Hidetoshi Nakata nella parte del divo

Hidetoshi Nakata, per me, è innanzitutto uno spazio vuoto su un album di figurine. Nell’estate del 1998, la notizia del suo acquisto da parte del Perugia aveva scatenato le suggestioni di tutti i piccoli italiani appassionati di calcio come me: era la realizzazione della promessa di Holly & Benji, che ogni pomeriggio ci raccontava questo improbabile mondo parallelo in cui il Giappone sfornava campioni da far impallidire Maradona. Così ero corso a guardare l’album Panini dei Mondiali che si erano appena conclusi in Francia, cercando la sua figurina e scoprendo con grande disappunto che non l’avevo mai trovata. Non sapevo che faccia avesse, Nakata, così potevo immaginarmelo come volevo.

Il racconto nostalgico e personale serviva solo come introduzione, ovviamente. Perché questa è una storia che racconta molto altro. In quell’estate del 1998, il Giappone realizzava finalmente il sogno di qualificarsi per la prima volta alla fase finale di un Mondiale, coronando un percorso di avvicinamento al calcio che era iniziato negli anni Sessanta in vista delle Olimpiadi di Tokyo, e poi era esploso come fenomeno di massa alla fine degli anni Ottanta grazie proprio ai manga e agli anime. Da qui, nel 1992 era sorta la J-League, un campionato professionistico supportato da enormi investimenti privati che avevano portato in Giappone anche gente come Zico e Arsène Wenger. Nakata era il volto perfetto per il boom del football nel Sol Levante: giovane, estroso in campo quanto fuori, maturato in un’epoca in cui in patria giocavano gente come Patrick Mboma, Dunga, Julio Salinas e Dragan Stojković, incarnava le ambizioni sportive di un Paese a cui nel 1996 era stata assegnata – congiuntamente con la vicina Corea del Sud, che aveva una tradizione calcistica ben maggiore – l’organizzazione del primo Mondiale asiatico, fissato per il 2002.

Tutti dettagli che, nell’estate del 1998, pochi tifosi italiani conoscevano. Nakata aveva disputato un buon torneo in Francia, ma il Giappone era uscito al primo turno perdendo tutte e tre le sfide del girone: l’idea che il Perugia volesse portare un nipponico in Serie A venne accolta con un forte scetticismo, e a tutti apparve lampante che i motivi dietro a quella trattativa fossero essenzialmente economici. Il patron Gaucci aveva intuito le potenzialità commerciali di un simile trasferimento: per circa 3 milioni di dollari si poteva assicurare un giocatore che gliene avrebbe fatti guadagnare chissà quanti in merchandising in Estremo Oriente. E anche nel mercato italiano, Nakata poteva portare grandi vantaggi al Perugia: non era il primo giapponese del calcio europeo – c’erano già stati Yasuhiko Okudera e Kazuo Ozaki in Bundesliga, e poi Kazu Miura al Genoa nel 1994/95 – ma era quello che giungeva nella miglior congiuntura temporale possibile, in un Paese in cui i giovanissimi impazzivano quotidianamente dietro ai cartoni sportivi nipponici in onda su Italia 1.

La vera sorpresa fu che Nakata, a dispetto di tutto questo, era anche un ottimo giocatore. Centrocampista offensivo dal carattere umile ma abbastanza forte da resistere al brusco impatto con il campionato italiano, esordì con una doppietta alla Juventus nella sconfitta per 4-3 degli umbri, che lo rese immediatamente un idolo del pubblico locale. Ilario Castagner fu probabilmente forzato da Gaucci a dare spazio al giovane asiatico per capitalizzare l’interesse del pubblico orientale in merito alle prestazioni del nuovo acquisto, ma le prime prestazioni convinsero il tecnico che Hidetoshi Nakata era veramente un valore aggiunto per la sua squadra. Passato da colpo esotico a rinforzo vero e proprio, il trequartista arrivato dal Bellmare Hiratsuka ebbe un effetto dirompente non solo sul nuovo club, ma anche su tutta la città.

