C’è un pezzo fondamentale della storia del calcio che non esiste più, che è andato perduto. La storia che precede l’oblio inizia poco dopo il mezzogiorno del 20 marzo 1966, alla Westminster Central Hall di Londra. La struttura ospitava in quei giorni una prestigiosa mostra di francobolli organizzata dalla Stanley Gibbons, che faceva parte delle iniziative per l’arrivo in Inghilterra del Mondiale di calcio, che si sarebbe svolto nel luglio successivo. Il giorno dopo l’apertura della mostra, le due guardie diurne incaricate di proteggere gli oggetti in esposizione notarono che una porta sul retro della sala principale era stata forzata e che una delle teche principali era aperta e vuota: qualcuno aveva rubato la Coppa del Mondo.
Il trofeo si chiamava ufficialmente Coppa Jules Rimet, dal nome dell’ex presidente della FIFA che l’aveva commissionata nel 1928 e che aveva organizzato le prime edizioni del Mondiale. Era stata realizzata dal rispettato orafo parigino Abel Lafleur, che l’aveva modellata sulle forme di Nike, la vittoria alata della mitologia greca, posta su un piedistallo di lapislazzuli. Pesava quasi 4 chilogrammi, di cui circa la metà d’oro, ed era alta 35 centimetri. Era stata intitolata a Rimet dopo la guerra, nel 1946, dieci anni prima della sua morte e venti prima del furto. Di per sé, il valore del trofeo era limitato – appena 3.000 sterline – ma la sua importanza simbolica lo rendeva praticamente inestimabile, e questo valeva ancora di più per le autorità britanniche: l’Inghilterra aveva dato i natali al calcio, ma aveva sempre faticato a primeggiare sui campi del Mondiale. In quattro partecipazioni, la selezione inglese non era mai andata oltre i quarti di finale, vincendo appena tre partite nella competizione. Il torneo del 1966, il primo ospitato in casa, doveva essere il grande riscatto dell’Inghilterra calcistica e la dimostrazione che, almeno in un ambito, il paese era ancora una potenza globale.
Il ladro aveva aperto la porta sul retro della Westminster Central Hall svitandone i cardini; si era introdotto, non visto, nella sala e aveva forzato il lucchetto della teca che custodiva la Coppa Rimet. Il giorno successivo al furto, un uomo presentatosi come “Jackson” aveva telefonato a Joe Mears, il presidente della Football Association, avvertendolo che, ventiquattr’ore dopo, sarebbe arrivato un pacco per lui alla sede del Chelsea. Il pacco arrivò invece a casa di Mears, e che provenisse dall’autore del furto era comprovato dalla presenza del rivestimento della parte superiore del trofeo. Veniva richiesto un riscatto di 15.000 sterline, in banconote da 1 e 5 sterline, e furono fornite istruzioni dettagliate per comunicare con chi aveva la coppa, per riaverla indietro. La cifra richiesta non era esageratamente alta, comunque, considerando che l’oggetto era stato assicurato per il doppio.
Mears aveva però allertato la polizia, che aveva escogitato un piano per consegnare un finto riscatto al ladro, facendo accompagnare il presidente della FA da due agenti in borghese, spacciati per assistenti di Mears. L’incontro avvenne al Battersea Park di Londra il 25 marzo. “Jackson” fiutò che qualcosa non andava e cercò di fuggire, ma venne arrestato dagli uomini di Scotland Yard: si scoprì che il suo nome era Edward Betchley, che aveva 47 anni e dei precedenti penali per furto. Disse però di non aver rubato lui la Coppa Rimet: era invece stato contattato da un misterioso individuo, “il Palo”, che gli aveva offerto 500 sterline per farsi passare per l’autore del furto e trattare il riscatto. Pochi giorni dopo, il 27 marzo, un uomo di nome David Corbett entrò nella stazione di polizia di Gipsy Hill con un oggetto avvolto in carta da giornale: le autorità riconobbero che si trattava della Coppa Rimet. Corbett l’aveva recuperata per caso, passeggiando per Beulah Hill, nella zona sud-est di Londra, dando credito al suo cane, un collie bianco e nero di nome Pickles, per averla trovata.

