Giappone, 1968: calcio e rivolte

Per alcuni, il pareggio faceva comunque ben sperare: Australia – Giappone 2-2, doppietta del solito Kamamoto, e una buona prova in vista del torneo olimpico che si sarebbe disputato qualche mese dopo in Messico. Il calcio, in Giappone, stava crescendo, specialmente dopo l’exploit delle Olimpiadi casalinghe di quattro anni prima, quando era arrivata la clamorosa vittoria sull’Argentina, ma la verità è che il Paese aveva altri problemi a cui pensare. Il giorno dopo la partita, a Narita, poco a est di Tokyo, si erano verificati durissimi scontri tra studenti e polizia, e non erano i primi.

Erano passati due anni da quando il governo aveva deciso di costruire un nuovo modernissimo aeroporto nella zona di Sanrizuka, abitata da contadini poverissimi che avrebbero probabilmente perso il lavoro e forse pure le case. In poco tempo era sorto un movimento di protesta, che aveva trovato l’appoggio dei partiti di sinistra e, soprattutto, del movimento studentesco. Gli universitari giapponesi erano tra i più attivi e combattivi al mondo: lo Zengakuren, il loro sindacato, esisteva fin dal 1948 e dall’inizio degli anni Sessanta aveva preso a organizzare agguerrite proteste in tutto il Paese, anticipando quello che in Occidente sarebbe stato il Sessantotto. Nel 1965, l’Università di Nihon, tradizionalmente frequentata da studenti delle classi lavoratrici, aveva alzato le tasse d’iscrizione, accendendo la miccia di una protesta che avrebbe attraversato tutto il Giappone per quasi cinque anni.

La questione delle tasse universitarie dilagò, allargandosi a nuovi malcontenti e nuove tematiche sociali che da tempo covavano nel Sol Levante: contro il passato nazionalista del Paese, ancora ben evidente all’interno del partito di governo Jimintō; contro la politica di riarmo, sostenuta dagli Stati Uniti, che mirava a fare del Giappone la potenza egemone in Asia e il principale argine all’ascesa del Comunismo; contro le numerose basi militari americane, come ad esempio quella sull’isola di Okinawa, da cui partivano i bombardieri B52 diretti in Vietnam. Gruppi di giovani assaltavano i porti dove transitavano le navi cariche di munizioni, occupavano piazze ed edifici pubblici per chiedere di non rinnovare gli accordi con gli USA in scadenza nel 1970, e si scontravano coi corpi di polizia, tra i più duri e violenti nel mondo democratico.

In un sistema in cui il calcio non conosceva ancora il professionismo e i club erano emanazione delle indutrie private, quasi tutti i giocatori erano o erano stati studenti universitari, e quindi conoscevano da vicino le proteste. Takaji Mori, difensore e impiegato alla Mitsubishi, si era laureato nel 1966 all’Università Waseda; il suo compagno di reparto, Yoshitada Yamaguchi, lavorava per Hitachi e proveniva dall’Università Chuo; Eizo Yuguchi, sotto contratto con Yanmar, si era laureato all’Università Kansai. Solitamente, però, per arrivare a giocare in Nazionale bisognava avere un curriculum immacolato, per cui i grandi nomi del calcio giapponese dell’epoca provenivano da prestigiosi istituti privati in cui le proteste erano meno radicali che altrove: alla Waseda, per esempio, l’impeto degli studenti si esaurì nel giro di cinque mesi, pur essendosi trattata di una delle prime università a conoscere le proteste studentesche, già nel 1966.

Celebre foto di Hitomi Watanabe, scattata durante alcuni disordini a Tokyo, nel 1968.

Il rapporto del Giappone col calcio è molto complicato: ai tempi dell’Impero, si era deciso che lo sport fosse parte integrante del progetto di modernizzazione del paese, e ci si era voluti dotare di una squadra di football abbastanza competitiva; la Germania Nazista aveva così appoggiato la partecipazione del Giappone alle Olimpiadi di Berlino, dove la selezione aveva ottenuto una sorprendente vittoria sulla Svezia prima di arrendere all’Italia ai quarti di finale. Ma dopo la guerra, il calcio non aveva continuato la sua crescita e restava uno sport sostanzialmente di secondo piano. Almeno fino a quando a Tokyo non furono assegnate le Olimpiadi del 1964.

In quel momento, i conservatori al governo avevano riscoperto il potenziale nazionalistico del calcio, predisponendo un piano per portare i Samurai Blu a un livello competitivo accettabile in vista del torneo. Tramite un accordo con la Germania Ovest, era stato ingaggiato l’allora 35enne Dettmar Cramer come consulente tecnico: il lavoro del tedesco andò dalla revisione delle strutture di allenamento fino alla formazione degli allenatori, ponendo le basi per i possibili sviluppi futuri del calcio nipponico. Era stato lui a consigliare alla Federcalcio, nel 1962, di dare il ruolo di ct a Ken Naganuma, il migliore dei suoi discepoli, che all’epoca lavorava alla Fukurawa Electric. Naganuma aveva quindi guidato il Giappone alla grande vittoria per 3-2 sull’Argentina a Tokyo 1964, anche se poi la squadra non era riuscita ad arrivare una medaglia, travolta per 4-0 dalla Cecoslovacchia.

