Di solito non è mai un buon segno, quando individui in divisa entrano sul campo di gioco durante una partita. Ma appare chiaro subito a tutti che quelli che hanno interrotto la finale del Mondiale non sono veri poliziotti: sono tre donne e un uomo, giovani, che hanno invaso il campo durante quello che è l’evento sportivo dell’anno per tutto il mondo. Lo hanno fatto perché sapevano di avere addosso gli occhi di tutti, il che significava la massima visibilità possibile per il loro messaggio e la ragionevole certezza che non avrebbero subito quello di solito capita ai dissidenti politici in Russia. È il 15 luglio 2018, siamo nel corso del secondo tempo di Francia-Croazia, e sulla pagina Facebook di un gruppo di musica punk viene pubblicato un post che dice: “Proprio adesso, quattro membri delle Pussy Riot sono sul campo!”.

Le Pussy Riot si sono formate come collettivo femminista e di estrema sinistra nel 2011, ma più che per la loro musica hanno fatto notizia per le loro performance, vere e proprie provocazioni contro il regime di Vladimir Putin. Il 21 febbraio 2012, alcune di loro si erano introdotte nella cattedrale di Cristo Salvatore, la principale chiesa ortodossa in Russia, inscenando un concerto punk surrale, in cui, sulle note di un’aria di Rachmaninov, pregavano la Vergine Maria di cacciare Putin e insultavano il patriarca Kirill. Pochi giorni dopo, la polizia aveva arrestato tre giovani donne con l’accusa di essere le autrici del gesto sacrilego: Nadya Tolokonnikova, 22 anni; Maria Alyokhina, 23 anni; e Yekaterina Samutsevich, 29 anni. Erano nomi noti alle autorità, in particolare Tolokonnikova, la più giovane: studentessa di filosofia, aveva partecipato a proteste antigovernative fin da 2008, e molti la consideravano la leader del gruppo.

La protesta del 2012 aveva dato alle Pussy Riot un’enorme visibilità non solo tra gli attivisti russi per i diritti umani, ma anche a livello internazionale, trasformando di fatto il processo in un caso mediatico. La Procura chiedeva tre anni di prigione per l’accusa di aver commesso un deliberato atto di offesa alla religione cristiana ortodossa, ipotesi respinta dalla difesa ma anche da tutta l’opposizione politica, in particolare il Fronte della Sinistra di Sergei Udaltsov e L’Altra Russia dell’ex campione di scacchi Garry Kasparov. Era stato anche un processo che aveva causato non poco imbarazzo a Vladimir Putin, che dal 2000 governava la Russia in maniera autoritaria. Da un lato, Putin aveva interesse nel perdonare le tre attiviste e chiudere in fretta il caso, visto l’approssimarsi di due grandi eventi internazionali ospitati in Russia: i Giochi Olimpici invernali del 2014 a Sochi e il Mondiale di calcio del 2018. Ma, dall’altro, Putin era anche pressato dal patriarca Kirill, suo fondamentale alleato e portavoce degli interessi della destra ortodossa, che voleva una punizione esemplare per le Pussy Riot.

Nell’ottobre del 2012, Samutsevich era stata liberata su cauzione, essendo stato appurato che non aveva partecipato alla performance nella cattedrale. Tolokonnikova e Alyokhina erano invece state condannate a due anni di reclusione in due diversi campi di lavoro. Durante la detenzione, Tolokonnikova aveva iniziato uno sciopero della fame per denunciare le condizioni disumane della prigionia e le minacce che riceveva dalle guardie carcerarie. Alla fine del dicembre 2013, infine, la Duma aveva inserito i loro nomi in una lista di 25.000 prigionieri graziati per celebrare i 30 anni della Costituzione russa. Nel frattempo, le Pussy Riot erano diventate un fenomeno internazionale, trasformandosi in un collettivo politico con diversi membri anonimi, capace di organizzare numerose performance di protesta. Nel 2014, durante i Giochi di Sochi, avevano occupato una strada per cantare contro il governo, venendo attaccate dalla polizia: Tolokonnikova e Alyokhina, già arrestate preventivamente qualche giorno prima e poi rilasciate, erano rimaste ferite nella repressione della protesta.