Il caso era tutt’altro che risolto, però: con Betchley nelle mani della polizia, chi poteva essersi sbarazzato della coppa a quasi 6 miglia dal luogo dell’incontro? Inizialmente fu sospettato proprio Corbett, ma l’uomo aveva un solido alibi. Il mistero del furto della Coppa Rimet, allora, scivolò fuori dalle prime pagine dei giornali con l’inizio del Mondiale, e la vittoria finale dell’Inghilterra archiviò definitivamente il caso. Ad ogni modo, la Football Association, temendo per la sicurezza del trofeo, ne fece realizzare una replica fedele in bronzo dorato al gioielliere londinese George Bird. Il 30 luglio, mentre i giocatori inglesi festeggiavano il titolo mondiale negli spogliatoi dello stadio di Wembley, la vera coppa venne sostituita con la sua copia meno prestigiosa. Questo fatto causò un certo attrito con la FIFA, che non gradiva che in circolazione ci fossero “due” Coppe Rimet. Fu così trovato un accordo: l’originale sarebbe rimasto custodito al sicuro da parte della FIFA, e agli inglesi sarebbe rimasta la copia, da esibire in ogni occasione pubblica nei successivi quattro anni. Una volta che il titolo mondiale fosse passato a un’altra squadra, anche la replica della FA sarebbe passata al nuovo detentore.
Nel 1970, l’Inghilterra fu eliminata dal Mondiale ad opera del Brasile, che poi sconfisse l’Italia in finale. In base a quanto stabilito da Jules Rimet nel 1930, la prima squadra che fosse riuscita a vincere tre volte il Mondiale avrebbe avuto il diritto di tenere per sempre il trofeo, che nel 1970 venne dunque trasferito dagli uffici svizzeri della FIFA a quelli della Confederação Brasileira de Futebol (CBF), a Rio de Janeiro. Nel frattempo, il processo sul furto del 1966 si era concluso, nell’indifferenza generale, con un punto interrogativo: Betchley venne condannato a due anni per estorsione dietro minacce, ma non fu possibile provare che fosse stato l’autore materiale del furto. La pista del “Palo” non fu mai seriamente perseguita, e qualunque altra cosa Betchley sapesse se la portò nella tomba nel 1969, quando morì colpito da un enfisema a soli 50 anni. Due anni prima era prematuramente morto anche il cane Pickles, all’età di 4 o 5 anni, strangolato dal proprio guinzaglio mentre inseguiva un gatto. E Joe Mears, che aveva iniziato a soffrire di cuore a causa del furto, morì all’improvviso per un infarto il 30 giugno 1966, all’età di 61 anni. In Inghilterra iniziò così a diffondersi la leggenda che la Coppa Rimet fosse maledetta.
L’eventuale maleficio non ne attenuava però il fascino universale, sia verso gli appassionati di calcio che verso i ladri. Nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 1983, un gruppo di due o tre persone assalì il guardiano notturno della sede della CBF, forzò la teca di vetro antiproiettile che custodiva il trofeo e lo trafugò una seconda volta. Anche in questo caso, il furto della Coppa Rimet aveva serie implicazioni politiche: la sua conquista nel 1970 era stata ampiamente sfruttata dalla giunta militare brasiliana come strumento di propaganda, e il suo furto rappresentava ora un danno enorme per la reputazione di un regime che faceva sempre più fatica a controllare la dissidenza interna al paese. Il recupero della coppa divenne una questione di interesse nazionale: le autorità misero a disposizione una ricca ricompensa, mentre il presidente della CBF, Giulite Coutinho, lanciò un appello alla popolazione perché si impegnasse per ritrovare il trofeo, accusando i ladri di essere “antipatriottici”. Nonostante tutta quest’enfasi e anche alcuni arresti sommari, però, questa volta la Coppa Rimet non venne recuperata.
La pista seguita dalla polizia brasiliana condusse all’arresto di tre persone: un banchiere e affarista di nome Sérgio Pereira Alves, la presunta mente dietro il colpo; un ex poliziotto, Francisco Rocha Vieira; e un decoratore, José Vieira da Silva. A denunciare Pereira Alves fu Antonio Setta, un noto scassinatore, che rivelò alle autorità di essere stato contattato per il furto, ma di aver rifiutato per “spirito patriottico”. Già nel gennaio del 1984, la polizia li aveva però dovuti liberare tutti e tre per insufficienza di prove. Per gli amanti della teoria della maledizione, o anche solo delle teorie del complotto, Setta morì in un incidente d’auto nel 1985, mentre Rocha Vieira venne assassinato in un bar nel 1989. Non furono trovate prove neppure contro Juan Carlos Hernández, il commerciante d’oro argentino inizialmente accusato di aver fuso la coppa in lingotti per rivenderla. La storia secondo cui il trofeo venne fuso divenne la più accreditata, per quanto poco probabile: la Coppa Rimet non era fatta d’oro massiccio, per cui avrebbe avuto un valore maggiore integra piuttosto che fusa. La cosa più saggia per i ladri sarebbe stata, dunque, quella di venderla sul mercato nero così com’era.