Nakata in dribbling tra i giocatori della Giamaica durante Francia ’98. Per lui, nel torneo, ci furono 270 minuti in campo in tre partite, e in generale in Nazionale ha disputato 77 partite segnando 11 reti, tra il 1997 e il 2006.

Gaucci si fregava le mani soprattutto perché, in quell’epoca in cui parlare di diritti d’immagine dei giocatori era ancora di là da venire, gli introiti principali del “fenomeno Nakata” andavano nelle sue tasche: la richiestissima maglia numero 7 del Perugia era infatti prodotta, come tutte quelle del club, dalla Galex di Alessandro Gaucci, figlio del proprietario dei Grifoni. In clamoroso anticipo sui tempi, il Perugia aveva potuto cedere i diritti tv delle sue partite a un’emittente giapponese, interessata unicamente a trasmettere in Asia le imprese della next big thing del calcio nipponico. E questo non aveva fatto che portare ondate di turisti nella città umbra, alimentando la fama internazionale della città, già sede di un’importante università per stranieri. Costantemente accompagnato da un codazzo di giornalisti come se fosse superstar del cinema, Nakata era divenuto uno straordinario testimonial per il Giappone in Italia e, soprattutto per Perugia in Giappone, al punto che subito la Subaru aveva deciso di farlo protagonista del suo nuovo spot, affittando per l’occasione l’intero borgo medievale di Corciano. “Non solo sa giocare al calcio, ma può diventare un autentico business. – rivelava a La Repubblica il presidente della Provincia Mariano Borgognoni – Renderà un servizio enorme alla città di Perugia e a tutta la regione”.

Dal canto suo, il 21enne calciatore asiatico si dimostrava incredibilmente a suo agio con la fama, a dispetto del suo carattere da molti descritto come introverso. Abbigliamento sempre ricercato e impeccabile, volto di manifesti e spot pubblicitari in due continenti, capelli immancabilmente variopinti, Nakata era descritto come un emulo giapponese di David Beckham, e come l’ala inglese riusciva in qualche modo a conciliare una carriera da star della moda con un ottimo rendimento in campo. La sua prima stagione a Perugia era stata superlativa, con 10 gol in 33 presenze e uno status da astro emergente del campionato italiano, che nel gennaio del 2000 lo portò addirittura alla corte di Fabio Capello alla Roma per 30 miliardi di lire. Nella Capitale, seppur con meno spazio rispetto a quello che aveva avuto nei Grifoni, Nakata riuscì a conquistare uno storico scudetto, lasciando anche il segno nella celebre rimonta del 2-2 contro la Juventus, che per molti ipotecò il titolo giallorosso.

Nell’estate del 2001, il Parma arrivò a sborsare per lui addirittura 60 miliardi di lire, una cifra record per un giocatore asiatico, che caricava lui e la rappresentativa giapponese di grandi aspettative in vista del Mondiale casalingo. I Samurai Blu vantavano ben quattro giocatori impegnati nei massimi campionati europei – mentre solo quattro anni prima giocavano tutti in patria – e un allenatore francese, Philippe Troussier, che nel 2000 aveva condotto la Nazionale alla conquista della Coppa d’Asia. I Mondiali asiatici sono stati l’apice della carriera di Hidetoshi Nakata, punto di arrivo di un percorso sportivo e ancor di più mediatico che lo aveva condotto in Europa come nuovo ambasciatore del calcio nipponico: il torneo deludente del Giappone – primo in un girone abbordabilissimo con Belgio, Tunisia e Russia, poi fuori agli ottavi contro la Turchia – rappresentò in un certo senso il tramonto di un certo modo di intendere il calcio nel Sol Levante, una sorta di star system che si traduceva in una squadra di brillanti solisti che stentavano a giocare assieme.

