Il momento della consacrazione del Pyramids FC è arrivato il 1° giugno 2025, quando la squadra allenata da Krunoslav Jurčić ha sollevato la sua prima Champions League africana. Un’impresa storica, per un club con appena sette anni di storia, nato all’improvviso grazie a un considerevole investimento di denaro saudita e con l’approvazione implicita del regime egiziano. La sua nascita e la sua ascesa sono state un fatto politico, motivato soprattutto dalla necessità di creare una squadra di riferimento per il governo e i suoi sostenitori, strappando il calcio all’egemonia culturale dell’opposizione. Anche per questo, in Egitto si è subito diffusa la voce che il Pyramids dovesse pagare delle persone per spacciarsi per tifosi, altrimenti non avrebbe avuto alcun tipo di sostegno.

Per capire come si è arrivati a questo punto, però, bisogna tornare ai tempi delle Primavere arabe. Nel 2012, un anno dopo la caduta del regime militare di Hosni Mubarak, gli egiziani erano tornati a votare, scegliendo come nuovo presidente Mohamed Morsi, esponente del partito conservatore islamico Fratelli Musulmani. Il nuovo governo si era trovato subito sotto contestazione, però: la crisi economica stava devastando il paese e le riforme di Morsi, che miravano al radicalismo religioso, divisero la popolazione. Le proteste popolari, che chiedevano liberalizzazioni e democrazia, vennero cavalcate dall’esercito, desideroso di riprendere il potere: nell’estate del 2013, un colpo di stato portò all’arresto di Morsi e all’ascesa del generale Abdel Fattah al-Sisi. Il nuovo regime militare si impegnò subito a reprimere con violenza ogni forma di opposizione, da quella dei conservatori religiosi a quella dei progressisti.

Nel mirino della repressione finirono anche le tifoserie di calcio, in particolare gli Ultras Ahlawy, il principale gruppo di sostenitori dell’Al Ahly del Cairo, la squadra più vincente e amata d’Egitto. Assieme ai loro acerrimi rivali, i White Knights dello Zamalek, erano stati in prima linea nella rivoluzione del 2011 contro Mubarak, e anche in seguito si erano messi in mostra come il cuore del movimento democratico egiziano, in aperta opposizione all’esercito, che prima dell’elezione di Morsi guidava il governo di transizione. Così si arrivò a Port Said. Il 1° febbraio 2012, l’Al Ahly e i suoi tifosi andarono in trasferta in casa dell’Al Masry, con cui c’era un’altra accesa rivalità. Per i militari fu l’occasione per regolare i conti con gli Ahlawy: lasciarono entrare allo stadio gli ultras dell’Al Masry con delle armi, e poi li lasciarono invadere il campo e aggredire gli avversari, mentre i cancelli dell’impianto vennero chiusi. 74 persone furono uccise e centinaia ferite.

Una volta al potere, Al-Sisi usò la strage di Port Said come esempio delle intemperanze dei tifosi di calcio e come scusa per reprimerli. La partecipazione del pubblico alle partite del campionato venne sospesa, e iniziarono gli arresti indiscriminati dei leader dei gruppi ultras: un modo per assicurare alla giustizia dei pericolosi teppisti, diceva il governo, ma in realtà il vero motivo era annichilire la dissidenza politica. Per completare quell’opera di conquista del calcio egiziano, Al-Sisi decise che doveva avere dalla sua parte una squadra che fosse ricca e vincente. E qui entrò in gioco Turki Al-Sheikh, un facoltoso imprenditore saudita ben connesso con la famiglia reale di Riad, e in particolare con l’erede al trono, Mohammed bin Salman. Al-Sisi si era rivolto all’Arabia Saudita per stipulare alcuni accordi di collaborazione a livello economico e militare, così da risollevare la situazione finanziaria dell’Egitto, e l’intervento saudita nel calcio locale faceva parte di questo progetto.

Turki Al-Sheikh
Turki Al-Sheikh è ritenuto il diretto responsabile della campagna di repressione, arresti illegali e torture degli oppositori politici di Mohammed bin Salman.

Già presidente onorario dell’Al Taawoun, nel dicembre del 2017 Al-Sheikh divenne un investitore dell’Al-Ahly, assumendo lo stesso ruolo anche nel club del Cairo. Grazie al suo sostegno, la squadra si rinforzò con giocatori come Mohamed Sherif, Salah Mohsen e Hossam Ghaly, vincendo il campionato pochi mesi dopo. Ma il rapporto con i tifosi si consumò subito, soprattutto dopo che l’Al-Ahly non riuscì ad accordarsi con il noto allenatore argentino Ramón Díaz, che diede priorità proprio a un club saudita, l’Al-Ittihad. A maggio 2018, Al-Sheikh si dimise da presidente onorario e acquistò una squadra per conto proprio: era l’Al Assiouty Sport, un club di secondo piano del campionato egiziano, con sede nella città di Asyut, nell’Egitto centrale, lungo il corso del Nilo. La società venne immediatamente ribattezzata con il nome posticcio e anonimo di Pyramids FC, che denotava chiaramente la sua vocazione internazionale, e venne trasferita al Cairo, trovando ospitalità nello stadio 30 Giugno, di proprietà dell’aviazione militare.