La FIFA si era ormai dimenticata della sua vecchia coppa: nel 1971, l’organizzazione aveva scelto di adottare un nuovo trofeo, opera dello scultore italiano Silvio Gazzaniga, un po’ più alto e pesante della Coppa Rimet, realizzato interamente in oro massiccio ma cavo all’interno. L’unica Coppa Rimet in circolazione rimase dunque la replica del 1966 commissionata dalla Football Association, che negli anni Settanta venne riconsegnata a George Bird. Si sparse anche la voce che fosse quella la vera coppa, scambiata dagli inglesi – per malizia o per errore – con la replica al momento di consegnarla ai brasiliani: analisi successive confermarono, però, che la copia era effettivamente tale. Due anni dopo la morte di Bird, avvenuta nel 1995, i suoi eredi decisero di mettere all’asta la Coppa in bronzo dorato: la FIFA riuscì a spuntarla sulla CBF, spendendo per essa 254.500 sterline, ovvero quasi 85 volte il valore del trofeo originale. L’unica Coppa Rimet conosciuta venne quindi consegnata al National Football Museum di Preston, in Inghilterra, dove è esposta ancora oggi.
Il vero trofeo era svanito nel nulla, rubato da ignoti e con ignoto destino. Era sopravvissuto ai nazisti, quando l’allora segretario della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Ottorino Barassi, l’aveva sottratto agli uffici della FIGC per nasconderlo a casa sua a Roma, durante la Seconda Guerra Mondiale, ma nulla aveva potuto contro i ladri. Una successiva leggenda sosteneva che, alla fine, i tedeschi fossero effettivamente riusciti a mettere le mani sulla coppa e a tenerla per sé, sostituendola con una copia dopo averla conquistata sul campo nel 1954. Questa teoria si basava sul fatto che, da alcune foto, risultava che la Coppa Rimet negli anni successivi fosse più alta di 5 centimetri rispetto all’originale: in realtà, nel 1954 era stata cambiata la base del trofeo con una più grande. Nel gennaio del 2015, il direttore del Museo della FIFA di Zurigo, David Ausseil, annunciò il ritrovamento in un deposito della base originale, che è ora esposta nel museo: si tratta di tutto ciò che ci rimane della più importante reliquia della storia dello sport mondiale.
Tre mesi dopo quel ritrovamento, una banda di ladri professionisti compiva una clamorosa rapina da 14 milioni di sterline ad Hatton Garden, a Londra. Da quell’episodio partì un’indagine condotta dal giornalista del Daily Mail Tom Pettifor, che intendeva scrivere un libro sulla mente dietro la rapina e che, invece, finì per disseppellire qualcosa che l’avrebbe riportato indietro di cinquant’anni. Nel 2017, parlando con una fonte, Pettifor venne a sapere che il vero autore del furto della Coppa Rimet del 1966 era stato un criminale del sud-est londinese conosciuto come “Sidney Coo”. Le sue indagini lo portarono a identificare quell’uomo in Sidney Cugullere, ormai morto da tempo. Pettifor riuscì però a rintracciare un vecchio conoscente di Cugullere, che gli confermò che era proprio lui il vero autore del furto, assieme al fratello Reg. Questa circostanza fu confermata a Pettifor da altre due fonti indipendenti, tra cui Gary Cugullere, il figlio di Reg.
“Lo fece solo per il brivido, non per profitto. Lo fece perché era facilissimo: non disponeva di informazioni riservate né ricevette aiuto dalle guardie” spiegò Gary a Pettifor. L’uomo che rubò la Coppa Rimet contattò poi Edward Betchley perché organizzasse la richiesta di riscatto, ma quando quest’ultimo fu arrestato decise di abbandonare il trofeo per strada. Sidney Cugullere amava raccontare di essere stato il primo inglese a sollevare la Coppa del Mondo, prima ancora del capitano Bobby Moore. Il segreto degli autori reali del furto era così noto, tra i loro conoscenti, che quando Sidney morì, nel 2005, al suo funerale c’erano corone di fiori con la forma della Coppa Rimet. La stessa cosa accadde anche nel 2012, al funerale di Reg, sul cui libretto della cerimonia c’era pure una foto del trofeo. Ma cosa è successo in seguito alla Coppa Rimet rimane un mistero. Si può solo sperare che i suoi trafugatori non siano stati così avventati da fonderla, e che sia invece segretamente custodita in qualche collezione privata, in attesa che un giorno gli eredi di chi l’acquistò vogliano raccontarci l’ultimo capitolo di questa vicenda, traendola dall’oblio e restituendola, in definitiva, alla storia.

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Fonti
–ATHERTON Martin, England Loses the World Cup, History Today
–GADSBY Paul, World Cup mystery: what happened to the original Jules Rimet trophy?, The Guardian
–HAY Phil, When a dog, Pickles, found the stolen World Cup: A crime mystery solved?, The Athletic


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