Erbstein, il campo di calcio, il campo di concentramento

“La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana.” – Primo Levi

Due colpi, forti. Il primo è quello di robuste nocche che si abbattono sulla porta di casa, ed è accompagnato da una voce che gli intima di uscire immediatamente. È una retata, e non c’è più niente che Erno possa fare: Budapest è tedesca, ora, e a lui spettano giorni difficili in qualche campo di lavoro. Il secondo colpo è forse l’insieme di più colpi: quello di un possente motore a scoppio, quello di due oggetti solidi che si scontrano, quello di lamiere che si sfracellano.

La vita di Erno Egri Erbstein non sembrava proprio destinata al mondo del calcio. Era un agente di borsa, non se la passava affatto male; il pallone era solo un passatempo, con cui riempiva qualche pomeriggio d’allenamento e la giornata domenicale con le partite. Aveva viaggiato più per il lavoro che per la passione, visitando la Dalmazia e il Veneto, e infine gli Stati Uniti. Forse, se non fosse stato per quell’ultimo viaggio d’affari a New York, a metà degli anni Venti, nessuno oggi si ricorderebbe più di lui. Erbstein lavorava e giocava a tempo perso nei Brooklyn Wanderers, mentre nei rivali dei Giants militava un suo connazionale, Béla Guttmann, un modesto difensore che però aveva le idee molto chiare su come dovesse funzionare il calcio del futuro. La sera, capitava di trovarsi al pub a parlare di pallone. Béla fece venire voglia a Erno di smetterla col gioco e pensare ad allenare; aveva ancora amici in Italia, dove gli ungheresi erano sempre stati di casa, qualcuno avrebbe potuto trovargli un piccolo ingaggio.

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La squadra dei sogni che ha messo Erno Erbstein nella grande storia del calcio: Il Torino degli anni Quaranta. Erbstein è l’uomo in piedi a destra.

Nel frattempo, nel 1944 è in un campo di concentramento nazista. Riesce solo a pensare che la sua famiglia è al sicuro: sua moglie Jolàn e le figlie Marta e Susanna sono riuscite a rifugiarsi per tempo in un convento calvinista, dove un tale, Padre Pàl Klinda, assume e protegge donne ebree per cucire abiti e svolgere altri lavori domestici. Non potevano stare assieme, per la sicurezza di tutti: già qualche anno prima, mentre lasciava Torino per l’Olanda, erano stati fermati dalla polizia tedesca e imprigionati per qualche giorno, e solo l’intervento del suo vecchio presidente, Ferruccio Novo, gli aveva permesso di andarsene e fare ritorno in Ungheria. Da lì, mentre gestiva col fratello un’attività tessile, restò in contatto con Novo: era convinto, contro ogni pessimismo, che sarebbe tornato in Italia, e avrebbe costruito una grande squadra.

L’Italia l’aveva riscoperta, in panchina, ad Andria. Tra Fidelis, Nocerina, Cagliari e Bari, si fece un nome nel calcio di secondo piano, perché erano gli anni Trenta, e avere un ebreo come allenatore non faceva comodo a nessuno. A Giuseppe Della Santina, patron della Lucchese, questo importava poco, e anche se la sua squadra stava nella terza serie, aveva ambizioni di tornare presto nel calcio che conta: in Toscana, Erbstein trovò la dimensione che stava cercando, con un presidente che gli lasciava molte libertà manageriali, quasi quanto quelle di Herbert Chapman all’Arsenal, e che era aperto a uno nuovo stile di gioco, più propositivo e mitteleuropeo, seguendo l’esempio dell’Austria di Hugo Meisl.

A Lucca, Erbstein creò un piccolo miracolo, una squadra di emarginati del calcio – tutti giocatori che per motivi razziali o politici erano avversi al regime fascista – in cerca di rivalsa: Bruno Scher, istriano e comunista che rifiutò sempre di cambiare il nome nel più italico “Scheri”, era un centromediano che Erbstein aveva già avuto a Bari, e fu il protagonista indiscusso dell’avventura toscana. Nella cavalcata che, nel giro di pochi anni, portò la Lucchese dalla terza serie allo storico settimo posto in Serie A, in squadra arrivarono calciatori come la punta Vinicio Viani, una promessa mai mantenuta della Fiorentina; il mediano Gino Callegari, detto “l’anarchico” e inviso allo stesso Mussolini; Bruno Neri, centrocampista e antifascista, noto perché in campo non faceva mai il saluto romano come i suoi compagni; Libero Marchini, mezzala, anche lui anarchico e refrattario al saluto al Duce; Aldo Olivieri, talentuosissimo portiere del Padova a cui un grave infortunio alla testa aveva quasi fatto concludere anzitempo la carriera, e ovviamente anche lui antifascista.

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Erbstein tra i giocatori della Lucchese. La stagione successiva al suo addio, la squadra toscana retrocedette in Serie B; tornò in A nel 1947, disputandovi cinque stagioni, in cui arrivò al massimo all’ottavo posto.

