Raoul Diagne, il primo campione afro-europeo

Il dibattito in Francia era particolarmente acceso: da un lato, c’era chi riteneva il passaggio al professionismo economicamente insostenibile per i club, col rischio che avrebbe potuto essere non il rilancio, ma addirittura il capolinea del calcio nazionale. Dall’altro, il fronte favorevole rivendicava la necessità di riconoscere contratti e stipendi regolari ai giocatori, mettendo la Francia in linea con la modernità, con un provvedimento che era già stato preso non solo nel Regno Unito o in Nord America, ma addirittura in Austria, in Ungheria, in Italia, in Spagna e in vari Paesi del Sudamerica. Di questa fazione, tra tanti stimati calciatori bianchi, c’era anche un nero, Raoul Diagne, e – incredibile ma vero – era forse il più influente di tutto il gruppo. Fu in buona parte merito suo, se nel 1932 la Francia accettò il professionismo dei calciatori.

Raoul Diagne aveva solamente 22 anni, all’epoca, ma era già un calciatore famosissimo e socialmente ben inserito a Parigi. Nato a Saint-Laurent-du-Maroni, in Guyana, era arrivato nella capitale seguendo il suo ambizioso padre Blaise, che s’era messo in testa di scrivere una grossa pagina di storia: diventare il primo deputato nero del parlamento. Blaise Diagne era il figlio di due domestici senegalesi impiegati presso una rinomata famiglia di meticci, i Crespin, che lo avevano fatto studiare e gli avevano così permesso di ottenere un incarico da funzionario. In piena epoca coloniale, il vecchio Diagne era emerso socialmente fino a sposare una donna bianca, girando per lavoro i vari angoli dei possedimenti d’oltremare e arrivando fine, nel 1914, a venire eletto in parlamento per il Partito Socialista. Durante la Grande Guerra, aveva sostenuto una nuova legge per estendere la cittadinanza agli abitanti delle colonie, così che potessero essere arruolati nell’esercito. Questo successo gli aveva dato ulteriore visibilità, e nel 1931 era arrivato a essere nominato sottosegretario alle Colonie, sotto la presidenza di Paul Doumer.

La nomina del vecchio Diagne era un segno dei tempi, quelli di una Francia moderna e progressista in cui esisteva già una primitiva forma di integrazione razziale. Era la Francia della Négritude, che impazziva per le danze di Joséphine Baker e in cui andavano emergendo poeti come Aimé Césaire, Léon-Gontran Damas e Léopold Sédar Senghor. Questo non significava che descriminazioni e razzismo fossero estranei alla società del tempo, ma di sicuro erano più sfumati, e gli stereotipi principali verso gli africani erano in qualche modo positivi. Per questo motivo, sulla stampa transalpina non ci fu alcuno scandalo quando, nel febbraio del 1931, Raoul Diagne scese in campo per la prima volta per la Francia, in amichevole contro la Cecoslovacchia. Fino a quel momento, c’era stato solo un altro calciatore nero che aveva vestito la maglia di una selezione europea: lo scozzese di origine caraibica Andrew Watson, che però aveva giocato appena tre partite cinquant’anni prima.

Era cresciuto a Parigi, all’ombra della carriera politica paterna, giocando inizialmente nelle giovanili dello Stade Français e poi, dall’età di 16 anni, nel Racing Club. Con la formazione biancazzurra aveva fatto il suo esordio nel 1930, imponendosi subito come un titolare della squadra nononostante la giovane età. Diagne era un’atleta dall’incommensurabile qualità: per la stazza fisica, era normalmente usato come difensore, ma ben presto i suoi allenatori – tra i quali, in quei primi anni Trenta, ci fu anche Jimmy Hogan – capirono che era abbastanza rapido e tecnico da poter essere schierato all’occorrenza anche da ala destra, e abbastanza accorto tatticamente da poter giocare pure da mediano. Nel 1932, quando il portiere André Tassin s’infortunò e per quattro mesi non fu disponibile, Diagne venne schierato tra i pali, e si rivelò uno dei migliori numeri 1 del campionato.

Una delle più celebri bizzarrie di Diagne: pare avesse un cucciolo di ghepardo come animale domestico, una “moda” che avrebbe ripreso da Josephine Baker.

Il Racing Club aveva scelto di investire molto, con l’arrivo del professionismo, e in pochi anni aveva messo insieme una squadra di tutto rispetto: accanto ad alcuni dei più importanti giocatori francesi dell’epoca – Edmond Delfour, Émile Veinante, Robert Mercier – erano arrivati talentuosi stranieri come il turco Vahap Özaltay, l’inglese Frederick Kennedy e il fortissimo portiere austriaco Rudi Hiden. Fu quella l’ossatura con cui, sotto la guida tecnica dell’ex-punta de Southampton Sid Kimpton, il Racing Club arrivò a vincere il suo primo storico titolo nazionale nel 1936, in accoppiata alla Coppa di Francia.

