Dialectik Football è una delle voci più interessanti del panorama online riguardo a calcio, storia e politica, una continua fonte d’ispirazione e d’informazione per chi segue questi temi e un punto di riferimento per il pubblico francofono. Il sito è una miniera di storie, approfondimenti e considerazioni che spesso sono state il punto di partenza per ricerche e scoperte relativamente ad articoli che potreste avere letto anche qui su Pallonate in Faccia, in particolare relativamente alla storia politica del calcio francese. Il suo autore è Yann Dey-Helle, che nel 2024 ha anche pubblicato Atlas du Football Populaire (Éditions Terres de Feu, inedito in Italia), il più puntuale e dettagliato studio sul fenomeno del calcio popolare a livello mondiale. Dopo aver intervistato, nel 2023, Lucas Zalduendo di Fútbol y Política, era giunto il momento di coinvolgere allo stesso modo quello che ritengo per alcuni versi il suo corrispettivo francese.
Comincerei domandandoti come e quando ha visto la luce Dialectik Football. Sei tu il responsabile?
Dialectik Football nasce alla fine del 2018. Il progetto iniziale si inseriva nella continuità di un blog senza ambizioni smisurate e totalmente artigianale, chiamato Les Cahiers d’Oncle Fredo (I quaderni dello zio Fredo, ndr). Sono il fondatore e il principale animatore del sito. La creazione di Dialectik Football rispondeva a diversi obiettivi: proporre un media meglio strutturato per sostenere una critica del calcio moderno e aprirsi ad altri autori o giornalisti per farne uno spazio collettivo. Quest’ultimo punto è ancora in fase di sviluppo, anche se ci sono sempre più autori che propongono contributi.
Fantastico! Pallonate in Faccia è stato fondato nel 2017, quindi abbiamo quasi la stessa età! Mi sembra che il calcio francese sia un terreno fertile per le lotte politiche: penso a figure come Kopa e Rocheteau, all’occupazione della sede della FFF nel 1968, o anche ai giocatori che oggi si battono contro il razzismo. In Italia, invece, mi sembra che siamo molto più “apolitici”, purtroppo. Tu che ne pensi? Sto esagerando?
Il calcio francese è un terreno fertile per lotte politiche o sociali? Non sono sicuro che lo sia più che altrove. Tu fai riferimento a Raymond Kopa. Potremmo citare anche Just Fontaine, che ha contribuito a fondare l’UNFP, il sindacato dei calciatori. Ora è un’organizzazione completamente depoliticizzata. Al di là di questi due nomi – due vere stelle del calcio francese degli anni ’50 e ’60 – la fine degli anni ’60 fu un periodo di importanti rivendicazioni nel calcio francese. Uno dei punti di contesa era la questione dei contratti dei giocatori. All’epoca, in Francia, si parlava di “contratti a vita”. La situazione era più o meno simile al sistema britannico “retain and transfer”. In altre parole, il potere era nettamente a favore dei proprietari dei club, che erano gli unici a prendere le decisioni sui trasferimenti. I giocatori non avevano voce in capitolo sulla propria carriera. Questo spinse Raymond Kopa a pronunciare una frase ormai celebre, ripresa dalla stampa: “I calciatori sono degli schiavi”. Questa ondata di proteste da parte dei calciatori contro il “contratto a vita” beneficiò anche del più ampio clima sociale. Nel maggio del 1968, mentre il paese era attanagliato da scioperi, occupazioni di fabbriche e scontri di piazza con la polizia, anche il calcio francese visse un episodio di questa rivolta: un gruppo di calciatori ribelli occupò la sede della Federcalcio francese (FFF), lanciando una critica radicale alla struttura gerarchica e autoritaria del calcio francese.
