Argentina, 1948: il calcio in sciopero

Era il 10 novembre 1948, quando un gruppo di calciatori che si firmavano Futbolistas Argentinos Agremiados rilasciò un comunicato a dir poco sconvolgente: non sarebbero scesi in campo, la domenica seguente, interrompendo così il campionato prima della fine. Da anni vedevano i loro club diventare sempre più ricchi con l’aumento degli introiti dei biglietti, mentre i loro stipendi restavano gli stessi, e alla scadenza del contratto non avevano la libertà di scegliere dove trasferirsi. Si erano già lamentati con l’AFA, la Federcalcio argentina, ma erano stati ignorati. Così, avevano deciso di scioperare.

I volti della protesta erano Fernando Tarzan Bello, celebre ex-portiere dell’Indipendiente degli anni Trenta e ora presidente del sindacato, e il suo braccio destro Adolfo Pedernera, fuoriclasse del Huracán e leggenda del calcio argentino grazie ai suoi anni trascorsi nel River Plate. Erano stati loro, nel 1944, a dare vita al FAA con il proposito di lottare per i diritti dei lavoratori del calcio: erano tempi complicati, l’Argentina arrivava da un decennio di turbolenze politiche ma anche da un rapido sviluppo industriale, che aveva comportato grosse migrazioni dalle campagne alle città e la crescita dei movimenti dei lavoratori. Il colonnello Juan Domingo Perón aveva conquistato grande popolarità come Ministro del Lavoro, sostenendo varie riforme che avevano trovato largo consenso tra i sindacati, e gli avevano spianato la strada per la netta vittoria nelle elezioni del 1946.

Promotore di una politica populista ma estremamente complessa e di difficile definizione ideologica, Perón aveva scelto subito di utilizzare il calcio come strumento di consenso, inaugurando una pratica destinata ad avere grande successo anche in futuro. Il suo governo destinò numerosi fondi ai club, al fine di sostenere la costruzione di nuovi impianti sportivi, come ad esempio il nuovo stadio del Racing Club de Avellaneda, che nel 1950 sarebbe stato ultimato e intitolato proprio al presidente. Ecco perché lo sciopero dei calciatori fu visto come un affronto a Perón stesso: la sua politica che mescolava destra e sinistra, mirava a fare del Partido Peronista (fondato un anno dopo la sua elezione con i laburisti) una sorta di partito unico, che racchiudesse al suo interno tutto l’arco costituzionale, così da prevenire sia i golpe militari sia l’acesa dei comunisti. Scioperare, nell’Argentina di Perón, era un’eventualità che si stava cercando di rendere non necessaria.

Ma il mondo del calcio era rimasto molto indietro, in termini di diritti sindacali. Il FAA non era mai stato legalmente riconosciuto e, sebbene ai suoi vertici ci fossero noti calciatori professionisti, che guadagnavano valanghe di soldi, alle loro spalle si estendeva un vasto sistema scarsamente regolamentato e con stipendi da fame: in Segunda División i salari erano estremamente modesti, e la maggior parte dei giocatori navigava nella povertà. La presa di posizione dei calciatori più ricchi in favore dei più poveri fece grande scalpore, specialmente quanto tra i leader della protesta si affermò il 21enne Alfredo Di Stéfano, stella del River e senza dubbio il maggiore talento del Paese.

Alfredo Di Stéfano, figlio di un immigrato italiano e di una donna argentina, aveva concluso il campionato precedente, il suo primo da titolare nel River Plate, con 28 gol in 32 partite. Nel 1947 aveva trascinato la Nazionale a vincere il Campeonato Sudamericano con 6 gol in 6 partite, e al momento dello sciopero aveva già realizzato 13 gol in 23 partite.

Non era stato il primo sciopero del fútbol: nel 1931, i calciatori argentini, un anno dopo la finale mondiale in Uruguay, protestarono per ottenere il passaggio al professionismo; nel 1944, gli arbitri erano entrati in sciopero contro la decisione dell’AFA di introdurre direttori di gara inglesi, ritenuti più competenti. Nella primavera del 1948, i giocatori avevano chiesto l’annullamento del tetto salariale di 1.500 pesos e l’introduzione, invece, di uno stipendio minimo; e poi vacanze annuali garantite, indennità di licenziamento, libertà di contrattazione. “Per alcuni questa nostra prova di forza potrebbe sembrare arbitraria, una specie di capriccio, però se siamo arrivati a questo punto la colpa non è nostra ma dell’AFA” disse il difensore del San Lorenzo Oscar Basso, intervistato dal quotidiano Democracia.

Mentre i dirigenti dei club accusavano i calciatori di aver scatenato uno sciopero pur avendo di recente rinnovato i contratti entro il tetto salariale, Oscar Nicolini – presidente dell’AFA e amico personale della moglie del presidente Eva Perón – prometteva che le istanze del sindacato sarebbero state ascoltate, e convinceva i giocatori a tornare in campo a fine aprile, in vista dell’inizio del nuovo campionato. Ma il terremoto era solo rimandato: consapevoli del rischio di un aumento dei costi di gestione, le proprietà dei club argentini approvarono un aumento del 50% del prezzo dei biglietti, suscitando nuove proteste, stavolta da parte dei tifosi. La situazione era divenuta di nuovo incandescente, e le società si trovavano tirate verso una revisione al rialzo degli stipendi dei giocatori senza potersi rivalere su chi andava allo stadio. Di fronte alla minaccia di un passo indietro rispetto agli accordi, i calciatori tornarono a parlare apertamente lo sciopero, e la AFA interruppe i rapporti col sindacato.