L’impatto del Pyramids sul calcio egiziano fu fin da subito tumultuoso. Nella sua prima campagna acquisti, Al-Sheikh comprò praticamente una rosa tutta nuova, spendendo circa 38 milioni di dollari (un record per il calcio africano) e assicurandosi importanti giocatori anche internazionali, come i brasiliani Keno (Palmeiras) e Rodriguinho (Corinthians), e il peruviano Cristian Benavente (Charleroi). Per dare credibilità al progetto, venne nominato presidente Hossam El Badry, che aveva allenato l’Al-Ahly nella stagione precedente, mentre Ahmed Hassan, leggenda del calcio egiziano con un passato in Beşiktaş e Anderlecht, fu scelto come portavoce del club. Hady Khashaba, che era stato un altro calciatore iconico con la maglia dell’Al-Ahly, assunse l’incarico di direttore sportivo, mentre la panchina fu affidata al brasiliano Alberto Valentim. Il Pyramids divenne immediatamente la squadra con il monte ingaggi più alto del campionato e una delle più facoltose d’Africa, ma la sua prima stagione fu molto al di sotto delle aspettative.

I risultati altalenanti portarono a un’incesante girandola di allenatori, che vide passare sulla panchina anche il mitico tecnico messicano Ricardo La Volpe, la leggenda locale Hossam Hassan, il già citato Ramón Díaz e, infine, il francese Sébastien Desabre. Il Pyramids terminò la stagione al terzo posto, ottenendo comunque un risultato storico, ma nel frattempo Turki Al-Sheikh annunciò a sorpresa che non avrebbe più investito nel club e che era disposto a cederlo. Le stelle straniere furono quasi tutte vendute, e il canale televisivo ufficiale della società venne chiuso. L’imprenditore saudita trasferì i suoi interessi sportivi in Spagna, acquistando l’Almería nell’estate del 2019, mentre la squadra egiziana fu ceduta a Salem Al Shamsi, un investitore originario degli Emirati Arabi Uniti con profonde connessioni nel governo di Abu Dhabi, che in precedenza era stato vicepresidente del Pyramids FC.

Ancora una volta, i retroscena societari del club andavano di pari passo con le relazioni internazionali che impegnavano il regime di Al-Sisi. L’avvicinamento agli Emirati Arabi era iniziato da tempo: già nel 2016, Abu Dhabi aveva stanziato un miliardo di dollari per tenere in piedi le banche egiziane e, di conseguenza, il governo. Ne erano seguiti vari accordi diplomatici, e nel 2020 Al-Sisi aveva pure celebrato la firma degli Accordi di Abramo tra gli Emirati Arabi e Israele. Quattro anni dopo, l’Egitto annunciava un progetto di sviluppo legato al turismo nell’area di Ras El Hekma, finanziato con 35 miliardi di dollari provenienti da uno dei tre fondi sovrani emiratini, ADQ. Contemporaneamente, lo stesso fondo sottoscriveva una partnership pluriennale proprio con il Pyramids. La squadra stava tornando a crescere, grazie anche agli ingaggi di giocatori come Ramadan Sobhi e Fagrie Lakay: nel 2020 aveva raggiunto la sua prima finale internazionale, arrendendosi ai marocchini del RS Berkane nella CAF Confederations Cup, mentre nel 2022 aveva terminato il campionato egiziano in seconda posizione.

Pyramids FC 2024-25 CAF Champions League
Ahmed Samy festeggia il gol che ha deciso la finale della Champions League africana del 2025.

Nell’estate del 2023, il Pyramids aveva acquistato un nuovo attaccante molto talentuoso, il congolese Fiston Mayele, proveniente dal campionato tanzaniano, mentre nel febbraio successivo era stato assunto come nuovo allenatore il croato Jurčić, reduce da alcune esperienze a Dubai e con un curriculum piuttosto prestigioso alla guida della Dinamo Zagabria. È stato lui ad aprire l’epoca d’oro del club del Cairo, iniziata con la conquista della coppa nazionale nell’agosto del 2024, battendo in finale lo ZED di Giza con rete di Mayele. La punta congolese si è poi confermata determinante nella squadra, costituendo una coppia d’attacco eccellente con il giovane Ibrahim Adel, il primo prodotto del vivaio del Pyramids a raggiungere la fama di stella nazionale. I due sono risultati, rispettivamente, capocannoniere e vice capocannoniere della Champions League africana vinta nel 2025 contro i sudafricani del Mamelodi Sundowns.

Dopo questo trionfo, il Pyramids si è consolidato con nuovi acquisti di alto profilo, come l’ala mancina brasiliana Ewerton, prelevato dai cechi del Baník Ostrava, e la punta Mostafa Ziko, ex dello ZED. Sono così arrivati i successi nella Supercoppa egiziana e la semifinale della Coppa Intercontinentale, persa contro il Flamengo dopo aver eliminato, nel turno precedente, i campioni d’Asia dell’Al-Ahli di Gedda. Grazie ai soldi del Golfo, Al-Sisi è riuscito a imporre dal nulla una nuova squadra in grado di poter essere l’immagine internazionale del calcio egiziano, ma ciò che gli continua a sfuggire è la consacrazione nel campionato locale, che in questi anni ha continuato a essere appannaggio delle squadre storiche (sei titoli per l’Al-Ahly, tre per lo Zamalek), simbolo tradizionale dei suoi oppositori.

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Fonti

LEVY Uri, Pyramids FC: Meet Cairo’s new mega-club, The Arab News

MOHAMED Mostafa, Saudi own goal: How buying Egyptian football clubs failed to pay off, Middle East Eye

MORGAN Ewan, Turki Al-Sheikh’s Ill-fated Involvement in Egyptian Football, Breaking the Lines

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