Soprattutto, per Nakata fu il raggiungimento di un obiettivo a cui era stata dedicata la sua intera carriera: guidare la Nazionale al Mondiale disputato in casa. Pochi mesi prima del torneo, aveva conquistato anche una Coppa Italia con il Parma, di nuovo da protagonista contro la Juventus, sua vittima preferita, e aveva così messo in bacheca entrambi i trofei principali del calcio italiano. Gli anni successivi, tra la crisi dei Ducali, gli infortuni e le incomprensioni con gli allenatori a Bologna, Firenze e Bolton, videro il declino della stella di Nakata, che iniziava a soffrire l’overdose del mondo del calcio vissuta nei primi anni di carriera. Dopo i Mondiali del 2006, che segnarono il crepuscolo di una generazione del calcio nipponico che aveva raccolto meno di quanto avrebbe meritato, a soli 29 anni Hidetoshi Nakata decise improvvisamente di ritirarsi.

Nella sua autobiografia, Francesco Totti ricorda come durante la festa scudetto negli spogliatoi della Roma, mentre tutti si ubriacavano con lo champagne, Nakata se ne stava tranquillo in un angolo a leggere un libro.

È stato in quel momento che Nakata ha dimostrato di essere ben diverso dallo stereotipo del “Beckham giapponese” che gli era stato cucito addosso. “A volte ho ricevuto così tanti complimenti da illudermi di poter fare tutto. Altre volte ho sofferto molto per critiche che miravano a colpirmi sul piano personale ed umano. Dopo essere diventato un calciatore professionista, facevo fatica a rispondere a domande tipo ‘Ti piace il calcio?’.” spiegava nella lettera in cui, annunciando il suo addio al campo, metteva in evidenza tutto il peso delle aspettative che aveva dovuto sopportare in quegli anni. Era stato, volente o nolente, il simbolo designato di una particolare fase della storia del suo Paese, e aveva accettato quell’onere con la silenziosa umiltà che prevede lo stereotipo del giapponese modello. Ma appena aveva adempiuto a quel compito, si era reso conto che il suo calcio non era più quello che lo aveva appassionato quand’era bambino. E capì di avere bisogno di partire per scoprire quello che lui stesso avrebbe definito “il mio ruolo nel mondo”.

Da divo per eccellenza ad antidivo ideale, Nakata prese a viaggiare per il mondo zaino in spalla, attraversando una nazione dopo l’altra nel corso di diversi anni, come un personaggio da romanzo. Dopo una vita passata a spostarsi da un hotel all’altro, aveva deciso di vedere per davvero il mondo, compreso il suo Giappone, di cui conosceva solo le grandi città da cartolina. Ha visto le campagne nipponiche e alcune delle zone più povere dell’Asia, fino a un campo profughi in Iraq, ai margini di una guerra infinita. Ovunque andava, c’era qualcuno che lo riconosceva, e questo lo portò a riflettere sul grande potere comunicativo del calcio, e di come fosse necessario usarlo per scopi più nobili di quelli a cui era stato esposto per tutta la vita. Al suo ritorno a casa, ha creato una fondazione benefica con cui oggi sostiene varie iniziative di onlus in giro per il mondo, come ad esempio la creazione di pozzi d’acqua potabile in Africa. In Giappone, ha dato vita a un’azienda che supporta e fa conoscere i prodotti dell’artigianato locale in via di estinzione a causa delle industrie multinazionali. “Se si viaggiasse di più, – dice – ci sarebbero meno pregiudizi idioti”.

Fonti

BUCCINI Goffredo, Nakata, un samurai regna a Perugia, Corriere della Sera

LUCCARINI Luigi, “Nakata, una miniera d’oro per Perugia”, La Repubblica

NAKATA Hidetoshi, La vita è come un viaggio, un viaggio è come la vita, TuttoMercatoWeb

MENSURATI Marco, Giro del mondo: Nakata, la mia vita in viaggio, La Repubblica

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