L’avanzata dell’Armata Rossa getta nello scompiglio l’Europa dell’Est nazista; Erno Erbstein organizza la fuga dal campo in quei giorni, assieme a un gruppo di cinque prigionieri; tra loro, c’è un suo vecchio amico, Béla Guttmann: era rientrato in Europa passando dall’Austria, un dieci anni prima, e aveva iniziato la carriera di allenatore; dopo l’Anschluss, era tornato a Budapest per allenare l’Ujpest, poi anche a casa erano iniziate le persecuzioni contro gli ebrei. Ma riescono a fuggire; Erbstein ripara nuovamente a Budapest e trova aiuto da una persona verso cui era stato indirizzato, Raoul Wallenberg, un diplomatico svedese che forniva documenti e case sicure agli ebrei. Poco dopo, lo raggiungono anche sua moglie e le figlia, e restano lì fino alla fine della guerra, quando finalmente riescono a rientrare in Italia, sempre su interessamento di Ferruccio Novo.

Novo, imprenditore nel settore del cuoio, era divenuto presidente del Torino alla fine degli anni Trenta, e aveva deciso di ristrutturare la società sul modello dei club inglesi; nel 1938 aveva convinto Erbstein a trasferirsi in Piemonte, portandosi appresso Aldo Olivieri, che in estate aveva difeso la porta della Nazionale nei vittoriosi Mondiali di Francia. In una grande città come Torino, dalla mentalità più aperta, e con il buono stipendio che gli pagava Novo, Erbstein poté iscrivere le figlie a una scuola privata, ora che quelle pubbliche non le accettavano più. Assieme, fecero in tempo solo a impostare la nuova struttura societaria e a definire una metodologia di gioco, perché quello stesso anno il governo promulgò le leggi razziali, ed Erbstein pensò fosse meglio lasciare l’Italia.

Ma dal suo sfortunato esilio ungherese, l’allenatore e il presidente continuarono a lavorare al Torino del domani: sfruttando come scusa i legami commerciali tra l’attività di Erbstein e l’azienda di Novo, si scambiavano pareri e consigli di gestione, arrivando all’acquisto dei due assi del Venezia Ezio Loik e Valentino Mazzola, che nel 1943 portarono il club granata a vincere il suo secondo titolo nazionale, per la prima volta accoppiato a una Coppa Italia. Lo avrebbero chiamato Grande Torino, ma solo dopo la guerra: quattro campionati consecutivi vinti tra il 1946 e il 1949; una struttura societaria all’avanguardia che curava minuziosamente il vivavio, la rete degli osservatori e i consulenti tecnici; una generazione di calciatori sensazionali che formavano dieci undicesimi della nazionale italiana, che ambiva a conquistare il suo terzo titolo mondiale – vincendo definitivamente, così, la Coppa Rimet – nel torneo brasiliano da disputarsi nel 1950.

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Erbstein, al centro, accanto alla moglie Jolàn e la figlia Susanna (alla sua sinistra), e al calciatore rumeno del Torino Josef Fabian e sua moglie, poco dopo la nascita del loro primo figlio, nel 1948.

Ma quel filo della Storia che Erbstein sembrava aver riannodato dopo essere sopravvissuto al razzismo e alla deportazione, si spezza definitivamente. Il 4 maggio 1949, di ritorno da un’amichevole a Lisbona, contro il muro della basilica sulla collina di Superga. Tutte e trentuno le persone a bordo dell’aereo – ventisette passeggeri e quattro membri dell’equipaggio – muoiono nell’incidente. Una squadra di ragazzini disputa le ultime quattro partite di campionato. Il secondo colpo, quello a cui non c’è appello.

Qualche mese dopo, Béla Guttmann divenne l’allenatore del Padova; un paio di stagioni, e poi prese a girare il mondo: Argentina, Cipro, Brasile, Portogallo, Uruguay, Svizzera, Grecia, Austria. Tra le altre cose, fu l’artefice del grande Benfica dei primi anni Sessanta.
Bruno Neri, leader carismatico della più grande Lucchese della storia, entrò nei gruppi partigiani come vicecomandante di un battaglione lungo la Linea Gotica, col nome di battaglia di Berni. Morì in combattimento il 10 luglio 1944.
Dopo la liberazione di Budapest da parte dell’Unione Sovietica, Raoul Wallenberg fu scambiato per nazista e fatto prigioniero, morendo a Mosca nel 1947. La verità sulla sua morte è stata divulgata solo nel 1989.
Dopo la Tragedia di Superga, Ferruccio Novo fece di tutto per ricostruire un nuovo Grande Torino, ma senza mai riuscirci. Morì nel 1974; due anni dopo il Torino tornò a vincere lo scudetto, il settimo e ultimo della sua storia.
Susanna Egri, figlia di Erno Erbstein, è stata un’importante ballerina e coreografa. Aveva 23 anni quando suo padre morì; oggi ne ha 93.

 

Fonti

BLISS Dominic, The story of Erno Erbstein, who survived Hungary’s Holocaust to coach Torino, The Guardian

CERUTTI Giovanni A., Ernest Erbstein, l’uomo che fece grande il Torino, A – Rivista Anarchica

MASTERS James, Erno Egri Erbstein: Tragic tale of Jewish soccer hero who defied Nazis, CNN

MOLINELLI Edoardo, Antifascisti in rossonero: la Lucchese del 1936/37, Minuto Settantotto

ODDENINO Gianluca, Un film per ricordare Erbstein, il genio creatore del Grande Torino, La Stampa

TESTA Gianluca, Erbstein, allenatore errante di una Lucchese controcorrente, InToscana.it

VANNUCCI Davide, Il Mourinho del Grande Torino, Il Sole 24 Ore

 

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