Una domenica di gennaio del 1978 Jorge Carrascosa raggiunse César Luis Menotti per dargli una notizia che il ct dell’Argentina avrebbe preferito non ricevere, specialmente in quel momento. Il Flaco stava riflettendo sulla squadra che avrebbe dovuto portare, qualche mese più tardi, ai Mondiali casalinghi, che l’Argentina doveva assolutamente vincere: primo, perché lo esigevano i tifosi, ancora in attesa del primo trionfo mondiale dell’Albiceleste; e secondo, perché questo era ciò che voleva il regime militare al potere dal marzo del 1976. Di fede comunista, e non proprio segreta, Menotti si trovava sotto grandi pressioni sportive, politiche e anche morali, e tra le poche certezze che aveva c’era Carrascosa come terzino sinistro. Invece, quel giorno il Lobo lo raggiunse alle terme di Punta Magotes, a Mar del Plata, per dirgli che non voleva più giocare in Nazionale.

L’improvviso addio di Carrascosa fu un terremoto le cui scosse di assestamento si sarebbero avvertite ancora per molti decenni a seguire. Aveva 29 anni ed era indiscutibilmente uno dei migliori difensori argentini in attività, ma soprattutto era il capitano della Nazionale e l’uomo di fiducia del ct. Non solo – e non tanto – su un piano tecnico, quanto umano: era il confessore di Menotti, i due passavano moltissimo tempo assieme, si confidavano dubbi e problemi, leggevano addirittura gli stessi libri e tra loro non parlavano solo di calcio. Si erano conosciuti nel 1973, quando Carrascosa si era trasferito dal Rosario Central all’Huracán, da due anni allenato dal giovane e ambizioso Menotti, e si erano subito piaciuti. Quell’anno il Globo di Parque Patricios vinse uno storico titolo metropolitano, che avrebbe spianato la strada a Menotti – a seguito del flop di Vladislao Cap ai Mondiali tedeschi del 1974 – verso la panchina dell’Albiceleste.

Nell’imminenza dei Mondiali che doveva vincere, l’Argentina perdeva uno dei elementi più importanti, e nessuno capiva perché. Così iniziarono a circolare alcune voci. La prima diceva che Carrascosa e Menotti avevano rotto, che il Flaco gli aveva promesso che ai Mondiali avrebbe chiamato solo gente che giocava in Argentina e che poi aveva cambiato idea (avrebbe convocato, infatti, Mario Kempes del Valencia). Ma questa spiegazione non stava in piedi, perché in realtà, nonostante l’improvviso rifiuto del difensore, i due erano rimasti in ottimi rapporti. Carrascosa aveva chiesto all’allenatore di escluderlo dalla squadra, ma si era detto disponibile, in caso contrario, a giocare il Mondiale se il Flaco gli avesse detto che non poteva fare a meno di lui. A quel punto prese piede una spiegazione ben più pesante: Carrascosa non voleva capitanare la squadra di Videla ai Mondiali.

Non aveva mai parlato pubblicamente delle sue idee politiche, anzi era sempre stato una persona piuttosto schiva, ma bastava fare due più due per capire come la pensasse: se andava tanto d’accordo con Menotti e se i due non parlavano solo di calcio, allora dovevano essere entrambi comunisti. Ai tempi dell’Huracán li avevano visti in ritiro leggere libri di José Ingenieros, un medico e scrittore italo-argentino dei primi del Novecento dalle idee radicali di sinistra e anti-imperialiste. Carrascosa doveva essere uno che gravitava dalle parti dei Montoneros, i guerriglieri peronisti di sinistra che la giunta considerava né più né meno che terroristi. Come poteva uno come lui accettare di rappresentare l’Argentina dei militari fascisti e golpisti a un evento che era essenzialmente una grande opera utile a migliorare l’immagine internazionale del regime? Ciò spiegava anche perché Carrascosa non aveva spiegato le motivazioni del suo addio: non voleva rischiare l’arresto, e per contro Videla non poteva permettere che venisse resa pubblica la storia che il capitano della Nazionale era in realtà un agitatore comunista.

La banda dell’Huracán di Menotti nel 1973.

La fascia di capitano passò sul braccio di Daniel Alberto Passarella del River Plate e l’Argentina vinse il Mondiale: questa è storia nota. Alla fine del 1983, dopo anche la disastrosa guerra delle Malvinas, la giunta militare cadde, lasciando il posto al ritorno della democrazia e al pieno disvelamento dell’orrore dei desaparecidos: pure questa è storia nota. In quegli anni molta gente provò a smarcarsi dal regime, tifosi e giornalisti volevano sapere cosa ne pensavano i giocatori della Nazionale del 1978 di Videla e dei suoi: come si sentivano ad aver vinto il Mondiale mentre i militari torturavano la gente nelle prigioni segrete? Nessuno di loro aveva avuto il cuore di fare un passo indietro, come aveva fatto Carrascosa. Ma Carrascosa non parlava, anche se aveva solo da guadagnarci. Nel 1979, dopo un’ultima stagione con l’Huracán, si era ritirato ed era sparito dal mondo del calcio: nessun ruolo da allenatore, da dirigente o da opinionista; si era ritirato a vita privata, era diventato anonimo. Non prese mai la parola, ora che poteva, per spiegare che aveva lasciato la Nazionale perché Videla e i suoi macellai gli facevano schifo.