Fu in questo clima libertario che emerse il Movimento Football Progrès, un esperimento breve ma significativo di calciatori che cercavano di cambiare radicalmente il gioco: in termini di organizzazione (promuovendo l’autogestione), ma anche di tattica e stile di gioco. Il centro nevralgico di questo movimento era in Bretagna, nel calcio dilettantistico. Nel calcio professionistico, il “contratto a vita” stava per essere definitivamente sostituito dal “contratto a tempo”. Si trattava di un cambiamento epocale. Tuttavia, presentava anche un paradosso. Se da un lato sfidava giustamente il dominio assoluto dei proprietari dei club, dall’altro questa evoluzione apriva la strada ai contratti a breve termine e all’individualizzazione dei rapporti. I proprietari, profondamente scontenti della perdita di potere durante la riforma, si adattarono rapidamente a questa nuova norma contrattuale. Il contratto a tempo avvantaggiava principalmente l’élite delle stelle. Per quanto riguarda l’antirazzismo, è vero che esiste una sorta di consenso all’interno del calcio professionistico. La figura più eminente è Lilian Thuram. Ma possiamo citare anche altri nazionali francesi come Christian Karembeu, o più recentemente Jules Koundé. Ciò è tanto più significativo se si considera che negli ultimi trent’anni circa la nazionale francese è stata un bersaglio particolare della crescente offensiva razzista nella società.
È curiosa, questa percezione del calcio (francese, ndr) come più politicizzato. Al contrario, trovo piuttosto interessanti dal punto di vista politico le storie di calciatori partigiani come Bruno Neri, o persino quella del Grande Torino “repubblicano”. Vorrei citare anche le sorelle Boccalini, che cercarono di aggirare l’élite fascista di Mussolini per sviluppare il calcio femminile. E poi ci sono figure politiche come Cristiano Luccarelli, intimamente legato alla storia di Livorno, città natale del PCI. Che dire di Paolo Sollier o Maurizio Montesi, che simpatizzavano per gli operai? Come in Francia, queste rimangono storie minoritarie, se non addirittura marginali, ma nondimeno costituiscono una ricchezza politica. In un certo senso, ciò si riflette nella nascita del movimento ultras. Anche se i puristi della scena ultras difendono una linea “apolitica”, si può chiaramente vedere, attraverso la richiesta di un “calcio giusto e popolare”, che questa è insostenibile di fronte a leader capitalisti che stanno irrigidendo gli equilibri di potere. E poi, nelle divisioni dilettantistiche, è emersa una moltitudine di club che vogliono cambiare le regole in termini di proprietà, uniti sotto l’etichetta di “calcio popolare”.
Il concetto di “calcio popolare” è un fenomeno impressionante (e sorprendente), considerando il suo sviluppo in Italia. Me ne sono accorto guardando le mappe dei club nel tuo Atlas du Football Populaire: ce ne sono tantissimi in Italia, e ne scopro di nuovi quasi ogni settimana! Si dice spesso che il calcio popolare sia una reazione al “calcio moderno” ipercapitalista e neoliberista, ma a me sembra che in realtà sia una lotta che è sempre esistita. Ne ritrovo alcuni aspetti nel Movimento Football Progrès che hai menzionato prima, ma anche nella “pelada” in Brasile, o persino nella curiosa e poco conosciuta storia del campionato del Partito Comunista negli Stati Uniti di un secolo fa. Mi sembra che la lotta per riappropriarsi del calcio dal basso sia sempre esistita (la lotta per il professionismo in Inghilterra alla fine del XIX secolo potrebbe benissimo esserne stata parte), e che il calcio popolare di oggi sia semplicemente una sua nuova versione. Tuttavia, mi chiedo se il “calcio moderno” sia davvero moderno: non c’è forse, in queste discussioni, un’eccessiva idealizzazione del calcio di un tempo?
Ci sono diversi aspetti e linee di dibattito pertinenti nella tua domanda. Mi soffermo un momento sulla storia delle diverse opposizioni calcistiche esistite prima degli anni ’90 e dell’avvento di quello che è stato chiamato il “calcio moderno”. Gli esempi che citi sono interessanti. Sono abbastanza d’accordo con te sul fatto che la contestazione del calcio dominante sia sempre esistita. Tuttavia, se si può trovare una forma di continuità tra queste prime esperienze dissidenti – come il campionato comunista statunitense (della cui esistenza sono venuto a conoscenza grazie a un articolo che hai scritto sull’argomento) – e il “calcio popolare” contemporaneo, esistono anche differenze che bisogna prendere in considerazione. Dagli anni ’30 agli anni ’70, lo sport – e il calcio in particolare – è stato un terreno di lotta politica e ideologica, in collegamento diretto con diverse correnti della sinistra. Attraverso le federazioni sportive operaie, la volontà era allora quella di creare una sorta di prolungamento sportivo della lotta di classe condotta nelle fabbriche. C’era il progetto di sviluppare uno sport operaio autonomo, in opposizione allo sport cosiddetto “borghese”. Era anche un’epoca segnata dalla forza del Partito Comunista nel movimento operaio e non bisogna negare il carattere satellitare di queste federazioni sportive, considerate come cinghie di trasmissione del partito. Questo fenomeno era visibile in Francia con la FSGT, ma anche in Italia con la UISP, e immagino in altri paesi. In Francia, questa corrente del calcio operaio è stata consistente, ma non è mai riuscita davvero a competere con la forza e l’attrattiva del calcio professionistico, nemmeno all’interno del proletariato.
