Com’è morto il calcio: riflessioni su “Fuori Gioco” di Bilal e Cauvin

Quando ti capita sotto gli occhi, il disegno di Enki Bilal ti evoca immancabilmente nella testa l’eco della pseudo-storia, di mondi alternativi, di favole malinconiche ricche di suggestioni esotiche. Che abbia realizzato un’opera sul calcio, è un regalo inaspettato e impensabile, e in effetti Fuori Gioco è un oggetto culturale ambiguo, poco noto eppure perversamente affascinante, come un Necronomicon del pallone. Perché poi è proprio di questo – di morte – che parla, ma adesso ci arriviamo. Scrivo “opera”, perché decisamente non è un fumetto; forse è un romanzo illustrato, ma di certo non è un graphic novel. È una contaminazione tra scritto e disegno, un prodotto pervasivo e occulto, un racconto di fantascienza socio-sportiva e un’ucronia psicotica e pessimistica da fine Millennio (è stato pubblicato nel 2000, non a caso). Una storia sul tramonto del calcio che parla del domani, ma come tutta la migliore fantascienza racconta dell’oggi o, quando proprio ci va male, dello ieri.

Se la domanda riguarda il quando, Fuori Gioco risponde “ieri l’altro”: un passato ormai distante, quello raccontato dall’ex-veterano delle telecronache Stan Skavelicz, riesumato da un network per spiegare ai giovani spettatori com’è morto il calcio. Il viaggio che ne segue è una discesa in un mondo altro immaginato da Patrick Cauvin, a cui i disegni di Bilal danno un tono sospeso nel tempo. Eppure, le cose che 22 anni fa venivano messe su carta in quest’opera sembrano oggi, se non del tutto attuali, problematicamente non aliene. È un universo di calciatori-gladiatori, in cui scendere in campo significa giocarsi un terno al lotto con Madama Morte davanti a un pubblico assente: gli stadi sono gigantesche vuote cattedrali, impossibili da mantenere in sicurezza a causa delle continue crisi economiche che hanno colpito il mondo. La violenza degli hooligan ha spinto sempre più gente a restarsene a casa propria, approfittando della tramissione delle partite alla tv, e l’ascesa delle scommesse live, fruibili solo attraverso uno schermo, ha fatto il resto. Bilal e Cauvin non potevano prevedere gli smartphone, ma per il resto tutto suona perlomeno plausibile, e d’altronde la nevrosi sulla scomparsa del pubblico dagli stadi a causa delle tv è un cruccio frequente del mondo del pallone, acuitosi nel primo anno della pandemia, quando pure al sottoscritto venne da interrogarsi se il futuro del calcio sarebbe stato a porte chiuse.

È normale che, in un’opera come questa, si voglia giocare con i topos della fantascienza degli anni Ottanta e Novanta, e così giustamente si immaginano sempre più giocatori del futuro fare ricorso agli innesti tipici della letteratura cyberpunk, con tutte le polemiche che ne derivano. Ma d’altronde, già a fine anni Duemila l’atletica s’era dovuta confrontare con l’accesso alle gare per normodotati di Oscar Pistorius, le cui gambe in carbonio rappresentavano – secondo alcuni – un evidente vantaggio tecnologico rispetto alle dotazioni organiche dei suoi avversari. In Fuori Gioco la scienza è onnipresente e invadente tanto quanto le leggi governative: il calcio di Bilal e Cauvin, figlio non ancora consapevole delle ossessioni atletiche di Cristiano Ronaldo, si interfaccia di frequente con politici e scienziati; i primi che sanciscono cosa non può essere fatto, i secondi cosa invece si può fare.

Ernst Zopalev, ala bulgara di modesto livello, è stato uno dei pionieri degli innesti nel calcio: fattosi sostituire la gamba sinistra, divenne uno dei calciatori più forti al mondo e infine fu acquistato dalla Svizzera.

Ma in tutto questo scenario così fantasiosamente prossimo, si scorgono i tratti di un’epoca presentissima. Li si ritrova nella fondamentale questione del razzismo, figlia di una Francia – la terra d’origine dei due autori – che stava vivendo la prima brutale ascesa del Front National, che nel 1996 accusava i neri della Nazionale di essere stranieri “ingaggiati” per vestire la maglia bleu, e che solo due anni dopo l’uscita di Fuori Gioco sarebbe arrivato a contendere la Presidenza della Repubblica a Chirac al ballottaggio. Il mondo di Bilal e Cauvin è un concentrato di cosmopolitismo, eppure l’acquisto di giocatori stranieri da parte delle selezioni nazionali è dato talmente per scontato (l’opera si apre sulla vicenda di Wansa Sidrons, terzino norvegese che viene “acquistato dai dirigenti sportivi dell’URSS”) che non gli si dedica alcun approfondimento. A un certo punto, però, si racconta di quando proprio la Francia, per aggirare le leggi razziali presenti nel Paese contro la convocazione di giocatori neri in Nazionale, si ritrova a sottoporre tre talentuosissimi fratelli africani a processi di depigmentazione.