Non lo fece perché, banalmente, il motivo era sempre stato un altro. Carrascosa era un uomo d’altri tempi, un calciatore che leggeva e s’interessava delle cose del mondo, e che credeva nei valori dello sport. Ma intorno alla metà degli anni Settanta aveva iniziato a sentirsi sempre più disgustato da ciò accadeva in quel mondo: la corruzione degli arbitri e dei dirigenti, il nascente problema del doping, le pressioni sempre più insostenibili da parte dei media, la violenza negli stadi… Probabilmente già durante la tournée europea del 1976 aveva maturato la convinzione di lasciare il calcio e passare più tempo con la sua famiglia, ma Menotti lo convinse a prendersi più tempo per pensarci. Carrascosa resistette, ma lo fece soprattutto perché Menotti era un suo caro amico, e sapeva quanto fosse importante per lui guidare l’Albiceleste al Mondiale del 1978. Con il passare del tempo, però, quella sensazione divenne sempre più forte, portandolo a decidere di confidare all’allenatore che non ce la faceva più. Su ciò influirono forse anche le critiche ricevute per la deludente annata dell’Huracán nel 1977, terminata solo all’ottavo posto nel campionato Metropolitano.

Attese fino al 1996 per spiegare le sue ragioni, in un’intervista con Hernan O’Donnell pubblicata su El Gráfico. Un’intervista molto sincera in cui Carrascosa parlò del suo interesse concreto per la filosofia, con echi esistenzialisti: “Mi sono sempre interessato dell’uomo e dei suoi valori. Per questo cerco, con atteggiamenti e non parole, di essere migliore. Ho sperimentato il successo e la fama, ma non me ne sono nutrito: la fama passa e l’uomo resta. Ho vissuto cose che erano più grandi di me, e questo mi ha portato ad allontanarmi un po’ dall’ambiente”. A questo si sommarono alcune critiche da parte dei media nazionali, emerse nel 1977, che lo accusavano di non essere più al massimo della forma e di giocare solo perché era amico di Menotti. E sebbene sapesse di stare bene e di meritarsi il posto in squadra, quei commenti lo metterono a disagio. “La pressione dei giornalisti e la necessità di ottenere un risultato possono far stare male un giocatore. Perché perdi una partita e arrivano tante critiche, si chiedono cambiamenti senza pensare a come si può distruggere un altro essere umano”.

La politica, dunque, non aveva fatto parte dell’equazione, come avrebbe chiarito in un’altra intervista degli anni Novanta: “Io ho le mie idee, i miei ideali di giustizia, sono una persona con una sensibilità sociale, ma in quella situazione la politica non c’entrava nulla”. Il quadro che ne esce è di un Jorge Carrascosa molto umano e sensibile, capace di interrogarsi su sé stesso e sulle sue priorità di uomo, prima ancora che di calciatore: oggi si parlerebbe di una persona consapevole dell’importanza della propria salute mentale, ma a quei tempi discorsi del genere erano praticamente impossibili, sia nello sport che fuori. Erano cose con cui il Lobo conviveva da tempo, e di cui a Menotti aveva già parlato ai tempi dell’Huracán. Ecco perché il Flaco non insistette troppo e non gli impose di andare al Mondiale: erano amici, si conoscevano e si stimavano da tempo, e l’allenatore sapeva cosa stava passando Carrascosa. Da un lato ci fu il grande gesto di umanità del giocatore, che rinunciò a vincere il Mondiale da capitano per pensare di più a sé stesso, ma dall’altro ci fu l’umanità dello stesso Menotti, che comprese senza giudicare, che rispettò Carrascosa e i suoi umanissimi problemi, anche se ciò voleva dire perdere il proprio capitano alla vigilia di un evento fondamentale per la propria carriera.

Carrascosa anziano, molti anni dopo il ritiro.

Sarebbe molto più bello e semplice parlare di un eroe che rinuncia a giocare con la Nazionale per ragioni politiche, ma la Storia non è fatta di eroi. Il che non significa, però, che Carrascosa fosse del tutto insensibile a ciò che stava accadendo in Argentina in quegli anni. Semplicemente non fu la motivazione principale: “Non c’è bisogno di una dittatura militare per decidere di abbandonare il calcio” confessò qualche anno più tardi a Fabián Casas e Gonzalo Aziz della rivista Mística. In quell’occasione raccontò che aveva iniziato a stare male quando si accorse che dirigenti e arbitri vendevano e compravano partite, o che spingevano certi giocatori a doparsi per vincere. “Ma perché bisogna vincere sempre, a tutti i costi? Viviamo in una società in cui una persona vale solo per ciò che vince, non per ciò che realmente è. E fuori dal calcio è la stessa cosa”.

Quel Mondiale, alla fine, non lo boicottò nessuno. E forse non sarebbe nemmeno servito a molto farlo, ma questa è un’altra storia. In seguito, diversi giocatori di quella squadra argentina, quando l’atroce verità sui desaparecidos venne finalmente a galla, provarono rimorso e s’interrogarono sul fatto di essere stati uno strumento inconsapevole con cui il regime voleva coprire i propri crimini davanti agli occhi del mondo ma anche degli stessi loro concittadini. Alcuni, forse per espiare o forse per sentirsi in qualche modo utili a una causa che avevano compreso troppo tardi, iniziarono a partecipare alla manifestazioni delle Madri di Plaza de Mayo. Quel peso sulla coscienza, almeno, Jorge Carrascosa se lo era evitato.

“Il calcio è limitato. La vita è molto più grande.” – Jorge Carrascosa

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Fonti

IGLESIAS Waldemar, Qué fue de la vida de Jorge Carrascosa, el jugador que se bajó del Mundial 78 y se convirtió en “la figurita más difícil”, Clarín

O’DONNELL Hernan, Lo que Carrascosa calló durante 20 años, El Gráfico

-LLONTO Pablo, I Mondiali della vergogna, Alegre

-PEINADO Quique, Calciatori di sinistra, Isbn Edizioni

Una risposta a “Il rifiuto di Carrascosa”

  1. Suggestivo che a quel mondiale, e per motivazioni simili, rifiutò di partecipare anche Cruijff.

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