Si può fare un parallelo con le dinamiche osservate a partire dagli anni 2010, in particolare nel mettere in pratica un’alternativa, ma sul piano della forma non si può ignorare l’aspetto reattivo legato alle stesse evoluzioni del calcio. Il calcio moderno, infatti, non ha mai smesso di attaccare il popolo del calcio criminalizzando e monetizzando la condizione del tifoso. Si parla spesso di una forma di spossessamento, anche se siamo d’accordo sul fatto che il calcio non sia mai appartenuto formalmente ai tifosi. Questo spossessamento assume tanto il volto della gentrificazione degli stadi (conseguente all’aumento del prezzo dei biglietti), quanto quello della scomparsa di club storici (portati al fallimento da uomini d’affari senza scrupoli). Ciò ha provocato reazioni collettive, di cui tutte queste creazioni di club gestiti collettivamente fanno parte. In molti casi, vedo in questa rottura con i modelli dominanti soprattutto una reazione difensiva. Riappropriarsi del calcio “dal basso” diventa la migliore garanzia contro le derive promesse dal capitalismo. Allo stesso modo, non si può negare la capacità del calcio moderno di generare un profondo disgusto. Ripartire dalle categorie inferiori con un club autogestito, incarnazione di un ideale, è anche un modo di voltare le spalle al calcio moderno senza rinunciare alla lotta.
A proposito del calcio moderno, non so se il termine sia davvero adatto. Effettivamente è discutibile. Si parlava già di “modern football” nel XIX secolo. Personalmente utilizzo questa espressione imperfetta in riferimento alle rivendicazioni e agli slogan nati direttamente dalle curve e dalle tribune popolari per denunciare le principali caratteristiche del calcio neoliberale: la mercificazione – che trasforma i tifosi in clienti – e la repressione. Allo stesso modo, nel mio libro spiego che l’espressione “calcio popolare” non mi soddisfa completamente. Preferisco sempre di più definizioni come “calcio del popolo”, “calcio alternativo” o “calcio anticapitalista”. Si tratta certamente di considerazioni semantiche, ma è importante nominare bene le cose. In particolare perché ciò permette di evitare di dare l’impressione di idealizzare il calcio di un tempo. È il principale scoglio che la critica del calcio moderno deve evitare. Non bisogna dimenticare che prima della sua svolta liberale (avviata alla fine del XX secolo), il calcio era già teatro di numerose pratiche mafiose, appropriazioni indebite o partite truccate. Ricordarlo deve spingerci a moderare il nostro rapporto nostalgico con quel calcio. Penso che la gente rimpianga soprattutto un calcio più equilibrato, più imprevedibile, in cui i poteri e le ricchezze erano meno concentrati. Del resto, chi non rimpiange questo aspetto, soprattutto nella Champions League? È per questo che, attraverso Dialectik Football, cerco di criticare il calcio attuale non da una prospettiva passatista, ma con uno sguardo anticapitalista.
Parlando di eccessi capitalistici, che dire dei Mondiali che stanno per iniziare? Dai prezzi dei biglietti a tutti i costi aggiuntivi per i tifosi, per non parlare delle tre cerimonie di apertura (una per ogni paese ospitante!) e del controverso rapporto tra Infantino e Trump… sembra una versione esasperata di tutti i mali del calcio contemporaneo. Mi chiedo, però, se questo sia un punto di non ritorno o semplicemente un estremo dal quale dovremo inevitabilmente allontanarci in qualche modo.
