L’inganno di Paul Breitner

“L’arte per l’arte, l’arte al di sopra delle classi, l’arte al di fuori della politica e indipendente da essa in realtà non esiste.”

Mao Tse-Tung

È una notizia sconvolgente. Qualcuno dice che non sia nemmeno vera, che è disinformazione. Invece sta succedendo: Paul Breitner ha firmato per il Real Madrid. Non importa a nessuno del colpo di mercato, né dei 3 milioni di marchi che il club spagnolo verserà al Bayern Monaco: il Real rappresenta tutto ciò che Breitner ha sempre giurato di odiare.

Ha 23 anni, ma è decisamente uno dei più grandi calciatori al mondo, il primo vero tuttocampista della storia, visto che dovrebbe essere un terzino sinitro, ma in realtà in campo lo si trova ovunque, in posizione di regista, di mezzala, di ala mancina, di trequartista. Ma è soprattutto un mito, perché fin da quando aveva 19 anni era una stella nel Bayern Monaco e, presto, lo era diventato anche nella Nazionale. E perché, nella Germania Ovest dei primi anni Settanta, lui incarna appieno la ribellione giovanile del Sessantotto: “è il nuovo eroe della controcultura tedesca”, scrive il New York Times, in un allora insolito articolo sul football della vecchia Europa.

Ce ne sono altri, di calciatori di sinistra, ma nessuno fa scalpore quanto Breitner: è giovane, è pittoresco – con quella capigliatura che gli vale il soprannome di Der Afro – ed è fortissimo, rivoluzionario. Appena approdato al Bayern, desta scandalo per l’accusa di aver cercato di evitare il servizio militare: si era rifiutato di presentarsi, la polizia era venuta a cercarlo a casa, e lui si era nascosto per non farsi trovare. Quando lo intervistano e gli chiedono chi ammiri di più – aspettandosi la classica risposta da calciatore ventenne, che oscilla tra il padre e un compagno di squadra, come ad esempio Franz Beckembauer – lui risponde Mao Tse-tung. Se gli chiedono quale sia il suo più grande desiderio, non dice “vincere la Coppa dei Campioni o il Mondiale”, ma “la sconfitta degli americani in Vietnam”.

Non è che sia così semplice, essere comunista nella Germania Ovest dell’epoca: i socialdemocratici di Willy Brandt, al governo dal 1969, monopolizzano la sinistra tedesca e il Partito Comunista è fuori legge dal 1956. Il comunismo è ciò che c’è all’Est, appena oltre il Muro che divide a metà Berlino, e da cui arrivano spie, azioni di sabotaggio e chissà che altro. Il comunismo è la Rote Armee Fraktion di Andreas Baader e Ulrike Meinhof, che nella primavera del 1968 inizia la sua attività dando fuoco a due grandi magazzini a Francoforte, come azione di protesta contro la guerra in Vietnam. Ma il Sessantotto ha cambiato tutto, e ora il cuore della sinistra sono i movimenti studenteschi che contestano la forte presenza militare statunitense sul territorio tedesco e le connivenze naziste della generazione dei loro padri, che permettono ora a Kurt Georg Kiesinger – un tempo convinto funzionario della propaganda del Terzo Reich – di essere a capo del governo. Se per buona parte del mondo si dice che il Sessantotto iniziò nel 1969, in Germania Ovest ebbe inizio nel 1967 con la nascita del movimento Kommune 1.

Quando questo succedeva, Ernesto Che Guevara veniva ucciso in Bolivia, e la vita di Paul Breitner cambiava: sarà lui stesso, anni dopo, a rivelare quanto quell’evento influenzò la sua crescita e il suo pensiero, spingendolo verso il radicalismo di sinistra. Cinque anni dopo, vinceva il campionato con il Bayern e il titolo continentale con la Nazionale, ma ancora quando lo intervistavano se ne usciva con frasi da battaglia. “La Bundesliga è un grande business: tutto gira intorno ai soldi, non c’è spazio per il socialismo. Bisogna tenersi per sé le proprie opinioni politiche”. Iconoclasta: se eri giovane e di sinistra, non potevi non amarlo.

Un altro aggettivo che lo descrive bene è “conflittuale”, nel bene e nel male: dal conflitto politico e sociale che avverte, Breitner ne trae anche un conflitto personale con il mondo del calcio. Critica la Bundesliga, critica il Bayern Monaco (dopo la festa scudetto del 1973, viene fotografato mentre balla nudo in piscina; il ct della Nazionale Helmut Schön va su tutte le furie e il Bayern stesso medita di cederlo per ragioni d’immagine, così lui risponde dichiarando pubblicamente che “questo club non sa nemmeno come festeggiare una vittoria”), critica la Federcalcio tedesca occidentale e le sue stesse radici (“Non mi sento tedesco, e senza dubbio non mi sento bavarese”). Quando, dopo il Mondiale vinto nel 1974, decide di ritirarsi dalla Nazionale a causa dei suoi contrasti con Schön, compie il primo radicale passo sulla strada del distacco dal suo mondo natale.

