Czeizler e il calcio totale alla svedese

L’arrivo di quel signore ungherese a Norrköping doveva essere percepito come uno strano evento: quella era una cittadina industriale dell’entroterra svedese, lungo la strada che collega Malmö a Stoccolma, luogo di gente che lavorava sodo in cui calcio non aveva mai raccolto grandi fortune. Non erano state infatti le circostanze sportive a condurre fin lassù Lajos Czeizler, ma quelle politiche: i venti di guerra e della discriminazione razziale lo avevano costretto a lasciare l’Italia già nel 1935, e poco dopo era sbarcato in Svezia. Il paese scandinavo era diventato, nei primi anni di conflitto, terra di rifugio di tanti esuli in fuga dall’avanzata nazista e dalle persecuzioni antisemite, grazie all’equilibrismo del governo di Per Albin Hansson, che aveva consentito di mantenere neutrale il paese.

Lajos Czeizler era nato in un paesino del Nord dell’ormai decaduto Impero austro-ungarico, e si era trasferito giovanissimo a Budapest per lavorare in banca, finendo per fare la riserva nel MTK. Se coi piedi non ci sapeva fare poi così tanto, l’esperienza nella capitale magiara gli servì per apprendere i dettami del passing game scozzese direttamente da Jimmy Hogan, ponendo solide basi per la sua carriera da allenatore. Così, nel 1927 aveva colto la palla al balzo per trasferirsi in Italia, il campionato che offriva le paghe migliori sul continente e che, se da un lato aveva bandito i giocatori stranieri, dall’altro vedeva ancora di buon occhio i tecnici mitteleuropei, portatori delle più moderne idee tattiche. Aveva fatto una lunga gavetta nelle serie minori, guidando Udinese e Faenza, fino a che il suo connazionale Ferenc Molnár non lo aveva chiamato alla Lazio per guidare la formazione giovanile; era seguito un breve ritorno in terza serie col Catania, e infine la prima avvenutura in Serie A alla guida del Casale, nel 1933/1934, conclusasi però con la retrocessione.

In una storia di un altro tipo, questo sarebbe stato un buon punto nel lungo percorso per raggiungere la vetta, e invece per Czeizler arrivò un brusco stop: il progressivo avvicinamento dell’Italia alla Germania aveva convinto l’allenatore ungherese a cambiare aria prima che fosse troppo tardi. Lui, che la guerra l’aveva combattuta da ragazzo, aveva sviluppato un certo fiuto per i guai e per i ripari migliori, e mentre altri nella sua condizione scelsero infine il posto sbagliato (come Árpád Weisz, che optò per l’Olanda, e da lì si ritrovò ad Auschwitz), lui era emigrato nella tranquilla Svezia. Aveva girovagato per un po’ nei club delle serie minori, e nel 1942 era infine arrivato a un passo da un posto in prima divisione al Degerfors, dove era stato raccomandato da István Wampetits, un altro allenatore magiaro esule in Scandinavia. Ma Czeizler non era stato ritenuto adatto – a 48 anni era troppo vecchio, era pelato e un po’ in sovrappeso: non proprio l’immagine dello sportivo – e aveva dovuto ripiegare sul più piccolo IFK Norrköping.

È poco noto che, all’epoca, il calcio svedese fosse già sulla via di una lenta evoluzione dal modello fisico ereditato dal kick-and-rush inglese. Nel 1924, la Nazionale era già stata affidata all’ungherese József Nagy, che l’aveva condotta al bronzo olimpico quello stesso anno, e poi a un quarto posto ai Mondiali del 1938. Da lì, gli allenatori magiari avevano iniziato a diventare abbastanza frequenti, e il gioco svedese aveva preso a farsi più tecnico: Czeizler non fece altro che dare le ultime pennellate al quadro. In particolare, al Norrköping le cose erano iniziate a cambiare nel 1940 con il ritiro del poderoso centravanti Torsten Johansson, che aveva portato il club a ingaggiare diversi insoddisfacenti attaccanti per rimpiazzarlo. Trovatosi con una rosa piena di punte e scoperta in altri ruoli, Czeizler si adeguò iniziando ad allenare i giocatori per adattarsi ad altri ruoli, e così ad esempio Oscar Holmqvist e Gösta Malm – che era una mezzala destra dalla discreta tecnica – si ritrovarono a fare i difensori. Alla prima stagione del magiaro in panchina, il Norrköping conquistò uno storico scudetto; ma quello era destinato a essere solo l’inizio.

