Arsène il giapponese

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“Per me, un socialista è chi si affida alla connettività per risolvere i problemi della società. È necessario un ambiente collettivo, che possa favorire l’espressione dell’individuo.”

Arsène Wenger

Nel 1967 il giovane fumettista nipponico Kazuhiko Katō, meglio noto come Monkey Punch, dava alle stampe il manga Lupin III, dedicato alle avventure di un ladro giapponese nipote del celebre personaggio dei romanzi di Maurice Leblanc Arsène Lupin. Il fumetto ebbe un tale successo che ne venne tratta una serie animata, che arrivò in Europa a fine anni Settanta, e in Francia nel 1985. A quel tempo nessuno poteva immaginarsi che, dieci anni dopo, un altro Arsène avrebbe spopolato in Giappone: era un giovane allenatore di calcio che, contro ogni logica di carriera, aveva deciso di trasferirsi in Estremo Oriente per guidare una squadra nipponica.

L’arrivo di Arsène Wenger era del tutto atipico per la J-League, il primo campionato professionistico giapponese fondato solo nel 1992, che sebbene avesse grandi budget si concentrava soprattutto su giocatori sul viale del tramonto, come era stato il quarantenne Zico. Wenger invece era un promettente allenatore di 46 anni, che negli anni precedenti si era affermato in Francia come uno dei tecnici più moderni e visionari d’Europa: ex-difensore di livello per lo più dilettantistico, aveva avuto una rapida ascesa in panchina partendo dalle giovanili dello Strasburgo, per poi arrivare a ottenere ottimi risultati prima col piccolo Nancy e poi alla guida del Monaco, con cui aveva vinto lo scudetto nel 1988 e la Coppa di Francia nel 1991, raggiungendo in seguito la finale di Coppa delle Coppe (1992) e la semifinale di Champions League (1994). Si era fatto la fama del rivoluzionario, non solo per un modello di gioco offensivo ed elegante, ma anche per la sua meticolosa gestione de giocatori, nella quale integrava nuove metologie che curavano l’aspetto atletico e alimentare quanto quello psicologico. Wenger non era poi solo un allenatore, ma un uomo di vastissima cultura capace di prendere in mano gli aspetti tecnici del club ma anche quelli manageriali, grazie ai suoi studi universitari in economia. Uno come lui, al mondo, era una rarità, e per questo aveva già ricevuto – e rifiutato – offerte dalla Nazionale francese e dal Bayern Monaco: la sua idea di calcio era focalizzata sulla costruzione di un progetto sul lungo periodo, e non sulla raccolta di trofei fatta saltando da un top club all’altro.

Ma il 1994 era stato un anno complicato, dal punto di vista umano. Il suo Monaco era stato per anni il principale rivale della corazzata Olympique Marsiglia, ma nell’estate del 1993 era scoppiato un clamoroso caso di corruzione perpetrato dall’OM, gettando ombre oscure sul campionato e portando alla revoca del titolo appena assegnato. Questo episodio e le sue consguenze, venute alla luce soprattutto nel corso della stagione seguente, avevano profondamente colpito Wenger: cresciuto in un villaggio alsaziano, dove si parlava più tedesco che francese, aveva ereditato dai genitori, proprietari di un piccolo ristorante, un’etica del lavoro e dell’onestà molto rigida. Fin da ragazzino, aveva imparato a considerare il calcio molto più che un passatempo, valorizzando enormemente principi come quello della sportività e del lavoro di squadra. Scoprire che esistevano club ricchi che compravano le partite e manipolavano i risultati, gli fece realizzare che non era importante quanto ti impegnavi, perché il gioco era truccato. Ciò gli causò quello che era a tutti gli effetti uno stato depressivo, che non gli permise di preparare al meglio la stagione 1994/95: dopo un bruto inizio di campionato, con il Monaco diciassettesimo in classifica, Wenger venne esonerato a metà settembre, meditando seriamente di prendersi una lunga pausa dal calcio.

Wenger guida l’allenamento del Nagoya Grampus Eight. A quel tempo, la Nazionale del Giappone non aveva mai partecipato ai Mondiali, ma aveva vinto il bronzo olimpico nel 1968 e la Coppa d’Asia nel 1992, trascinata da Takuya Takagi e da Kazuyoshi Miura, attaccante cresciuto in Brasile e che nel 1994 era divenuto il primo nipponico in Serie A, firmando col Genoa.