C’è tanto futuro, eppure c’è anche tanto passato che pare essersi sviluppato in maniera diversa rispetto al nostro, anche se non certo imprevedibile. Ci sono arbitri che dirigono le partite da bunker sotterranei, all’interno dei quali hanno anche comodi appartamenti in cui vivono assieme alle proprie famiglie, protetti dalle intemperanze dei tifosi e isolati da possibili corruttori. E viene da chiedersi se una simile idea non avrebbe fatto piacere a John Langenus, il belga che nell’estate del 1930 pretese dalla FIFA un’assicurazione sulla vita e molte altre tutele per dirigere la finale mondiale tra Uruguay e Argentina, per la quale la sua incolumità era fortemente a rischio. Allo stesso modo, non sembra affatto romanzesco il frammento sulle sempre più frequenti sfide tra squadre di reparti dell’esercito, che ambiscono a riscattare sul campo di gioco le sconfitte patite su quello di battaglia: Honvéd e CSKA sono esempi tra i più noti di come, nell’epoca pionieristica e non solo, calcio e militari siano andati a braccetto. E lo sport di squadra è sempre stato, fin dalle sue origini, un surrogato della guerra e una sua rimessa in scena. L’Ucraina, in questi ultimi tempi, lo ha reso abbastanza evidente, credo.

Una cosa che mi ha profondamente colpito è la storia di Sandrella Longarelli, pioniera del calcio inter-genere, cioè una delle prime donne a giocare da stella in mezzo ai maschi, nel ruolo di portiere (una cosa che qualche anno dopo avrebbe proposto, più o meno seriamente, pure Luciano Gaucci). Gli autori di Fuori Gioco ci raccontano soprattutto come terminò la sua carriera: aggredita in strada e selvaggiamente violentata da un’orda composta da tifosi avversari e militanti di gruppi “per la difesa delle prerogative maschili”, vale a dire quei tizi che tutt’oggi si sentono offesi dal vedere una donna calciare un pallone. Un affresco folgorante, in anticipo sui tempi di oltre vent’anni, della cultura dello stupro nel mondo del calcio, un problema che ancora oggi troppo pochi riconoscono.

Ernie John Dwight, ex ct dell’Irlanda e dominatore del mercato delle scommesse truccate sul calcio: fu l’artefice della più clamorosa truffa della storia del pallone.

La conclusione dell’opera ci porta a scoprire i viaggi di queste “squadre nomadi” che si rifugiano a giocare gare clandestine nei più remoti angoli del pianeta – “alcuni dei quali ebbero luogo a Sakhalin, altri nel deserto montagnoso del Rubalkah, altri ancora nelle ex prigioni di Hyderabad” – alla ricerca degli ultimi sconsiderati sponsor disposti a mettere qualche soldo nel football. Istantanee di uno sport morente, fotografate nella fredda prosa giornalistica del narratore fittizio Stan Skavelicz, testimone di un’epoca che non esiste più, un mostro di Loch Ness del suo tempo, rimasto a nuotare nel proprio lago per il solo scopo di suscitare la curiosità di strambi avventori.

Fatte salve le comprensibili – ma sempre condannabili – tentazioni nostalgiche, Fuori Gioco si rivela innanzitutto un coacervo di timori da vecchio tifoso: dove sta andando il calcio? Nel punto in cui infine approderà, sarà sempre quello sport di cui mi ero innamorato da bambino, o sarà divenuto ormai tragicamente irriconoscibile? Il lavoro di Bilal e Cauvin ha il pregio di rappresentare un’epoca, che forse non è ancora finita: i discorsi sulla morte del calcio si ammassano sulla soglia delle nostre coscienze da anni, e ogni volta, dopo un po’ di tempo, se ci si guarda indietro ci si rende conto che erano stati esagerati. Quel senso di disaffezione che a volte ci coglie non riguarda lo sport in sé ma noi stessi, e il nostro rapporto con esso: non conta tanto che lui sia cambiato, ma che lo siamo noi, che non siamo più quei bambini che se n’erano infatuati. Ecco perché, nella sua ultima pagina, l’opera si conclude con una rievocazione della celebre frase di Borges, secondo cui ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio, come “un gioco immortale, fatto apposta per l’uomo”.

Fonti

-BILAL Enki, CAUVIN Patrick, Fuori Gioco, Hazard Edizioni

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