Sono completamente d’accordo con te. Negli ultimi decenni, il Mondiale ha concentrato tutto ciò che c’è di più detestabile nel calcio moderno. Rappresenta una versione condensata e pura di un calcio spettacolarizzato e commercializzato. In realtà, il pubblico di riferimento della FIFA non è più costituito dai tifosi tradizionali. A parte il gruppo ristretto di sostenitori delle nazionali, questo tipo di evento è rivolto più ai turisti che possono permettersi il viaggio. Basti guardare i prezzi esorbitanti dei biglietti per il prossimo Mondiale, giustamente denunciati dalle associazioni dei tifosi. Per chi è appassionato di calcio romantico, e per tutti noi che abbiamo una visione critica del lato commerciale del calcio, è un periodo difficile da superare. Questo è il mio punto di vista. E il desiderio di Infantino di organizzarne una ogni due anni non mi convince affatto.
C’è poi il danno sociale causato dalle specifiche della FIFA per l’organizzazione di un Mondiale. Lo abbiamo visto in Sudafrica nel 2010 e in Brasile nel 2014 con i brutali sgomberi degli abitanti delle baraccopoli vicino agli stadi. Lo stesso fenomeno si sta verificando attualmente in Messico, dove si disputeranno 13 partite dei Mondiali del 2026. Lo abbiamo visto anche con il brutale sfruttamento dei lavoratori che hanno costruito gli stadi in Qatar. E sì, parlando dei prossimi Mondiali, vediamo come l’amministrazione Trump intenda usarli come vetrina per le sue politiche xenofobe e imperialiste, in un contesto di persecuzione degli immigrati da parte delle pattuglie dell’ICE sul suolo americano e di massicci bombardamenti dell’Iran da parte dell’esercito statunitense. Probabilmente stiamo raggiungendo l’apice dello sportswashing con i prossimi Mondiali. Ecco perché penso che sostenere un boicottaggio sarebbe il minimo che possiamo fare.
Le critiche a tutto ciò sembrano guadagnare terreno, ma non si sono ancora tradotte in una vera e propria sfida all’ordine costituito. A volte si percepisce un senso di rassegnazione tra i tifosi più appassionati. Il loro disgusto è comprensibile. Ma la questione è come passare da questo disgusto individuale alla costruzione di un’alternativa politica e collettiva a questo tipo di calcio. Per parafrasare Marx, con una piccola variante, abbiamo dedicato troppo tempo a commentare il calcio; ora è il momento di trasformarlo. Coloro che hanno creato i propri club potrebbero aver gettato le prime pietre di questa rivoluzione.
Mi vengono in mente alcune iniziative di Zohran Mamdani a New York: la lotta per biglietti a prezzi accessibili per le partite dei Mondiali; la creazione di spazi da calcio di strada fuori dalle scuole; i tornei amatoriali a sostegno di cause politiche e sociali; l’evento organizzato per guardare la finale della Coppa d’Africa con le comunità africane. A volte mi fa sorridere pensare che gli Stati Uniti – una piovra ultra-capitalista e un paese con un rapporto complicato con il calcio – potrebbero essere un punto di partenza per un cambio di prospettiva e una pratica più attiva. La sinistra europea e i tifosi di calcio europei sono accomunati dal fatto che spesso tendono a prendere gli americani troppo alla leggera.
È assolutamente possibile che gli Stati Uniti siano uno dei punti di partenza! Sono ben lontani dall’essere quel territorio perduto delle lotte sociali che talvolta tendiamo a immaginare in Europa. Mi interessano i progetti alternativi che esistono nel mondo del calcio, come l’Autonomous Football League di New York, ma per me è un argomento ancora molto recente. Continuo a scoprire nuove realtà e a documentarmi per migliorare la mia comprensione delle questioni politiche e sociali che ruotano attorno al calcio negli Stati Uniti. Il fatto che il calcio lì non sia lo sport dominante, come invece accade nei tre quarti del pianeta, spiega in parte perché le prese di posizione – e perfino le iniziative alternative – siano meno visibili che altrove. Eppure esistono. Lo si è visto in particolare attraverso gli eventi di cui parli, ma anche con la mobilitazione di diversi gruppi di tifosi contro le retate anti-immigrati dell’ICE. Esiste un vero fronte anti-Trump tra i tifosi, alcuni dei quali, come quelli di Seattle, Portland o Los Angeles, sono noti per il loro impegno politico di sinistra. Ciò è legato anche al fatto che le tribune siano molto frequentate dalla comunità latinoamericana, particolarmente colpita dalle misure razziste e xenofobe dell’amministrazione Trump. C’è quindi la necessità di creare ponti con questi collettivi di tifosi o di attivisti comunitari che portano avanti le loro lotte attraverso il calcio.
