“Giochiamo col portiere volante!”

“Nelle mie squadre, il portiere è il primo attaccante.” – Johan Cruijff

Era la frase che dicevano quelli di noi che avevano un po’ dimestichezza col calcio giocato. Penso dovessero averla sentita da qualche allenatore, nelle squadre parrocchiali, perché in pochi entravano tra i Pulcini di una società di livello più alto. Ma quelle due parole suonavano davvero bene: erano eccentriche, stravolgevano il ruolo del portiere, che di solito significava noia. Significava starsene tutto il tempo lì, coi piedi francobollati all’ultima linea bianca, lontano dal gioco. Significava starsene ad attendere che saltassero le marcature, e poi ritrovarsi solo contro gli attaccanti, prendere gol e doversi stancamente chinare per raccogliere la palla in fondo alla rete. In realtà, “portiere volante” era la frase che si usava per convincere qualcuno a sobbarcarsi il sacrificio di quel ruolo così infame, con la vana promessa di poter far parte del gioco.

Perché, sui campi amatoriali calcati dai bambini, il portiere è solitamente quello che i piedi non li sa usare proprio, e che la squadra non la può aiutare in nessun altro modo che occupando un poco dello spazio della porta. Ruolo inglorioso, che se solo provi ad avventurarti un attimo oltre la tua linea qualche compagno ti richiama subito all’ordine con uno “Stai in porta!”. Ruolo bastardo. Ogni ragazzino relegato tra i pali sogna improvvise sortite offensive palla al piede, maradoniane serpentine al cardiopalma che lo trasformino da comparsa ad eroe di giornata. Avverte il richiamo del campo aperto, l’istinto di muoversi e andare ad esplorare la propria area di rigore, che è sempre costretto a ammirare dalla soglia.

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Un’uscita d Grosics al centro dell’area, in Inghilterra-Ungheria del 1953, a Wembley.

Non sa certo che il suo è un istinto perfettamente naturale, di cui sono stati preda tanti prima di lui. Tipo Gyula Grosics, il portiere della Honved di Budapest e dell’Ungheria degli anni Cinquanta, il primo avventuriero dei pali, colui che osò spingersi oltre la sua prigione lineare e spiccare il volo al centro dell’area, o intervenire coi piedi appena oltre il limite, anticipando gli attaccanti avversari e rilanciando il pallone verso i suoi compagni. In Gran Bretagna, dopo averlo visto in azione nella prima storica sconfitta dell’Inghilterra in casa contro una nazionale del continente, si iniziò a parlare di sweeper-keeper, che potremmo traduttore con “spazzatore-portiere”, ma che ormai è entrato nel gergo comune con la dicitura di portiere-libero: cioè di un portiere che, all’occorrenza, giocava anche da difensore aggiunto, spazzando la palla coi piedi in avanti. Pochi anni dopo, anche Tommy Lawrence del Liverpool si sarebbe fatto segnalare per un gioco simile.

Così come il nome di Grosics rimase un po’ oscurato nel tempo in favore di altri magiari come Puskas o Hidegkuti, quello di Lawrence non spiccò mai neppure tra i portieri inglesi più validi della sua epoca, come venivano considerati Gordon Banks, Alex Stepney e Peter Bonetti. Eccola, la contro-maledizione del portiere-libero: se ti metti a giocare coi piedi e stare spesso fuori dall’area di porta – dice il tifoso medio – è perché non ti hanno mai insegnato come si gioca nel tuo ruolo. Non ci si deve stupire, allora, che l’unica vera eccezione la dobbiamo trovare in Sudamerica, dove il calcio è sempre stato questione di piedi buoni: negli stessi anni di Grosics e Lawrence, faceva furore in Argentina Amadeo Carrizo, estremo difensore del River Plate e predecessore di una miriade di stravaganti portieri latinoamericani come Hugo Gatti, René Higuita e José Luis Chilavert.

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Oltre che per le sue uscite, Carrizo divenne celebre per il gioco palla al piede e i non rari dribbling con cui ingannava gli attaccanti avversari.

Lo si dovrebbe spiegare, ai ragazzini, che la storia del calcio potrebbe essere vista anche come la storia della progressiva integrazione tra il portiere e i suoi dieci compagni di squadra. Nei primi del Novecento, Leigh Richmond Roose dello Stoke City che usciva spesso fino al limite dell’area era considerato eccentrico; sessant’anni dopo, Lev Yashin della Dinamo Mosca che calciava la palla lunghissima fin sui piedi dei suoi colleghi d’attacco era il miglior portiere del mondo, e vinceva anche – primo e finora unico nel suo ruolo – il Pallone d’Oro. Nel decennio successivo, l’olandese Jan Jongbloed veniva snobbato dai più come un giocatore mediocre, e nessuno capiva come mai il ct Rinus Michels non fosse riuscito a trovare niente di meglio per la squadra eccezionale.