Processo alle Pussy Riot, 2012
Il processo del 2012 alle Pussy Riot: da sinistra, Nadya Tolokonnikova, Maria Alyokhina e Yekaterina Samutsevich.

In realtà, chi o cosa fossero le Pussy Riot era sempre stato difficile da capire. Varie ricostruzioni sostenevano che, in origine, il gruppo era composto da 15 donne, ma sembra che fin da subito ne facesse parte anche Pyotr Verzilov, un cittadino russo-canadese che aveva conosciuto Tolokonnikova all’università: i due avevano presto avuto una figlia e si erano sposati. Alla fine del 2012, però, il ruolo di Verzilov nel gruppo era stato messo in discussione, dopo che l’uomo aveva cercato di imporsi all’attenzione dei media come portavoce ufficiale delle Pussy Riot, che di conseguenza lo avevano sconfessato. Dopo il loro rilascio, anche Tolokonnikova e Alyokhina si erano ritrovate ai margini del collettivo, che era cresciuto senza di loro. Nel 2014, le Pussy Riot avevano comunicato che le due donne simbolo della protesta della cattedrale di Cristo Salvatore non erano più parte della band, e le stesse Tolokonnikova e Alyokhina avevano preso le distanze dal progetto, dicendo di essere solamente “due individui che avevano trascorso due anni in prigione per aver partecipato a una protesta delle Pussy Riot”.

Da allora, il percorso delle Pussy Riot è sembrato svilupparsi indipendentemente dalle sue due figure simbolo. Il gruppo ha pubblicato il suo primo album, Won’t Get Fooled Again / Riot Across the World! nel settembre 2014, e un secondo disco, In Riot We Trust, nel 2017. Tolokonnikova e Alyokhina sono invece apparse in un episodio del 2015 della popolare serie Netflix House of Cards, e Tolokonnikova in particolare ha avuto una proficua carriera come attivista, venendo spesso intervistata da media internazionali e tenendo varie conferenze sui diritti umani. Si potrebbe dire che sono diventate attiviste più “istituzionali”, mentre il gruppo che avevano creato proseguiva la propria strada di battaglia: nel febbraio 2018, tre membri delle Pussy Riot erano stati arrestati dalla polizia russa in Crimea, dopo aver partecipato a una protesta fuori da una prigione siberiana, in cui era detenuto il regista dissidente ucraino Oleh Sentsov. Le tre persone erano Olga Borisova, una delle nuove leader del gruppo, Aleksandr Sofeyev e Maria Alyokhina, evidentemente ancora in contatto con le Pussy Riot.

Lo stesso Pyotr Verzilov era in realtà ancora parte del gruppo. Sembra essere partita da lui l’idea di inscenare una protesta durante il Mondiale: mesi prima della finale, i membri delle Pussy Riot hanno iniziato ad acquistare online biglietti delle partite, così da pianificare l’invasione di campo per la finale. Procurarsi quattro divise da poliziotti non è stato complicato, perché in Russia le si trova sul mercato nero, pagando appena 5.000 rubli (circa 79 dollari americani). Verzilov ha poi partecipato alla protesta, assieme a tre donne di nome Veronika Nikulshina, Olga Kurachyova e Olga Pakhtusova. Sono arrivati allo stadio separatamente e in abiti civili, nascondendo le divise da poliziotti negli zaini, senza che la sicurezza dello stadio Luzhniki li perquisisse. Una volta dentro, sono andati a cambiarsi nei bagni e si sono poi mescolati ai veri poliziotti presenti. Come raccontato in seguito alla BBC, Verzilov si è limitato ad andare verso l’ingresso del campo fingendo di urlare al telefono con un collega, e gli è bastato fare cenno allo steward di aprirgli il cancello: “Conosco la psicologia russa: l’uniforme della polizia è sacra. Nessuno ti chiederà un permesso o un accredito”.