Il passaggio al Real Madrid ne è la logica conseguenza, e Breitner chiarisce subito alla stampa che è felicissimo di lasciare Monaco e la Germania. Dice che il Real è un sogno, ma evita di parlare del fatto che la Spagna è un regime fascista, che i Blancos sono un portastendardo del regime e che il loro presidente Santiago Bernabéu è stato un miliziano franchista durante la guerra civile. Solo il Times prova a metterlo di fronte all’evidente contraddizione tra le sue idee e le sue azioni, e Breitner risponde confusamente: “Gli insegnamenti di Mao sono sempre fondamentali per me, ma una lettura più ampia è importante per sviluppare il mio pensiero”.

Gli anni al Real Madrid gli portano in dote due scudetti e una Coppa di Spagna, ma in Europa non va mai oltre la semifinale di Coppa dei Campioni, raggiunta nel 1976.

I fatti, però, sembrano suggerire che dal maoismo stia rapidamente passando al capitalismo puro: non ha problemi a rivelare che, oltre alle questioni tecniche, del Real Madrid lo hanno attirato i soldi del ricco ingaggio. Un anno dopo, in un’intervista a Playboy dice che “L’intero business dei trasferimenti è contro la legge, contro i diritti umani e la dignità umana”: sembra il ritorno improvviso di una coscienza politica che pareva in declino, e invece si sta solo lamentando del fatto che i soldi dei trasferimenti vanno unicamente ai club e non ai giocatori. Pensa di meritare più soldi, per farla breve. Totalmente all’opposto del Paul Breitner, che pochi anni prima, criticava il calcio dicendo che tutto girava intorno del denaro.

E così nel 1977 accetta di tornare in Germania, ma solo perché l’Eintracht Braunschweig, il club di proprietà della Jagermeister che viene usato dall’azienda come testimonial esclusivo, gli ha offerto un ricchissimo contratto. Un anno appena, poi molla tutto e si accorda di nuovo col Bayern; nel 1981, tramite intercessione di Rummenigge, torna anche in Nazionale, scusandosi per le sue precedenti accuse contro la Federcalcio. Passa un altro anno circa, siamo appena prima dei Mondiali di Spagna, e firma un contratto da 150.000 marchi con un’azienda cosmetica per farsi riprendere per uno spot tv mentre si rade la celeberrima barba. Un piccolo gesto che, simbolicamente, racconta tutto il suo cambiamento: oltre alla barba, Breitner sembra ripulirsi il volto anche dai suoi anni da comunista radicale. “Sono solo un ragazzo capace di ammettere i suoi errori, e che rivendica la libertà di cambiare idea” confessa un giorno a Der Spiegel.

Sebbene nel 1982 abbia portato la Germania Ovest fino alla finale mondiale, persistono le voci secondo cui avrebbe rotto l’armonia dello spogliatoio: campione conflittuale e incorreggibile, anche il nuovo ct Jupp Derwall non sembra amarlo molto. A 30 anni, è già stufo della sua vita da calciatore, e la sua storia con la Nazionale si interrompe di nuovo, stavolta definitivamente; quasi un anno dopo, un duro infortunio in campionato gli dà l’occasione giusta per formalizzare il ritiro dall’attività agonistica e andare finalmente a godersi quei soldi che sono ormai la sua unica vera fede.

Avrebbe dovuto fare la rivoluzione, Breitner, in politica o almeno nel calcio, e invece più che maoista è sempre sembrato essenzialmente un individualista, forse anarcoide, decisamente non anarchico: non è riuscito a traghettare il calcio tedesco verso una dimensione più tecnica e offensiva, su misura per le sue qualità, e non è neppure mai riuscito a convivere con quel gioco fisico e attendista che sapeva tanto di vecchio, nonostante la sua indubbia efficacia. Proprio mentre lui si ritirava, il nuovo Partito Comunista Tedesco raccoglieva poco più di 96.000 voti alle elezioni federali: nemmeno quella rivoluzione era riuscita, e la giovane sinistra post-sessantottina guardava con occhi più fiduciosi ai Verdi, che quell’anno divennero a sorpresa il terzo partito della Germania Ovest, superando il milione e mezzo di voti. Paul Breitner, dal canto suo, nel giro di pochi anni prenderà definitivamente le distanze da quel passato ribelle without a cause che si era costruito attorno: “Ero interessato alle idee di Mao e di Che Guevara, ma non sono mai stato maoista o comunista”. Già, ci eravamo cascati tutti.

Nove anni di carriera col Bayern Monaco, divisi in due spezzoni: cinque campionati, due Coppe della Germania Ovest e una Coppa dei Campioni, oltre al titolo di calciatore tedesco-occidentale dell’anno 1981.

Fonti

CAPANNI Leonardo, Dal Libretto Rosso di Mao al Real di Franco. L’ambigua corsa di Paul Breitner, Zona Cesarini

DASGUPTA Shirsho, Maverick, Maoist and Great Pretender: the Life and Times of Paul Breitner, These Football Times

HACKETT Robin, Paul Breitner: Playing on the left, ESPN

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