Il piano previsto per il 1964 era oggettivamente troppo ottimistico, visti il livello di partenza del Giappone e il poco tempo a disposizione, ma fece fare un grosso salto in avanti alla Nazionale, che fino a quel momento non aveva mai preso parte a un Mondiale e neppure alla Coppa d’Asia. Nell’ottobre 1927, i nipponici conclusero il percorso di qualificazione per le Olimpiadi del 1968 a Città del Messico al primo posto del girone, sopravanzando la Corea del Sud per la differenza reti e superando così quella che era a tutti gli effetti la corazzata del calcio asiatico, che aveva disputato i Mondiali del 1954 e vinto due volte il titolo contintentale.

La stella del Giappone, sulla carta, era l’ala sinistra Ryuichi Sugiyama, tra i protagonisti quattro anni prima, ma le qualificazioni avevano imposto all’attenzione generale la punta Kunishige Kamamoto, fresco di laurea in Economia alla Waseda. Era stato una scoperta di Cramer, che lo aveva conosciuto a un incontro in università e, dopo averlo visto giocare, lo aveva subito segnalato a Naganuma; così Kamamoto era arrivato a giocare in Nazionale a soli 20 anni, quando non era ancora laureato, una rarità in Giappone. Sempre Cramer, che nel frattempo era divenuto il vice di Helmut Schön alla guida della Germania Ovest, gli organizzò un soggiorno di studio a Berlino della durata di otto mesi, durante i quali il giapponese poté allenarsi assieme alla selezione Under-23 di Jupp Derwall.

Pelé e Kunishige Kamamoto in Giappone – New York Cosmos, nel 1976.

Inutile dire che Kamamoto, con questa preparazione così insolita per un atleta olimpico (il torneo era riservato solo a calciatori non professionisti, all’epoca), non solo era il giapponese meglio allenato, ma anche uno dei calciatori in assoluto più in forma ed tatticamente prestanti dell’intera competizione. All’esordio regolò la Nigeria con una tripletta, e successivamente il Giappone riuscì a strappare il pareggio sia al Brasile che alla Spagna, accedendo alla fase a eliminazione diretta, dove travolse per 3-1 (doppietta di Kamamoto) la Francia. In semifinale, i Samurai Blu nulla poterono contro l’Ungheria, ma nella finalina una nuova doppietta di Kamamoto permise di vincere i padroni di casa del Messico, regalando al Giappone una storica medaglia di bronzo e alla sua stella il titolo di capocannoniere del torneo.

La storia del calcio giapponese sembrava potesse solo migliorare, e invece le Olimpiadi messicane si dimostrarono essere il suo apice, almeno per diversi decenni. Kamamoto continuò a essere una stella in patria, ma non conobbe altre glorie con la Nazionale, che rimase ai margini del calcio asiatico; la sua generazione svanì senza troppo clamore, così come avvenne per i moti studenteschi: a partire dal 1969, il governo inasprì la repressione delle proteste, e attraverso numerosi arresti smantellò i movimenti giovanili. Nell’autunno del 1971, la resistenza di Sanrizuka venne piegata, consentendo la ripresa dei lavori dell’aeroporto; il 1° ottobre, uno dei leader delle proteste giovanili di Narita, Fumio Sannomiya, si suicidò, lasciando scritto in una nota: “Ho perso la volontà di continuare a combattere”. Quelli che non si rassegnarono confluirono in Nihon Sekigun, l’Armata Rossa Giapponese, uno dei più violenti e radicali gruppi terroristici internazionali di estrema sinistra.

I frutti politici del Sessantotto giapponese non germogliarono mai; ancora oggi nazionalismo e capitalismo sfrenato continuano a essere forze trainanti del Paese (i socialisti hanno governato solamente due volte: dieci mesi alla fine degli anni Quaranta, e un anno e mezzo a metà degli anni Novanta). E se il calcio, alla fine, è riuscito a fiorire, lo deve a casi più che altro fortuiti: non è stato Yasuhiko Okudera, primo giapponese a giocare in Europa e figlio della rivoluzione progettata da Cramer, a rilanciare il movimento, ma bensì un fumetto uscito nei primi anni Ottanta, Capitan Tsubasa, opera di un autore che di calcio sapeva poco o niente ma era rimasto colpito dalle partite dei Mondiali del 1978. Il successo di Capitan Tsubasa spinse molti giovani a giocare e tifare, le grandi aziende decisero di investire seriamente sul calcio e ingaggiarono vecchie stelle brasiliane come Zico, innescando un processo che condurrà il Giappone nella modernità del calcio. Ma questa è un’altra storia.

Fonti

Olimpiadi 1968: Città del Messico, Storie di Calcio

PAGET Christophe, Japon 1968: la révolte étudiante la plus longue et la plus violente du monde, Histoire et Societé

TOMIZAWA Roy, Kunishige Kamamoto: the Greatest Japanese Soccer Player of All Time, The Olympians

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