Quel che resta di Qatar 2022

Siamo arrivati alla fine, forse in maniera meno tranquilla di quanto tutti – Qatar e FIFA in primis – avrebbero creduto. I Mondiali più discussi di sempre sono scivolati via non senza polemiche, specialmente nei primi giorni. E qualcuno potrebbe storcere il naso e dire, una volta di più, che non è stato abbastanza, ma guardiamo in faccia la realtà: il poco che è successo è comunque più di quanto si sia mai visto in precedenza. Qatar 2022 è stato forse il Mondiale più politico di sempre.

Tutto ciò che è successo prima del calcio d’inizio del 20 novembre è noto, ma anche lo svolgimento del torneo ha avuto molto da dire, a partire dalla ben nota polemica sulle fasce arcobaleno. Piegandosi alla volontà del Qatar di vietare ogni forma di protesta per la comunità LGBTQ+, la FIFA si è coperta di ridicolo come mai prima d’ora: mai la federazione internazionale era arrivata a una tale mossa di forza, che paradossalmente ne rivela proprio la fragilità. Infantino voleva usare questi Mondiali come sua definitiva consacrazione in quanto figura politica globale a tutto tondo, ma esce dall’evento molto più debole di prima, soprattutto nei confronti delle federazioni europee. Una sua rielezione, pur restando molto probabile, è oggi meno sicura di quanto non fosse qualche mese fa.

In attesa della finale, nella quale potrebbe vincere il secondo titolo consecutivo (impresa riuscita solo all’Italia nel 1938 e al Brasile nel 1962), la Francia lascia però il Qatar profondamente compromessa. Dalle parole di Hugo Lloris, unico calciatore al mondo a difendere le leggi omofobe di Doha, a quelle del presidente della Federcalcio Noël Le Graët, che si è schierato addirittura contro Amnesty International, fino all’equilibrismo di Macron, tutto il paese transalpino ha dimostrato di essere troppo legato ai soldi di Doha per parlare coerentemente di diritti umani. Contraddizioni che diventano ancora più forti davanti alle nette prese di posizione di segno opposto della stampa locale.

Ma in generale tutta la politica europea trema in questi giorni, sotto i colpi delle inchieste che arrivano dal Belgio: quanti prendevano soldi dal Qatar in cambio di favori? E, se l’inchiesta dovesse allargarsi, quante altre cose scopriremo sui rapporti tra politici occidentali e governi del Golfo? È ancora presto per dire che conseguenze avrà tutto questo a livello elettorale, ma si può già discutere su come la voragine tra i valori che l’Occidente dice di voler difendere e quelle che sono le sue azioni concrete vada allargandosi. E di conseguenza si va acuendo anche la distanza tra politica e popolazione, creando un vuoto che viene riempito prontamente dalla sfiducia verso i governanti. Che sia finalmente questo il momento in cui si arriverà a parlare seriamente della distribuzione del potere nella nostra società, sia fuori che dentro al calcio?

Ma ovviamente non è stato solo un Mondiale significativo per l’Europa, anzi il primo Mondiale mediorientale della storia ha parlato soprattutto di Medio Oriente, a partire dall’Iran. Il calcio persiano ha dimostrato una volta di più il grande potere sociale che possono avere gli atleti, quando hanno il coraggio di schierarsi. Davanti al loro silenzio al momento dell’inno nazionale, le favole della FIFA sulla necessaria separazione tra calcio e politica si sono infrante. E ciò è successo principalmente perché le proteste in Iran mettono d’accordo gran parte del mondo, e godono di una legittimità che altre manifestazioni non avrebbero avuto.

Allo stesso modo, solo in Qatar si poteva sperare di vedere sventolare bandiere palestinesi, uno dei grandi tabù della nostra società. E ancora una volta, i dettami della FIFA si sono sbriciolati davanti all’evidenza dei fatti: non si possono esporre simboli politici negli stadi, dice, così le fasce arcobaleno non entrano, ma le bandiere della Palestina sì, perché piacciono al Qatar. E d’altronde tra quattro anni in Nordamerica probabilmente vedremo gli arcobaleni ma non i simboli palestinesi, a ribadire che ognuno ha le sue contraddizioni. Non escluso il Marocco, impostosi come squadra simpatia sebbene la nazionale magrebina faccia parte di un raffinato progetto di sportwashing da parte del suo governo. E se i giocatori marocchini hanno spopolato a sinistra anche per le bandiere palestinesi esposte a ogni vittoria, non si può ignorare che nel frattempo il governo di Rabat si va avvicinando sempre più a Israele.

Ciò che resta di Qatar 2022 è essenzialmente questo: doveva essere il Mondiale in cui, per non complicare le cose all’organizzazione, si sarebbe parlato di politica meno che mai, invece il risultato è stato l’opposto. La FIFA evidentemente ha meno controllo sul fenomeno calcio di quanto vorrebbe, e questo ci deve responsabilizzare tutti, dai tifosi ai calciatori: c’è lo spazio per parlare di questi temi, e bisogna imparare a sfruttarlo. L’opposizione a un modello di sport socialmente disimpegnato (che si traduce sempre nel favoreggiamento di governi tutt’altro che trasparenti) è una battaglia fondamentale per la ristrutturazione della nostra società in un senso più orizzontale e democratico.

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