Sui social media, le Pussy Riot hanno pubblicato un comunicato che spiega che l’invasione di campo è stata anche un ricordo dell’artista e dissidente sovietico Dmitri Prigov: il giorno successivo alla finale del Mondiale cadeva l’anniversario della sua morte, avvenuta nel 2007. La scelta dei costumi da poliziotti non è stata solo strategica, per superare agilmente i controlli, ma anche concettuale, dato che proprio Prigov aveva dedicato una celebre poesia al poliziotto, descritto non come strumento di repressione ma di giustizia. L’invasione di campo delle Pussy Riot è quindi una performance artistica, oltre che una rivendicazione politica. Questo secondo aspetto è, però, quello che comprensibilmente ottiene maggiore visibilità sui media internazionali: nel proprio comunicato, il gruppo chiede la liberazione dei prigionieri politici, la fine della repressione e delle detenzioni illegali dei dissidenti, e le libere elezioni nel paese.

Pussy Riot finale Mondiale 2018
Veronika Nikulshina, 21 anni, studentessa di economia, viene portata via dal campo, durante la finale del Mondiale del 2018.

Nikulshina, Kurachyova, Pakhtusova e Verzilov vengono arrestati e rapidamente condannati a 15 giorni di prigione, con il divieto di assistere a manifestazioni sportive in Russia per tre anni. Le immagini dell’invasione di campo fanno il giro del mondo, sebbene le televisioni abbiano cercato di non riprenderle. Veronika Nikulshina che batte il cinque alla stella della Francia Kylian Mbappé diventa immediatamente celebre; un po’ meno il placcaggio di Verzilov da parte di Dejan Lovren. Il difensore croato spiegherà in seguito di aver agito d’impulso, e non lo si può rimproverare più di tanto: la Croazia stava perdendo 2-1, e l’azione delle Pussy Riot aveva interrotto una sua azione di contropiede. Ad ogni modo, la partita si concluderà poi con una netta vittoria francese per 4-2.

Due mesi dopo il Mondiale, Verzilov verrà ricoverato in un ospedale di Mosca per un sospetto avvelenamento, e in seguito Nikulshina lo accompagnerà a Berlino per ricevere cure in tutta sicurezza, a causa del possibile coinvolgimento delle autorità russe. Verzilov si riprenderà e tornerà in Russia, lasciando però il paese nel 2020. Nel dicembre del 2022 verrà arrestato a Doha, in Qatar, di nuovo assieme a Nikulshina e a un altro esponente delle Pussy Riot, nel tentativo di organizzare una nuova protesta durante la finale del Mondiale. Veronika Nikulshina sarà arrestata due volte nel 2019, una nel 2020 e ancora nel 2021 (questa volta assieme ad Aleksandr Sofeyev) a causa di proteste contro il regime. Nel luglio 2021 lascerà infine la Russia, trasferendosi a Tbilisi, in Georgia.

Anche Maria Alyokhina sarà più volte arrestata per la sua militanza politica: nel 2021, per esempio, per aver partecipato a una protesta in favore del dissidente Alexei Navalny assieme alla sua compagna, Lucy Shtein, e ad Anna Kuzminykh, entrambe componenti delle Pussy Riot. Dopo ulteriori persecuzioni da parte della polizia, nell’aprile 2022 scapperà dalla Russia, rifugiandosi in Islanda assieme a Shtein. Nadya Tolokonnikova sarà dichiarata dalla Russia un “agente straniero” nel 2021 e inserita in una lista di ricercati internazionali nel 2023. A quel tempo, avrà già lasciato il suo paese d’origine per vivere negli Stati Uniti, dove nel 2024, in seguito al divorzio da Verzilov, sposerà un uomo di nome John Caldwell. All’inizio di maggio 2026 parteciperà a una nuova protesta delle Pussy Riot alla Biennale di Venezia, contro la presenza del Padiglione della Russia.

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Fonti

GERASIMENKO Olesya, Russia World Cup: How Pussy Riot managed to burst into final, BBC News

-IAKIMOVA Olga, The case of Pussy Riot’s protest at the World Cup 2018 in Russia, in ARNOLD Richard, ‘Russia and the 2018 FIFA World Cup’, Routledge, 2021

NECHEPURENKO Ivan, GOMEZ Melissa, Pussy Riot Members Detained After Running Onto the Field in World Cup Final, Police Say, The New York Times

WALKER Shaun, Pussy Riot claim responsibility for World Cup final pitch invasion, The Guardian

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