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Pallonate in Faccia rencontre Dialectik Football: un entretien avec Yann Dey-Hell
Dialectik Football est l’une des voix en ligne les plus intéressantes sur le football, son histoire et sa politique, une source constante d’inspiration et d’information pour les passionnés de ces sujets et une référence pour le public francophone. Le site regorge d’histoires, d’analyses et de réflexions qui ont souvent servi de point de départ à des recherches et des découvertes liées à des articles que vous avez peut-être déjà lus ici sur Pallonate in Faccia, notamment concernant l’histoire politique du football français. Son auteur est Yann Dey-Helle, qui a également publié en 2024 Atlas du Football Populaire (Éditions Terres de Feu, inédit en Italie), l’étude la plus récente et la plus détaillée sur le phénomène du football populaire dans le monde. Après avoir interviewé Lucas Zalduendo de Fútbol y Política en 2023, il était temps de faire intervenir celui que je considère, à certains égards, comme son homologue français.
Je commencerais donc par vous demander comment et quand Dialectik Football a vu le jour. En êtes-vous le responsable?
Dialectik Football est né à la fin de l’année 2018. Le projet initial s’inscrivait en continuité d’un blog sans ambition démesurée et totalement artisanal, nommé Les Cahiers d’Oncle Fredo. Je suis le fondateur et le principal animateur du site. La création de Dialectik Football répondait à plusieurs objectifs: proposer un média mieux structuré pour porter une critique du football moderne et ouvrir à d’autres auteurs ou journalistes pour en faire un espace collectif. Ce dernier point est toujours en travail, même si il y a de plus en plus d’auteurs qui proposent des contributions.
C’est génial: Pallonate in Faccia a vu le jour en 2017, nous avons donc presque le “même âge”! Il me semble que le football français est un terrain fertile pour les luttes politiques: je pense à des figures comme Kopa et Rocheteau, à l’occupation des bureaux de la FFF en 1968, ou encore aux joueurs qui dénoncent aujourd’hui le racisme. En Italie, cependant, il me semble que nous sommes beaucoup plus “apolitiques”, malheureusement. Qu’en pensez-vous? Est-ce que j’exagère?
Le football français est-il un terrain fertile pour les luttes, politiques ou sociales? Je ne suis pas sûr qu’il le soit plus qu’ailleurs. Tu fais référence à Raymond Kopa. On pourrait aussi citer Just Fontaine qui a participé à la fondation de l’UNFP, le syndicat des footballeurs. C’est aujourd’hui une structure parfaitement dépolitisée. Au-delà de ces deux noms – deux véritables stars françaises des années ’50/’60 – c’est la période de la fin des années ’60 qui a en effet été porteuse de revendications dans le football français. Un des points de tension a été la question du contrat des joueurs. À l’époque, on parlait en France de “contrat à vie”. À peu de choses près, la situation ressemblait au système britannique du “retain and transfer”. En d’autres termes, le rapport de force était très favorable aux patrons de club, seuls décisionnaires des transferts. Les joueurs n’avaient pas leur mot à dire pour leur carrière. C’est ce qui a fait prononcer à Raymond Kopa une phrase restée célèbre, mise en avant par la presse: “Les footballeurs sont des esclaves”. Cet élan revendicatif des footballeurs contre le “contrat à vie” va aussi bénéficier du climat social plus large. En mai 1968, alors que le pays vit au rythme des grèves, des occupations d’usine et des batailles de rue avec la police. Le football français va aussi connaître un épisode de cette révolte: un groupe de footballeurs rebelles va occuper le siège de la FFF, portant une critique radicale contre l’organisation pyramidale et autoritaire du football français.