Invece, Jongbloed era l’estremo difensore perfetto per quel calcio. Se Carrizo si dice sia stato il primo a indossare moderni guanti da portiere, Jongbloed fu il primo a toglierseli: le cose migliori, infatti, le faceva coi piedi, giocando quasi al limite dell’area e partecipando agli scambi dei difensori. Ruolo atipico per un personaggio atipico: fino al 1974, quando di anni ne aveva ben trentaquattro, nessuno sapeva quasi nulla di lui; aveva sempre giocato nel DWS – poi divenuto Amsterdam FC – con cui aveva vinto un campionato nel remoto 1964, e guadagnava talmente poco che oltre al calciatore faceva anche il tabaccaio e, nel tempo libero, andava a pesca. Giocò due Mondiali da titolare, rivoluzionò quasi senza rendersene conto il modo di stare in porta, e si ritirò nel 1986, quando andava verso i cinque decenni di vita. Giocò così a lungo perché si divertiva, perché non aveva mai accettato la passiva condizione del solitario guardiano dei pali.

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Jongbloed in azione contro la Germania Ovest, nella finale mondiale del 1974.

Jongbloed cambiò per sempre il modo in cui il suo compagno di squadra Johan Cruijff vedeva il ruolo del portiere. Il Profeta del totaalvoetbal capì che, in una squadra che pressa alto, un portiere capace a usare i piedi non è solo un valido sostituto del vecchio libero, ma poteva essere veramente un giocatore aggiunto, una pedina fondamentale per la superiorità numerica nella costruzione dal basso. Questa filosofia porterà Cruijff, una volta passato in panchina, a plasmare alcuni numeri 1 del calcio del futuro, a partire da Stanley Menzo, che lui promosse in prima squadra nel 1985 e che riteneva uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, nella scetticità generale.

Da Cruijff in avanti, questa storia si trasforma da una linea discontinua in una rete che si espande come i rami di un albero in fiore. Nel 1993, Menzo perse il posto da titolare in favore di Edwin van der Sar, il suo erede forse anche più convincente, che guiderà l’Ajax alla vittoria della Coppa dei Campioni del 1995, e difenderà poi la porta di Juventus, Fulham e Manchester United, vincendo qui una seconda Champions nel 2008. La sua abilità dei lanci lunghi ne farà uno dei portieri simbolo degli anni Novanta e, una volta divenuto dirigente dell’Ajax, Van der Sar ha avuto un ruolo rilevante nella crescita di André Onana.

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Un’esultanza di Menzo, quasi come quella di un attaccante che ha appena fatto goal.

Ma nel 1988 Cruijff era passato al Barcellona e aveva trasportato lì la sua filosofia. Una delle sue prime mosse fu insegnare ad Andoni Zubizarreta a giocare oltre la linea dell’area quando il Barça era in fase di possesso: il basco era un portiere straordinario e molto bravo nelle uscite, ma con i piedi fermi al decennio prima, e con il tecnico olandese non andò mai veramente d’accordo. Quando gli spiegà dove doveva giocare, Zubizarreta domandò perplesso cosa avrebbe dovuto fare se l’attaccante avversario gli avesse fatto gol con un pallonetto; Crujiff lo guardò quasi con compassione, gli poggiò la mano sulla spalla e gli rispose: “Se lui ti fa gol con un pallonetto da quaranta metri, tu lo applaudi”. Chi invece viaggiava proprio sulla stessa linea d’onda dell’olandese era Pep Guardiola.

Quando, vent’anni più tardi, Guardiola divenne il nuovo allenatore del Barcellona, andò dal suo portiere Victor Valdés e rifece una scena simile a quella del suo maestro con Zubizarreta. Con la differenza che Valdés era cresciuto nella cantera che seguiva i dettami di Cruijff da ormai un decennio, era più basso del suo predecessore ma sapeva passare la palla molto meglio. Prese Guardiola per matto, ma stette al gioco, e vinsero tutto quello che c’era da vincere. Dopo di lui, il Barcellona ha sempre ricercato portieri che sapessero prima di tutto usare i piedi – come il cileno Claudio Bravo – e poi magari anche cavarsela bene con le mani, e in questo equilibrio quasi impossibile hanno trovato Marc-André ter Stegen.

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Un tipico momento alla Manuel Neuer, un tackle scivolato fuori area durante l’ottavo tra Germania e Algeria ai Mondiali 2014.

Nel frattempo, Guardiola era andato a Monaco di Baviera a consacrare il portiere moderno per eccellenza, quel Manuel Neuer che aveva voluto impare a giocare alto e passare la palla come un regista perché da ragazzino aveva visto Van der Sar e aveva deciso di essere come lui. Poi, nella sua epoca al Manchester City, il tecnico spagnolo scartò Joe Hart, che era stato eletto miglior portiere d’Inghilterra poco tempo prima, e gli preferì proprio Claudio Bravo: meglio un po’ meno bravo con le mani, ma più bravo coi piedi. Da Bravo, il City è presto passato a un altro regista coi guantoni come Ederson, e ha vinto due campionati consecutivi.

Ora, se dopo tutto fosse possibile usare una macchina del tempo e fare ritorno sui campetti dell’infanzia, bisognerebbe tornare dai noi stessi di allora – che coi piedi non eravamo così bravi, e a ogni conta speravamo solo di finire in squadra con qualcuno meno bravo di noi da relegare in porta – e dirgli “Giochiamo col portiere volante”. E, per un istante, staremo giocando il calcio che vedremo da grandi.

 

Fonti

DEY Srinwantu, Pioneers of the Sweeper-Keeper, Goalden Times

FUSI Flavio, Dizionario tattico: lo sweeper-keeper, L’Ultimo Uomo

SEIJURO Hiko, Rise of the sweeper-keeper, Outside of the Boot

3 pensieri riguardo ““Giochiamo col portiere volante!””

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