Ma la passione prevalse, e l’idea di ricominciare da zero in un paese lontano e probabilmente meno corrotto, gli sembrò il modo migliore per ritrovare interesse nel proprio lavoro. Nei mesi precedenti, partecipando a delle conferenze della FIFA negli Emirati Arabi Uniti, aveva fatto la conoscenza di alcuni dirigenti della Toyota, che non appena fu libero lo contattarono per proporli di allenare il loro club, il Nagoya Grampus Eight, dove aveva appena concluso la sua carriera da professionista Gary Lineker. Il presidente Shoichiro Todoya gli aveva confessato di voler trasformare il club in uno dei più forti al mondo nel giro di un secolo: questa cosa infiammò Wenger. Un progetto a lunga scadenza: esattamente quello che cercava da sempre. “Essere solo un nastro trasportatore nella storia, come parte di un movimento molto più grande di te. Essere parte di qualcosa che è al di là di te. Sfortunatamente, viviamo troppo spesso con l’idea che il mondo si fermerà dopo di noi. Questa non è umanità”.

La J-League stava diventando un campionato molto competitivo, con tanti brasiliani anche di fama internazionale (Evair, Bismarck, Zinho), e poi Ramón Díaz, Oleh Protasov, Guido Buchwald, Winton Rufer, Totò Schillaci. A Nagoya invece c’era Dragan Stojković, l’ex-genio della Stella Rossa arrivato cinque anni prima con gran clamore al Marsiglia ma rivelatosi una delle più cocenti delusioni della storia del calcio balcanico: a 30 anni vivacchiava già da una stagione in Giappone, ricevendo un lauto stipendio per impegnarsi il minimo necessario, come dimostravano le sole 4 reti segnate nel campionato precedente e l’undicesimo posto finale della squadra. Wenger realizzò presto che l’ambiente giapponese era molto diverso da quello europeo, sia a livello sociale che di approccio al gioco del calcio: “C’era un muro tra me e i giocatori. Volevano che gli dessi istruzioni specifiche, ma è il giocatore con la palla a controllare il gioco”. “Nessuno aveva grande fiducia in lui. – dirà anni dopo il difensore Tetsuo Nakanishi – Tutti dicevano: ‘Ecco, è arrivato uno altro gaijin!'”. Un altro straniero come Marcos Falopa, ex-vice della Nazionale brasiliana, o Gordon Milne, bandiera del Liverpool che dalla panchina aveva guidato con succeddo l’U18 inglese e i turchi del Beşiktaş.

Arrivato a questo punto e consapevole del problema, Wenger scelse però di non abbandonarsi alla presunta inevitabilità delle barriere culturali, ma di scavalcarle: assunse un assistente che gli insegnasse come comportarsi al meglio coi giapponesi, iniziò ad apprendere la lingua, rivide il suo modo di allenare e comunicare. “Questo tipo di esperienze ti rendono più tollerante. – avrebbe spiegato in seguito – Incontrare qualcuno significa che devi uscire fuori da te e cercare di capire chi sia la persona che hai davanti”. Il suo interesse per la psicologia umana lo spinse a studiare nuovi metodi per interfacciarsi coi giocatori, gli fece intuire che era lui a dover capire loro per primo, se voleva che loro poi potessero capire lui.

Il sistema Wenger lentamente iniziò a prendere forma in Giappone, grazie alla collaborazione del suo vice Boro Primorac – che era stato il grande accusatore nello scandalo del Marsiglia, quando allenava il Valenciennes e aveva denunciato il tentativo di corruzione ai danni dei suoi giocatori – e di importanti elementi appena acquistati, Franck Durix dal Cannes e Gérard Passi dal Saint-Étienne, che era stato con Wenger al Monaco. Ma soprattutto, l’alsaziano fu il primo allenatore capace di comprendere e far rendere a pieno Stojković da quando aveva lasciato Belgrado: lo slavo trovò uno stato di forma sensazionale, divenendo il motore della squadra e completando l’annata con 17 gol. Ma divenne innanzitutto il viatico per trasmettere ai calciatori autoctoni l’idea di un gioco che non fosse solo eseguire gli ordini, ma affidarsi anche all’istinto e alla propria capacità decisionale: non esiste rivoluzione senza responsabilizzazione. Solo anni dopo il calcio nipponico si sarebbe reso conto dell’importanza di Wenger nell’evoluzione del football locale, rendendolo più collettivo e meno gerarchico. La stagione del Nagoya Grampus Eight si concluse con il secondo posto nella fase 2 del campionato e la conquista della Coppa dell’Imperatore.

