Perón, il calcio come politica

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Al momento dell’inaugurazione, il 3 settembre 1950, il nuovo stadio di Avellaneda era uno dei più grandi e moderni d’Argentina, con una capienza di ben 60.000 spettatori. Quando erano iniziati i lavori, quattro anni prima, la squadra di cui sarebbe presto divenuto la casa, il Racing Club, era in lotta per tornare al vertice del calcio nazionale, in quel momento occupato dalla Maquina del River Plate. Per via della sua forma, a base rotonda ma dalle pareti molto alte, la gente del posto prese subito a chiamarlo El Cilindro; ma il suo vero nome era Estadio Juan Domingo Perón, il nome del presidente in carica dell’Argentina, l’uomo grazie a cui quell’edificio era stato costruito.

Perón era una figura molto strana, nella politica degli anni Quaranta, in Sudamerica come nel resto del mondo occidentale. Di formazione militare, nel 1943 era un giovane colonnello quando collaborò all’organizzazione di un colpo di stato contro il corrotto governo di Ramón Castillo, dopo il quale si insediò una giunta militare di cui lui fu prima Sottosegretario alla Guerra e poi Ministro del Lavoro. In questa veste, si orientò verso una politica di riforme che andavano incontro alle richieste dei sindacati, allontanandosi molto dall’ideologia conservatrice della giunta, che infine lo destituì e arrestò. Una mossa che si rivelò molto incauta, dato che Perón – anche grazie alla giovane moglie Eva Duarte, detta Evita, un’attrice in erba che proveniva da una delle zone più povere del Paese, ma che al suo fianco era divenuta celebre e amatissima – godeva di una fortissima popolarità tra i lavoratori e le fasce più povere della popolazione. Al suo arresto, i sindacati annunciarono lo sciopero generale, che sfociò in una partecipatissima protesta nella Plaza de Mayo di Buenos Aires, in una giornata talmente calda che i manifestanti dovettero spogliarsi delle loro camicie. La giunta crollò, Perón venne liberato, e da quel momento i suoi sostenitori divennero noti come descamisados.

Che tipo di politico fosse, è ancora oggi molto complicato da spiegare. Perón era un conservatore, un nazionalista e un anticomunista, che durante alcune operazioni militari in Italia negli anni Trenta era rimasto affascinato dal corporativismo fascista. Ma era anche un terzomondista, che riteneva che l’Argentina dovesse badare a sé stessa e starsene fuori dalla disputa tra statunitensi e sovietici. Ed era fortemente convinto che per promuovere un Paese moderno e stabile fosse necessario riconoscere maggiori diritti ai lavoratori. Divenne rapidamente il prototipo del populista, e pertanto capì che non c’era nulla che fosse capace di dare forma concreta alla sua ideologia – e all’Argentina del futuro – dello sport. Il calcio in particolare, anche se lui era stato in verità uno schermidore negli anni giovanili: durante la campagna per le presidenziali del 1946, che avrebbe stravinto, arrivò a definirsi el primer hincha, il “primo tifoso”.

Una delle sue prime mosse politiche, quindi, fu la legge 12.932 del 1947, che prevedeva lo stanziamento di 20 milioni di dollari di fondi pubblici ai club sportivi per l’acquisto e l’edificazione di nuovi impianti. Proprio come quello del Racing Club, che poté accedere facilmente ai fondi grazie all’interesse diretto di Ramón Antonio Cereijo, Ministro delle Finanze e notoriamente tifoso della squadra di Avellaneda. Il Racing di lì a poco sarebbe diventato la nuova squadra dominante del calcio argentino, conquistando lo scudetto nel 1949, 1950 e 1951 sotto la guida del leggendario Guillermo Stábile e con in campo Norberto Tucho Méndez, Rubén Bravo e Llamil Simes. Ma tutte le società di calcio argentine divennero più o meno parte della grande macchina propagandistica di Perón, creando un robusto filo che legava il presidente allo sport più amato del Paese. Basti pensare che il presidente della Federcalcio, Oscar Nicolini, era anche Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni.

Lo stadio Perón di Avellaneda, un impianto da 61.000 posti, come appariva negli anni Cinquanta. Dopo la sua costruzione, il Racing Club dichiaro Juan Domingo ed Eva Perón soci onorari, sebbene nessuno dei due ne fosse tifoso.