C’est dans cette atmosphère libertaire qu’apparaîtra le Mouvement Football Progrès, expérience courte mais marquante de footballeurs voulant changer le football de façon globale: sur le plan de l’organisation (défense de l’autogestion), mais aussi de la tactique, du jeu. Le centre névralgique de ce mouvement était en Bretagne, dans le football amateur. Dans le football professionnel, le “contrat à vie” ne va pas tarder à être définitivement remplacé par le “contrat à temps”. C’est un changement majeur. Mais il souffre quand même d’une forme de paradoxe. S’il est vrai qu’elle s’est attaquée à juste titre à une domination sans partage des patrons de club, cette évolution a aussi ouvert la voie aux contrats courts, à l’individualisation des rapports. Les patrons, très mécontents de leur perte de pouvoir au moment de la réforme, se sont vite accommodés de cette nouvelle norme contractuelle. Le contrat à temps bénéficie surtout au gratin des stars. Sur l’antiracisme, c’est vrai qu’il existe dans le football professionnel, une forme de consensus. La figure marquante est Lilian Thuram. Mais on peut aussi citer d’autres internationaux français comme Christian Karembeu, ou plus récemment Jules Koundé. C’est d’autant plus notable que depuis une trentaine d’années, l’équipe de France est particulièrement ciblée par l’offensive raciste qui grandit dans la société.
C’est marrant cette perception d’un football plus politisés. Au contraire, je trouve beaucoup d’intérêt politique aux histoires de footballeurs partisans comme Bruno Neri, ou encore celle du Grande Torino “républicain”. J’ai aussi envie de mentionner que les sœurs Boccalini ont essayé de déjouer les notables fascistes sous Mussolini pour pouvoir développer le football féminin. On trouve aussi des figures politiques comme Cristiano Luccarelli, intimement lié à l’histoire de Livourne, berceau du PCI. Que dire de Paolo Sollier ou Maurizio Montesi, sympathisants opéraistes? Comme en France, cela reste des histoires minoritaires, voire marginales, mais elles n’en constituent pas moins une richesse politique. Elle traverse par certains aspects la naissance du mouvement ultra. Même si les puristes de la scène ultra défendent une ligne “apolitique”, on voit bien à travers la revendication d’un “calcio giusto e popolare” qu’elle n’est pas tenable face à des dirigeants capitalistes qui durcissent le rapport de force. Et puis dans les divisions amateurs l’émergence d’une multitude de clubs voulant changer les règles en termes de propriété, réunis sous l’étiquette “calcio popolare”.
Le concept de “calcio popolare” est un phénomène impressionnant (et surprenant), vu son développement en Italie. Je l’ai constaté en consultant les cartes des clubs amateurs dans ton Atlas du Football Populaire: il y en a tellement en Italie, et j’en découvre moi-même de nouveaux presque chaque semaine! On lit souvent que le football populaire est une réaction au “football moderne” hypercapitaliste et néolibéral, mais il me semble qu’il s’agit en réalité d’une lutte qui a toujours existé. J’en retrouve certains aspects dans le Mouvement Football Progrès que tu avais mentionné précédemment, mais aussi dans la “pelada” au Brésil ou encore dans l’histoire curieuse et méconnue du championnat de football du Parti Communiste des États-Unis il y a un siècle. Il me semble que la lutte pour reconquérir le football d’en bas a toujours existé (la lutte pour le professionnalisme en Angleterre à la fin du XIXe siècle en faisait peut-être partie), et que le football populaire d’aujourd’hui n’en est qu’une nouvelle version. Cependant, je me demande si le “football moderne” est vraiment moderne: n’y a-t-il pas, dans ces discussions, une idéalisation excessive du football d’antan?