Una squadra multietnica, specchio della variegata società parigina dell’epoca, che faceva colpo soprattutto sull’alta società cittadina. Di fatto, il mito della Francia black-blanc-beur – archetipo reso popolare nell’epoca di Chirac, oltre sessant’anni più tardi – si iniziò a formare a quei tempi, proprio grazie ai successi sportivi di un assimilato come Diagne, africano di madre bianca e di condizione sociale elevata, che incarnava perfettamente l’ideale che i francesi avevano del ragazzo delle colonie. La stampa francese e i tifosi lo chiamavano Joséphine, un chiaro riferimento alla Baker, a cui era legato proprio dal colore della pelle, e in alcuni casi anche Negus, il titolo dei re d’Etiopia, che nell’immaginario colletivo indicava un re africano in senso generale. Ma a parte questi stereotipi razziali, il fatto che Raoul Diagne potesse essere una star del calcio nell’Europa degli anni Trenta e giocare addirittura con la Nazionale, faceva del Francia un caso unico al mondo, in un’epoca in cui Paesi come Germania e Italia promulgavano esplicite leggi razziali, mentre altre forme di razzismo legalizzato erano presenti tanto negli Stati Uniti quanto in Gran Bretagna.

La sua presenza ai Mondiali del 1938 andava a ribadire una volta di più la vocazione multiculturale della Nazionale di Gaston Barreau, nella quale giocavano austriaci (August Jordan), berberi (Abdelkader Ben Bouali), uruguayani (Héctor Cazenave), italiani (Mario Zatelli, cresciuto nel Maghreb) e polacci (Ignace Kowalczyk, Czeslaw Povolny). I risultati sul campo del Mondiale casalingo non furono particolarmente esaltanti – con l’eliminazione ai quarti contro l’Italia, dopo aver avuto la meglio sul Belgio – ma la Francia era ormai sulla strada per diventare una delle squadre più competitive al mondo, grazie a un campionato professionistico tra i più ricchi e meglio organizzati in circolazione.

Raoul Diagne e la sua generazione, purtroppo, ebbero la sfortuna di vedere la guerra intromettersi nelle loro vite e carriere. Un anno dopo il Mondiale, il Racing Club – a cui si erano aggiunti il difensore spagnolo ex-Barcellona Ramón Zabalo, in fuga dalla guerra civile, e l’attacante argentino ex-Roma Alejandro Scopelli, scappato dall’Italia per non essere spedito a combattere in Etiopia – vinse la sua seconda Coppa di Francia, battendo in finale il Lille: fu l’ultima partita di Diagne prima dello scoppio della guerra. Il campionato fu sospeso per motivi bellici, ma la coppa nazionale continuò a disputarsi, e il Racing Club vinse anche l’edizione del 1940: cinque giorni dopo, le truppe tedesche iniziavano l’invasione della Francia, e così Diagne dovette lasciare Parigi per riparare al Sud, prima a Tolosa e poi ad Annecy, vestendo le maglie delle due squadre locali.

Una formazione della Francia di fine anni Trenta: Diagne è il primo in piedi da destra. L’altro nero, il secondo in basso da sinistra, è invece Larbi Ben Barek.

Ma la storia di Raoul Diagne non si ferma qui. In Francia era divenuto un simbolo del multiculturalismo del calcio nazionale, ma la sua fama era destinata a estendersi anche all’Africa, una volta che il conflitto mondiale vide la fine. Nel 1947, all’età di 37 anni, decise di tornare nella terra d’origine di suo padre, chiudendo la carriera nell’Union Sportive Gorée: in Senegal non si era mai visto un giocatore con la sua qualità, e nonostante gli anni Diagne lasciò un segno indelebile non solo nello sport locale, ma anche nella cultura identitaria del Paese, al punto che in futuro sarebbe stato rivendicato come il primo calciatore senegalese professionista della storia. A suo modo, ebbe un ruolo di rilievo in quel processo che, nel 1960, avrebbe portato all’indipendenza del Senegal e alla nomina di Léopold Sédar Senghor a Presidente.

La neonata Federcalcio di Dakar decise di assegnargli il ruolo di selezionatore della Nazionale, dopo che Diagne aveva già avuto alcune esperienze in panchina in Belgio e in Algeria. Gli fu affidato il compito di guidare la squadra nel torneo di calcio dei Giochi dell’Amicizia, che si tennero proprio a Dakar nel 1963: sotto la sua guida, i Leoni della Teranga riuscirono a conquistare il torneo battendo in finale la Tunisia, ma sopratutto sconfiggendo in semifinale una selezione francese. Si trattò del primo storico traguardo, seppure in un torneo di secondo piano, della storia del calcio senegalese.

Fonti

DOS SANTON Gwendoline, LEWINO Frédéric, 15 février 1931. Le jour où le 1er Noir intègre l’équipe de France de football, Le Point

DURAND Gilles, «Dans l’histoire du sport»: La sélection de Raoul Diagne, premier footballeur de couleur chez les Bleus, 20 Minutes

FULIGNI Bruno, Le retour de Blais Diagne, Humanisme

GRECO Federico, Raoul Diagne, l’assimilato al quadrato, Calcio Romantico

KSSIS-MARTOV Nicolas, Raoul Diagne: l’homme à tuout faire du Racing, So Foot

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