A cinque giornate dalla fine del campionato, i giocatori si rifiutarono di tornare in campo. Nicolini chiese che si portasse a termine il torneo “per rispetto dei tifosi”, ma il sindacato si oppose totalmente all’idea: lo sciopero aveva senso se bloccava il campionato; fatto a fine stagione non avrebbe avuto alcun esito. La Federazione, allora, diede ordine ai club di schierare le formazioni giovanili per portare a termine la competizione, e d’accordo coi club minacciò due anni di squalifica e sospensione dei contratti per tutti i giocatori che sceglievano di non giocare. Questo ruppe il fronte sindacale: il celebre mediano del River Plate José Ramos fu il primo a disconoscere il FAA e rientrare nei ranghi, e pochi giorni dopo la stessa cosa fecero il compagno di squadra Amadeo Carrizo e tutti i giocatori del Colón de Santa Fe. Per contro, al Racing Club capolista anche i ragazzi delle giovanili decisero di affiancare lo sciopero, così la squadra venne penalizzata di quattro punti e superata in testa alla classifica dai rivali dell’Independiente.

Ma la protesta dei giocatori stava ormai svanendo. Eva Perón, sempre molto interessata alle questioni dei lavoratori, fece da intermediaria tra le parti, e alla fine la Federazione accettò di apportare alcuni miglioramenti al contratto nazionale, stabilendo delle percentuali dei guadagni del club che dovevano essere convertite negli stipendi dei giocatori. Ai calciatori venne data possibilità di svincolarsi a fine contratto e al sindacato venne promesso il riconoscimento, a patto di abbandonare l’idea dello sciopero e garantire il regolare svolgimento del campionato del 1949. Di fronte alla minaccia delle squalifiche – che significavano la sostanziale impossibilità di vivere di calcio – la maggior parte degli iscritti al FAA spinse per la firma dell’accordo e il riconoscimento del tetto salariale, sebbene i club e l’AFA non avessero di fatto mai approvato lo stipendio minimo. Lo sciopero terminò, ma con molti malumori: i campioni non erano riusciti a ottenere di essere pagati di più, mentre la condizione dei giocatori delle serie minori rimase sostanzialmente immutata; solo la classe media dei calciatori era contenta.

Adolfo Pedernera, detto El Maestro, è stato uno dei più grandi calciatori della storia, stella del River Plate degli anni Quaranta (la cosiddetta Maquina), interpretando il prototipo del moderno falso 9. Nel 1947, con l’emergere del suo allievo Alfredo Di Stéfano, passò prima all’Atlanta e poi all’Huracán, squadra in cui era cresciuto.

Ma la battaglia non era finita qui. Delusi dall’accordo, i migliori calciatori del campionato, guidati da Adolfo Pedernera, arrivarono alla radicale decisione di trasferirsi in massa in Colombia, dove il governo locale aveva appena avviato un piano di largo sostegno economico ai club di calcio, aumentando notevolmente la loro capacità di spesa. La rottura dei contratti con le società argentine avrebbe potuto portare a sanzioni da parte della FIFA, ma il nuovo torneo colombiano non era affiliato alla Federazione internazionale, e pertanto non era tenuto a rispettarne le regole. Con Pedernera se ne andarono importanti nomi come Néstor Rossi, René Pontoni, Julio Cozzi e anche Alfredo Di Stéfano, che il River Plate stava pensando di vendere a peso d’oro al Torino senza il consenso dell’attaccante e soprattutto senza che lui potesse vedere un soldo dal ricco trasferimento. Altri si trasferirono in Cile, come José Manuel Moreno, in Messico, a Cuba, e ovviamente in Italia (Rinaldo Martino venne alla Juventus, Oscar Basso all’Inter, Benjamín Santos al Torino, Mario Boyé e Roberto Aballay al Genoa).

La fuga all’estero delle stelle del campionato argentino ebbe due conseguenze dirette: la rapida ascesa del calcio in Colombia, con l’avvento dell’epoca nota come El Dorado, e la crisi del calcio in Argentina. Proprio nel 1949, l’Albiceleste rinunciò a difendere il titolo continentale, incapace di schierare una formazione competitiva, e la stessa cosa avvenne nell’edizione del 1953 e nei Mondiali del 1950 e del 1954. Solo nel 1955 l’Argentina tornò a competere a livello internazionale, conquistando il Campeonato Sudamericano trascinata dalle reti di Rodolfo Micheli, che aveva esordito tra i professionisti solo dopo la fine dello sciopero del 1948 e l’esordo del 1949. Quel successo convinse il governo – ora retto da una giunta militare, con Perón in esilio in Spagna – a iscrivere la Nazionale ai Mondiali del 1958, dove però subì un’umiliante eliminazione al primo turno, con una sconfitta per 6-1 contro la Cecoslovacchia.

Fonti

HERRERA Raúl Mario, La huelga de futbolistas de 1948, La Izquierda Diario

LARA Miguel Ángel, Di Stéfano el sindicalista, Marca

MONTANARI Enrico, ¡Hoy no hay fútbol! La huelga de futbolistas de 1948 vista desde la prensa peronista, Universidad Autónoma de Madrid

VALENCIA Nayeli, Juan Domingo Perón y el futbol: “el primer hincha”, Apuntes de Rabona

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