Il y a plusieurs aspects et axes de débat pertinents dans ta question. Je m’arrête un instant sur l’histoire des différentes oppositions footballistiques qui ont existé avant les années 90 et l’avènement de ce qu’on a appelé le “football moderne”. Les exemples que tu cites sont intéressants. Je suis assez d’accord avec toi sur le fait que la contestation du football dominant a toujours existé. Pour autant, si on peut trouver une forme de continuité entre ces premières expériences dissidentes – comme le championnat communiste américain (dont j’ai appris l’existence grâce à un article que tu as produit à ce sujet) – et le “football populaire” contemporain, il y a aussi des différences qu’il faut prendre en compte. Des années 30 aux années 70, le sport – et le football en particulier – a été un terrain de lutte politique et idéologique, en lien direct avec divers courants de gauche. À travers les fédérations sportives ouvrières, la volonté était alors de créer une sorte de prolongation sportive de la lutte des classes menée dans les usines. Il y avait le projet de développer un sport ouvrier autonome, en opposition au sport dit “bourgeois”. C’était aussi une époque marquée par la puissance du Parti Communiste dans le mouvement ouvrier et il ne faut pas nier le caractère satellitaire de ces fédérations sportives, considérées comme des courroies de transmission du parti. Ce phénomène était visible en France avec la FSGT, mais aussi en Italie avec l’UISP, et j’imagine dans d’autres pays. En France, ce courant du football travailliste a été consistant mais n’a jamais vraiment pu rivaliser avec la force de frappe et l’attractivité du football professionnel, y compris au sein du prolétariat.
On peut faire un parallèle avec les dynamiques observées depuis les années 2010, notamment dans le fait de mettre en pratique une alternative, mais sur la forme on ne peut pas occulter l’aspect réactif lié aux évolutions même du football. Le football moderne n’a en effet jamais cessé d’attaquer le peuple du football en criminalisant et en monétisant la condition de supporter. On évoque souvent une forme de dépossession, même si on est bien d’accord que le football n’a jamais formellement appartenu aux supporters. Celle-ci prend autant le visage de la gentrification des stades (consécutive à la hausse du prix des billets), que celui de la disparition de clubs historiques (menés à la faillite par des hommes d’affaires véreux). Cela a entraîné des réactions collectives dont toutes ces créations de clubs gérés collectivement font partie. Dans beaucoup de cas, je vois dans cette rupture avec les modèles dominants, avant tout une réaction défensive. Se réapproprier le football “par en-bas” devient la meilleure garantie contre les dérives promises par le capitalisme. De même, on ne peut pas nier la capacité du football moderne à générer un profond dégoût. Repartir des basses divisions avec un club autogéré, incarnant un idéal, c’est aussi une manière de tourner le dos au football moderne sans renoncer à la lutte.
A propos du football moderne, je ne sais pas si le terme est adapté. Effectivement cela se discute. On parlait déjà de “modern football” au XIXe siècle. Personnellement, j’utilise cette expression imparfaite en écho aux revendications et aux slogans directement sortis des virages et tribunes populaires pour dénoncer les caractéristiques majeures du football néo-libéral: la marchandisation – qui transforme les supporters en clients – et la répression. De même que j’explique dans mon livre que l’expression “football populaire” ne me satisfait pas complètement. Je lui préfère de plus en plus des appellations comme “football du peuple”, “football alternatif” ou “football anticapitaliste”. Ce sont certes des considérations sémantiques, mais il est important de bien nommer les choses. Notamment car ça permet d’éviter de laisser penser qu’on idéalise le football d’antan. C’est le principal écueil que la critique du football moderne doit éviter. On ne doit pas oublier qu’avant son tournant libéral (amorcé à la fin du XXe siècle), le football était déjà le théâtre de nombreuses pratiques mafieuses, de détournements de fonds ou de trucages de matchs. Rappeler cela doit inciter à doser notre rapport nostalgique à ce football. Je pense que les gens regrettent surtout un football plus équilibré, plus surprenant, où les pouvoirs et les richesses étaient moins concentrés. En effet, qui ne regrette pas cet aspect, notamment en Coupe d’Europe? C’est pour ça que j’essaie à travers Dialectik Football de critiquer le football actuel non pas sous un angle passéiste, mais avec des lunettes anticapitalistes.
En parlant d’excès capitalistes, que dire de la Coupe du Monde qui s’apprête à commencer? Du prix des billets à tous les frais annexes pour les supporters, en passant par les trois cérémonies d’ouverture (une pour chaque pays organisateur!) et la relation controversée entre Infantino et Trump… on dirait qu’est une version exacerbée de tous les maux du football contemporain. Je me demande toutefois s’il s’agit d’un point de non-retour ou simplement d’un extrême dont nous devrons inévitablement nous éloigner quelque peu.