Czeizler (terzo da sinistra) insieme ad altri tre maestri magiari del calcio svedese, alla fine degli anni Trenta: István Wampetits, József Nagy e Kálmán Konrád.

Per rinforzare la squadra, Czeizler riteneva di aver bisogno di un centravanti di valore assoluto, e lo aveva individuato nel 23enne Gunnar Nordahl, che stava facendo faville nel Degerfors. Per convincerlo, l’allenatore si avvalse delle abilità persuasive del fratello maggiore dell’attaccante, Knut, valido centrocampista del Norrköping, e di un’ottima offerta di lavoro da parte del club: trasferendosi ai biancoblu, Nordahl avrebbe potuto passare dal duro lavoro in fabbrica a quello più comodo da vigile del fuoco. In quel momento, al Degerfors iniziarono a rimpiangere di non aver scelto Czeizler due anni prima: nel sistema di gioco iper-offensivo predicato dall’ungherese, il più moderno del campionato, Nordahl raggiunse medie realizzative superiori al gol a partita, imponendosi come il giocatore più determinante di Svezia. In quel momento, quei risultati potevano sembrare giusto una piccola rivoluzione locale, e invece avrebbero avuto una lunga influenza sul calcio mondiale, in particolare su quello della Serie A italiana.

Arrivarono altri due scudetti, e nel frattempo la guerra era finita e il calcio riabbracciava i tempi di pace in tutta Europa. Gli antichi legami tra Svezia e Regno Unito avevano convinto club professionistici come il Newcastle e il Charlton Athletic a venire in tournèe in Scandinavia, fornendo ai ragazzi di Czeizler il primo confronto internazionale. E l’impatto con le big del calcio globale fu impressionante: 5-0 ai Magpies e 2-2 con il Charlton. In qualche modo, Lajos Czeizler era stato in grado di costruire dal niente una delle squadre più forti al mondo. Con l’approssimarsi del ritiro del suo regista Karl-Erik Grahn, l’allenatore magiaro convinse a unirsi alla squadra un giovane centrocampista che militava allo Sleipner, in seconda divisione, Nils Liedholm. Questo acquisto era fondamentale per ultimare la rosa in vista del viaggio in Inghilterra fissato per l’autunno del 1946, il primo di un club svedese: erano stati fissati incontri con Sheffield United, Wolverhampton, Charlton Athletic e Newcastle.

Quella tournèe avrebbe segnato un momento storico nella storia del calcio svedese: il Norrköping tornò dalla patria del calcio con tre vittorie e un pareggio, che per la prima volta mettevano i biancoblu sulla mappa delle squadre più forti al mondo, anche se a quell’epoca era difficile che la notizia avesse viaggiato oltre il Nord Europa. Ma a quelle latitudini divenne comune organizzare incontri amichevoli con la compagine allenata da Czeizler: nel 1947, in Svezia giunsero il Chelsea, l’Hibernian (entrambi sonoramente sconfitti), l’Austria Vienna (pareggio per 4-4) e addirittura la Dinamo Mosca, unica squadra ospite ad avere la meglio del Norrköping. Nel 1947 e nel 1948, la squadra biancoblu si confermò campione nazionale, allungando la propria striscia di vittorie dello scudetto a quattro consecutivi ed eguagliando il record stabilito dall’Örgryte IS quasi 50 anni prima. Il laboratorio tattico del Norrköping continuava a crescere, ma la sua esplosione globale sarebbe arrivata solo in estate, a Londra.