Wenger accanto al suo fidato vice Boro Primorac, conosciuto ai tempi in cui entrambi allenavano in Francia, nei primi anni Novanta. Il bosniaco lo ha poi seguito a Londra, restandogli al fianco per tutta la carriera.

Con la conquista del primo titolo della storia professionistia del club, l’anno 1996 iniziò con grandi ambizioni, che si rispecchiarono in un brillante inizio di stagione: il Nagoya Grampus Eight giocava un calcio spettacolare ed efficace, e il 30 marzo arrivò addirittura a espugnare lo stadio dei campioni in carica dello Yokoham Marinos, con rete di Durix. I risultati, però, erano solo un’aggiunta a ciò che per Wenger era realmente importante: in Giappone aveva ritrovato ciò che la Francia gli aveva tolto, il piacere del calcio. Era qualcosa che si respirava nell’aria di un paese che improvvisamente aveva visto esplodere la passione di massa per il pallone, costruita in 15 anni in cui Tokyo aveva ospitato la Coppa Intercontinentale e in cui tutta la nazione aveva vissuto una forte crescita economica e sociale, che aveva condotto definitivamente il Sol Levante tra le grandi potenze mondiali. Un percorso che veniva coronato proprio il 31 maggio 1996, all’inizio della pausa estiva del campionato, con la storica assegnazione della Coppa del Mondo del 2002 in co-organizzazione con la Corea del Sud.

Arsène Wenger era stato uno dei protagonisti di quest’ascesa del Giappone nel mondo del calcio, ma non sarebbe stato che uno spettatore esterno di ciò che sarebbe avvenuto in futuro. Si era ripromesso che sarebbe rimasto al Nagoya per il resto della carriera, a meno che non avesse ricevuto un’offerta da un top club europeo; cosa per la verità abbastanza remota, visto che era davvero improbabile che una squadra di quel livello volesse affidarsi a lui, ormai eremita in Estremo Oriente. Ma in agosto, a una settimana dall’inizio della Premier League, l’Arsenal aveva licenziato Bruce Rioch e aveva iniziato a cercare un tecnico libero in grado di guidare un club che stava attraversando un non semplice periodo di rifondazione. Il vicepresidente David Dein, che intendeva avviare un nuovo progetto tecnico, moderno e improntato sui giovani, propose alla società l’ingaggio di Wenger, che sarebbe divenuto il primo non-britannico alla guida dei Gunners. Anche il campionato inglese si stava rinnovando: la neonata Premier League attirava contratti pubblicitari come nessun altro torneo al mondo, e i club si stavano aprendo alle grandi stelle internazionali e, lentamente, anche agli allenatori stranieri, spezzando l’ormai stantia tradizione del football britannico.

A fine settembre 1996, a 18 mesi dal suo arrivo, Arsène Wenger tenne un breve discorso d’addio nel suo giapponese dal marcato accento alsaziano, davanti alle migliaia di tifosi commossi del Paloma Mizuho Stadium. All’Arsenal avrebbe avuto tutto ciò che cercava: il tempo e la fiducia per costruire un progetto destinato a durare negli anni. Ventidue, per l’esattezza, conditi da tre campionati, sette Community Shield e altrettante FA Cup, una finale di Coppa UEFA e una di Champions League. “Ha cambiato tutto in questo club, e ha mostrato ai giocatori che potevano divertirsi giocando a calcio e allenandosi. Che non era solo un lavoro, ma un modo attraverso cui esprimere loro stessi” dirà Dragan Stojković nel 2010, dopo essere tornato al Nagoya Grampus Eight da allenatore, vincendo il primo scudetto della storia del club nipponico.

Fonti

EINCHCOMB Jamie, How 18 month in Japan set Arsène Wenger up for glory at the top, These Football Times

LEWIS Tim, Arsène Wenger: ‘I try to read everything that helps me understand human beings’, The Guardian

Wenger at Nagoya Grampus Eight: how Arsene rediscovered his greatest love in Japan, FourFourTwo

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