Il calcio raccontava la politica di Perón meglio di qualsiasi altra cosa: nel 1948, il film Pelota de trapo seppe cogliere al meglio questo parallelismo, mettedo in scena la toccante storia di un calciatore argentino di umili origini a cui i medici consigliano il ritiro a causa di problemi cardiaci, facendogli saltare una importante sfida contro il Brasile; il protagonista, a questo punto, risponde, ai dottori e al pubblico, che “Ci sono molti modi di morire per la patria, e questo è uno di essi”. Calcio, nazionalismo e intrattenimento per le masse, legati in un unica storia di riscatto sociale dalla povertà: il peronismo all’ennesima potenza.

Nel 1948, su impulso di Evita Perón, erano stati lanciati i Campeonatos Evita, dei tornei di calcio che convogliavano a Buenos Aires migliaia di bambini di varie fasce d’età da tutto il Paese. La politica sportiva del governo e la vocazione della first lady per il sostegno alle classi più svantaggiate trovavano in questa competizione un naturale punto di contatto con le necessità elettorali: i Campeonatos Evita non erano solo un modo per sostenere lo sport tra i giovani, e quindi rafforzare l’immagine internazionale dell’Argentina; ma anche un utile strumento di propaganda rivolto sopratutto ai figli delle classi lavoratrici, che doveva servire a plasmare l’elettorato peronista del futuro. Il fútbol era inteso come una macchina di consenso politico non solo verso gli adulti, ma anche verso i giovanissimi.

Ecco perché lo sciopero dei calciatori del 1948 ebbe un’eco politica così forte: era stato proprio Perón, quando ancora era ministro, a supportare la sindacalizzazione dei calciatori argentini, e adesso la situazione si rivoltava contro di lui. Inizialmente, i giornali peronisti avevano supportato la protesta, ma l’eventualità di cancellare per la prima volta nella storia un intero campionato era un problema politico che il presidente non intendeva lasciar verificare, e perciò si impegnò perché la situazione si risolvesse rapidamente. Il mancato soddisfacimento delle richieste dei giocatori, che improvvisamente si erano visti accusati dalla stampa un tempo favorevole di essere dei viziati e degli ingrati, fece sì che i più grandi campioni del Paese lasciassero l’Argentina per andare a giocare all’estero, abbandonando di fatto anche la Nazionale.

Senza più Julio Cozzi, Néstor Rossi, Mario Boyé, René Pontoni, José Manuel Moreno e Alfedo Di Stéfano, l’Albiceleste si ritrovò senza l’ossatura della squadra che aveva vinto il Campeonato Sudamericano del 1947, e Perón diede ordine alla Federcalcio di non iscrivere la Nazionale a nessun torneo per evitare di fare brutte figure. L’Argentina doveva prendere parte alle coppe internazionali solo se poteva vincere, e dare così lustro alla nazione e al governo. L’AFA si limitò allora a organizzare amichevoli occasionali, preparandole nei minimi dettagli, così da poter tenere viva la passione dei tifosi-elettori: il 14 maggio 1953, l’Albiceleste sconfisse l’Inghilterra a Buenos Aires con un netto 3-1, con doppietta del centrocampista dell’Independiente Ernesto Grillo. La stampa peronista esaltò quella vittoria scrivendo: “Abbiamo appena nazionalizzato le ferrovie, ora nazionalizziamo anche il calcio!” Il 14 maggio venne così scelto come il Giorno del Calciatore, una nuova festa nazionale.

Evita Perón, affiancata dal marito (a destra) dà il calcio d’inizio a una partita di calcio. Non è noto se fosse tifosa, ma si sa che nel 1951, in occasione della sfida scudetto tra Banfield e Racing Club, parteggiò per il primo poiché era il più debole. In caso di vittoria, promise ai giocatori una Mercedes a testa, ma alla fine vinse il Racing.