Je suis entièrement d’accord avec toi. Depuis quelques décennies, la Coupe du Monde concentre tout ce que le football moderne a de plus détestable. Elle agit comme une version condensée, chimiquement pure, du football spectaculaire-marchand. En réalité, le cœur de cible de la FIFA ce n’est plus vraiment les supporters habituels. Hormis le noyau de supporters des équipes nationales, ce type d’événement vise plus une clientèle touristique qui a les moyens de s’offrir ce voyage. Il n’y a qu’à voir les prix aberrants des places pour le prochain Mondial, dénoncés à juste titre par les associations de supporters. Pour les passionnés de football romantique, et pour nous autres qui portons un regard critique sur le foot business, c’est un mauvais moment à passer. C’est comme ça que je le vis. Et la volonté d’Infantino d’en organiser une tous les deux ans est loin de m’enchanter.
Il y a aussi les dégâts sociaux qu’engendre le cahier des charge de la FIFA pour l’organisation d’une Coupe du Monde. On l’a vu en Afrique du Sud en 2010 et au Brésil en 2014 avec les expulsions brutales des habitants des bidonvilles à proximité des stades. Le même phénomène se produit actuellement au Mexique où seront organisés 13 matchs de la Coupe du Monde 2026. On l’a vu aussi avec les conditions l’exploitation mortelles des ouvriers qui ont construit les stades au Qatar. Et oui, pour parler de celle qui arrive, on voit à quel point l’administration Trump compte en faire une vitrine de sa politique xénophobe et impérialiste, dans un contexte de persécution des immigrés par les patrouilles de l’ICE sur le sol américain, et de bombardements massifs de l’Iran par l’armée US. On atteint probablement le paroxysme du sportwashing avec la prochaine Coupe du Monde. C’est pourquoi je pense que défendre une position de boycott serait le minimum.
La critique de tout cela semble prendre du poids, mais ça ne se concrétise par une remise en cause réelle de cet ordre établi. On sent parfois une forme de fatalité chez les passionnés. Le dégoût est légitime. Mais la question est comment partir de ce dégoût individuel pour construire une alternative politique et collective à ce football. Pour paraphraser Marx en le déformant légèrement, on a passé trop de temps à commenter le football, il s’agit à présent de le transformer. Celles et ceux qui ont créé leur propre club ont peut-être posé les premières pierres de cette révolution.
Me viennent à l’esprit certaines initiatives de Zohran Mamdani à New York: la lutte pour des prix abordables pour les matchs de la Coupe du Monde; la création d’espaces de football de rue devant les écoles; les tournois amateurs au profit de causes politiques et sociales; l’événement organisé pour suivre la finale de la Coupe d’Afrique avec les communautés africaines. Je souris parfois en pensant que les États-Unis – une pieuvre ultra-capitaliste et un pays avec une relation complexe avec le football – pourraient être un point de départ pour un changement de perspective et une pratique plus active. La gauche européenne et les supporters de football européens sont unis par le fait qu’ils ont souvent tendance à prendre les Américains à la légère.
C’est tout à fait possible que les États-Unis soient un des points de départ! C’est loin d’être le territoire perdu des luttes sociales qu’on a parfois tendance à se représenter en Europe. Je m’intéresse aux projets alternatifs qui existent dans le monde du soccer, comme l’Autonomous Football League à New York, mais c’est très récent pour moi. Je continue de découvrir et de me documenter pour améliorer ma compréhension des enjeux politiques et sociaux autour du soccer aux États-Unis. Le fait que le football n’y soit pas le sport dominant, comme sur les trois-quarts de la planète, explique en partie que les prises de position – et même les initiatives alternatives – soient moins visibles qu’ailleurs. Mais pourtant, elles existent. On l’a vu notamment à travers les événements dont tu parles, mais aussi avec la mobilisation de plusieurs groupes de supporters contre les rafles anti-immigrés de l’ICE. Il existe un vrai front anti-trump parmi les supporters dont certains, comme à Seattle, Portland ou Los Angeles, sont réputés pour leur engagement à gauche. C’est aussi lié au fait que les tribunes soient très fréquentées par la communauté latino-américaine, particulièrement visée par les mesures racistes et xénophobes de l’administration Trump. Il y a une nécessité à créer des ponts avec ces collectifs de supporters ou de militants communautaires qui luttent à travers le football.
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