suo secondo titolo continentale, travolgendo per 5-3, con una doppietta personale, il grande Real Madrid.

Il rapporto tra il Portogallo e le sue altre colonie sarebbe rimasto estremamente complicato per più di un decennio. La caduta di Goa aveva mostrato la prima grande crepa nel potere imperialista portoghese, dando ulteriore spinta alle rivendicazioni indipendentiste in Africa. Nei primi anni Sessanta, nelle regioni dell’Angola, della Guinea-Bissau e del Mozambico sorsero gruppi guerriglieri determinati a combattere per la propria libertà. Deciso a non rinunciare a dei territori che avevano un valore più simbolico che economico, Salazar imbarcò il Portogallo in una lunga e disastrosa guerra coloniale, che costò la vita a quasi 9.000 soldati, per lo più giovani, a cui si aggiunsero circa 28.000 feriti. Il dittatore morì nel 1970 e, quattro anni dopo, la Rivoluzione dei Garofani pose fine alla dittatura. Alle varie colonie fu concessa l’indipendenza e, lentamente, tutti si dimenticarono di quella tournée indiana del 1960.

Foto di copertina: la formazione del Benfica durante la tournée di Goa del 1960.

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Fonti

DA COSTA Aldrid, Remembering Benfica 50 years ago in Goa, Goan Football

DE MELO Afonso, Índia. E a águia voou em Goa, Sol

MERGULHAO Marcus, A year after Goa tour, Benfica won Euro Cup, The Times of India

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