Anche perché, nel frattempo, era da circa due anni che, sempre su iniziativa del Presidente, in Argentina venivano trasmesse le partite di calcio in tv. Il primo evento televisivo trasmesso dal vivo in assoluto erano state, nell’ottobre 1951, le celebrazioni del Giorno della Lealtà, che ricordava la protesta dei descamisados nella Plaza de Mayo dopo l’arresto di Perón. Circa un mese dopo, l’11 novembre, il Presidente rivinceva le elezioni con il 63% dei consensi e, come ringraziamento per i suoi tifosi-elettori, solo una settimana dopo veniva trasmessa in tv la sfida tra il San Lorenzo de Almagro e il River Plate, valida per la 33a giornata di campionato.

Tuttavia, in certi settori sociali conservatori il malcontento verso il governo cresceva: Perón si era inimicato la Chiesa attraverso provvedimenti per facilitare il divorzio, promuovendo politiche sempre più laiche al punto da tentare di legalizzare la prostituzione, e tutto questo portò alla sua scomunica da parte di papa Pio XII. La sua opposizione agli Stati Uniti aveva precluso all’Argentina l’inclusione nel Piano Marshall, e per questo si era tentato un timido avvicinamento all’Unione Sovietica, che però piacque poco alla destra peronista e rese complicati i rapporti economici con i Paesi dell’Europa occidentale, causando una crisi economica. Nel frattempo, nel 1952 era morta Evita, e ciò aveva causato un ulteriore calo di popolarità del Presidente. Nel 1955 si verificarono due golpe militari, e alla fine Perón si dimise e andò in esilio, mentre una nuova giunta dittatoriale prendeva il potere, spingendo il Paese decisamente a destra. Nel frattempo, alla Nazionale di calcio era stato nuovamente consentito di tornare alle competizioni, ottenendo la vittoria del Campeonato Sudamericano disputatosi a febbraio: fu l’ultimo successo del calcio peronista.

Quando, nel 1973, fece ritorno in Argentina per concorrere alle nuove elezioni democratiche, Perón aveva ormai imboccato un’altra direzione politica, avvicinandosi alle destra nazionalista. La sua seconda esperienza di governo fu marcata dai continui scontri violenti tra l’ala sinistra e l’ala destra del partito, mentre il Presidente era sempre più una figura di facciata utile ad accattivarsi il popolo: alle sue spalle si muoveva invece un complesso sistema in cui convergevano militari, conservatori cripto-fascisti e massoni. Al nuovo Perón, del calcio, importava poco, ed era ormai dal 1959 che l’Argentina non vinceva il Campeonato Sudamericano, che nel frattempo aveva cambiato nome in Copa América. L’Albiceleste, nel 1970, aveva addirittura fallito la qualificazione ai Mondiali, sconfitta da Bolivia e Perù.

Così, per il torneo del 1974 in Germania Ovest l’Argentina si presentò con una squadra che annoverava giocatori come Ramón Heredia, Héctor Yazalde e le promesse Mario Kempes e René Houseman, ma già al girone del secondo turno si ritrovò sconfitta da Olanda e Brasile ed eliminata. Due giorni prima dell’ultima inutile partita contro la Germania Est, gli argentini furono raggiunti dalla notizia che Juan Domingo Perón era morto d’infarto nella sua villa fuori Buenos Aires. Alcuni giocatori – tra cui Houseman, che era cresciuto in una famiglia proletaria nei sobborghi della capitale – inizialmente chiesero di non giocare la partita. Alla fine, scesero comunque in campo, indossando una fascia nera al braccio in segno di lutto. In realtà, il peggio per l’Argentina doveva ancora iniziare.

Miguel Ángel Brindisi, geniale centrocampista dell’Huracán, al tiro nel match contro la Germania Est: si può notare la fascia nera a lutto sul braccio sinistro per la morte di Perón. La partita terminò 1-1, con Houseman che aveva pareggiato il gol di Streich.

Fonti

BRINKERHOFF Tom, Creating Future Peronists through Sports:
The Campeonatos Evita and the Political Socialization of Children in
Twentieth-Century Argentina, 1948-1955

COLOMBO Agustín, El recuerdo de Evita: aquel intento para que ganara Banfield, 442

MERESMAN Sebastián, Fútbol y peronismo, dos pasiones argentinas, analizadas en nuevo libro, La Vanguardia

RODRÍGUEZ REY Santiago, El fútbol como politica de Estado: Argentina 1946-1955, Beer & Politics

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