Dopo dieci anni, il calcio tornava a godere di un grande scenario internazionale, approfittando del torneo olimpico. Per l’occasione, la Nazionale era stata affidata all’inglese George Raynor, che però si era affidato essenzialmente sull’impianto tattico di Czeizler, da cui aveva ripreso anche cinque undicesimi della rosa titolare (Liedholm, i due Nordhal, il portiere Torsten Lindberg e il centrocampista veterano Birger Rosengren). Il cammino della Svezia fu imperioso, travolgendo l’Austria 3-0, la Corea del Sud 12-0, la Danimarca 4-2 e, in finale, la Jugoslavia 3-1. La conquista dell’oro olimpico, con grande protagonista Gunnar Nordahl, mise per la prima volta la Svezia sulla mappa del calcio mondiale, imponendo all’attenzione di tutti una generazione d’oro che, di lì a poco, avrebbe invaso i maggiori campionati dell’Europa continentale.

Il podio olimpico del torneo di calcio di Londra 1948. Terza classificata, a sorpresa, la Danimarca del futuro juventino John Hansen, che aveva avuto la meglio del Regno Unito.

I successi con il Norrköping e l’exploit olimpico della Svezia furono un punto di svolta, nella carriera di Lajos Czeizler: a 55 anni, era riconosciuto finalmente come uno dei più interessanti allenatori al mondo, e questa fama apriva per lui le porte per un ritorno in Italia, per chiudere quel cerchio spezzato dal Nazifascismo oltre dieci anni prima. La Serie A viveva il dominio del Torino di Ernő Erbstein, che aveva rinverdito il modello del gioco tecnico e offensivo di derivazione magiara: in campo spadroneggiava István Nyers (Inter), e in panchina c’erano figure come György Sárosi (Bari), Pál Szalay (Pro Patria) e Béla Guttmann (Padova), ma anche uno zonista inglese come Jesse Carver. Czeizler ricevette la chiamata del Milan – in lotta per tornare a vincere un titolo che mancava addirittura dal 1907 – e si portò con sé Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, aggiungendoci il 29enne Gunnar Gren: la Svezia si trasferiva a San Siro, e nel 1951 questo tandem magiaro-scandinavo avrebbe condotto i rossoneri allo scudetto e alla prima conquista della Coppa Latina da parte di un club italiano.

Ma il rapporto di Czeizler con il calcio italiano fu sempre complicato, nonostante l’impresa del 1951. Il suo scarso interesse per la difesa generava qualche critica, in un paese che si trovava in una fase di transito tra il WM offensivo e il catenaccio dell’Inter di Alfredo Foni. Nel 1952, il tecnico ungherese venne licenziato alla fine di una stagione conclusa al secondo posto dietro la Juventus, a causa dei troppi pareggi. Si accasò al Padova (dopo un controverso tira e molla con la Sampdoria), ma nel 1953 ebbe l’occasione di coronare il suo sogno di guidare una Nazionale durante un Mondiale, vedendosi affidata la guida dell’Italia. Purtroppo, a quasi 60 anni quello fu anche il culmine della sua storia in panchina ad alti livelli: il disastro del Mondiale svizzero segnò il tramonto della sua stella, quella di un rivoluzionario che aveva trascorso gli anni migliori della carriera ai margini del calcio europeo, mentre tutt’attorno c’era la guerra. Tornò in Serie A; per qualche anno guidò, in qualità di direttore tecnico, Sampdoria e Fiorentina a buoni risultati, prima di andare a chiudere la carriera al Benfica, vincendo i suoi ultimi trofei.

Fonti

BRERA Gianni, Quel genio che vinse troppo poco, La Repubblica

-PARSSON Gunnar, The Rise of IFK Norrköping, The Blizzard

Lajos CZEIZLER, Magliarossonera.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: