Al sesto minuto della prima gara allo stadio Defensores del Chaco di Asunción, Wagner Lopes segnava un gol storico, bucando la porta di Óscar Ibáñez, estremo difensore del Perù. Era la prima rete segnata nella Copa América del 1999, e l’aveva firmata un brasiliano: Wagner Lopes aveva 30 anni, faceva l’attaccante ed era nato a Franca, nello stato di São Paulo, ma in Brasile non lo conosceva praticamente nessuno. Cresciuto nei bianco-rosso-neri paulisti nella seconda metà degli anni Ottanta, era presto emigrato per giocare all’estero, e non aveva più fatto ritorno nel suo paese natale. Quella rete, infatti, Lopez non l’aveva segnata vestendo la maglia del Brasile, e neppure di una squadra sudamericana: era l’attaccante del Giappone. Il primo gol asiatico della storia della Copa América l’aveva segnato, ironicamente, un brasiliano.

Vedere una squadra asiatica competere nella più antica competizione continentale al mondo, dall’altra parte del globo, era un evento unico, anche se non proprio straordinario. Da qualche anno, la CONMEBOL aveva deciso di estendere la partecipazione alla Copa América ad alcuni ospiti d’eccezione, nella speranza di attirare nuovi investimenti e ricucire il divario economico con la UEFA, che stava rapidamente aumentando. L’idea di trasformare la Copa in un torneo dal respiro più “globale” era stata del paraguayano Nicolás Leoz, divenuto presidente della confederazione sudamericana nel 1986: era stato lui a decidere di invitare, già per l’edizione del 1993, due squadre della CONCACAF, il Messico e gli Stati Uniti, con questi ultimi che l’anno successivo avrebbero ospitato i Mondiali. Le due selezioni nordamericane erano state riconfermate per il torneo del 1995, poi nel 1997 gli USA erano stati sostituiti dalla Costa Rica, la quale adesso, nel 1999, aveva ceduto il posto al Giappone.

Anche in questo caso, la decisione aveva un preciso senso strategico: il paese asiatico avrebbero ospitato, tre anni dopo, i Mondiali in collaborazione con la Corea del Sud, ed era ritenuto la grande potenza del calcio orientale. In realtà, in termini di risultati il Giappone lasciava ancora abbastanza a desiderare: aveva vinto la sua prima Coppa d’Asia nel 1992, dopodiché aveva deluso all’edizione del 1996, venendo eliminato dal Kuwait ai quarti di finale. Tuttavia, Giappone e Sudamerica avevano sviluppato da tempo un solido legame calcistico: già intorno alla metà degli anni Sessanta, aveva fatto furore nell’allora minuscolo campionato nipponico il fantasista Nelson Daishirō Yoshimura, nato a São Paulo da immigrati giapponesi e tornato in Asia per lavorare come operaio alla Yanmar, diventando la stella del club dell’azienda. Sull’onda del successo delle Olimpiadi del 1964, quando il calcio locale era stato affidato al tedesco Dettmar Cramer, gli investimenti e l’interesse per il pallone erano iniziati a crescere, aiutati anche dal bronzo olimpico del 1968.

Le imprese di Yoshimura avevano aumentato poi l’appeal del Giappone per i giocatori brasiliani di seconda fascia, specialmente per quelli di origine nipponica: nel 1969 allo Yanmar era arrovato Kalé, al secolo Dorival Carlos Esteves, e nel 1971 lo aveva seguito il paulista George Kobayashi; un anno dopo, era toccato a Sérgio Echigo – che in Brasile aveva anche giocato da professionista – unirsi al Towa Real Estate. Il Giappone aveva iniziato a guardare sempre più spesso al Brasile come modello calcistico, allontanandosi da quello tedesco. Nel 1977, il 20enne Ruy Ramos si trasferì al Verdy Kawasaki, diventandone la stella e giocando fino a quasi 40 anni, arrivando pure a vestire la maglia della Nazionale nipponica. I legami sportivi tra i due paesi funzionavano anche in senso inverso, con alcuni promettenti giocatori asiatici che ottenevano la possibilità di fare esperienza nei settori giovanili delle squadre brasiliane, come avvenne a Kazuyoshi Miura tra il 1982 e il 1986, giocando con la Juventus di São Paulo e con il Santos. L’istituzione della J-League, il primo campionato professionistico giapponese, aveva condotto all’acquisto di numerose vecchie glorie del calcio verdeoro, come Zico, Falcão, Cerezo, Careca, Müller, Bismarck, Mozer, Jorginho, Leonardo e Dunga.

La formazione nipponica nel terzo match della Copa América: Wagner Lopes è ovviamente il numero 11. Accanto a lui, il 5 è Hiroshi Nanami, che poi giocherà brevemente al Venezia.

Il processo di crescita del calcio in Giappone aveva visto come coronamento, nel maggio del 1996, l’assegnazione della Coppa del Mondo da disputarsi sei anni dopo. Nel frattempo, nel novembre del 1997 la selezione del Sol Levante aveva conquistato la sua prima qualificazione ai Mondiali, superando 3-2 nello spareggio l’Iran. Il Giappone allenato da Takeshi Okada presentava una rosa composta interamente da giocatori del campionato locale, non aveva lasciato una grande impressione in Francia – tre sconfitte di misura contro Argentina, Croazia e Giamaica, con una sola rete segnata da Masashi Nakayama – ma aveva raggiunto un punto di svolta nella storia calcistica del paese. Subito dopo il torneo, il Perugia aveva messo sotto contratto il 21enne centrocampista Hidetoshi Nakata, che giungeva in Serie A quattro anni dopo il fugace passaggio di Miura dal Genoa. Subito dopo il Mondiale, e in vista del torneo casalingo, la Federcalcio di Tokyo aveva deciso di affidare la panchina a Philippe Troussier, 43enne allenatore francese specializzato nel calcio africano, che aveva ottenuto grandi risultati a livello di club in Costa d’Avorio e Marocco, e soprattutto nel 1998 aveva portato il Sudafrica ai Mondiali per la prima volta nella storia.

A Troussier era stato affidato praticamente tutto il calcio nipponico, e già ad aprile 1999 aveva ottenuto un risultato clamoroso, conducendo la selezione U20 fino alla finale del Mondiale di categoria, arrendendosi solo alla Spagna. Per il viaggio in Paraguay, l’allenatore francese cambiò una decina di elementi della rosa che era andata in Francia un anno prima, e a sorpresa escluse Nakata, reduce da una stagione eccezionale in Italia. Sapendo di dover portare avanti un progetto sul lungo periodo, Troussier si affidò a una squadra piuttosto giovane, in cui solamente due giocatori raggiungevano i 30 anni (il capitano Masami Ihara, dello Yokohama F. Marinos, e appunto la stella Wagner Lopes, del Nagoya Grampus). La mancanza di esperienza internazionale della formazione asiatica emerse subito, nonostante l’eccitante gol in apertura contro il Perù: la resistenza nipponica s’infranse nel finale di partita, quando la classe della stella del Newcastle Nolberto Solano iniziò a fare la differenza. Con reti di Jorge Soto e doppietta di Roberto Holsen, i sudamericani si riportarono avanti, rendendo inutile il raddoppio nipponico di Atsuhiro Miura, che per un attimo aveva ripristinato il pareggio.

Questo promettente inizio di Copa América venne però già dimenticato con l’incontro successivo: davanti ai padroni di casa del Paraguay, il Giappone crollava con un sonoro 4-0, sotto i colpi del bomber dell’Espanyol Peque Benítez e dell’adolescente astro nascente dell’Olimpia Roque Santa Cruz. Il 5 luglio, già eliminato dalla competizione, il team asiatico riuscì almeno a raccimolare un punto contro la Bolivia di Marco Etcheverry. L’attaccante del Boavista Erwin Sánchez portava avanti i sudamericani poco dopo l’inizio del secondo tempo, ma poi su calcio di rigore toccava ancora a Wagner Lopes mettere in rete per il Giappone, fissando il risultato sul definitivo 1-1. La selezione asiatica abbandonava quindi la Copa América senza aver lasciato alcun segno particolare, mentre la competizione si avvia tranquilla e beata nelle mani del Brasile, finalista mondiale l’anno prima. La squadra allenata da Vanderlei Luxemburgo e trascinata dalla coppia Rivaldo-Ronaldo si dimostrò la migliore in assoluto, specialmente dopo aver eliminato agli ottavi la poco convincente Argentina di Marcelo Bielsa (l’Albiceleste aveva già chiuso al secondo posto il suo girone dietro la Colombia). In finale, i verdeoro s’imposero con un sonoro 3-0 su un modesto Uruguay.

Ma il bello, per il Giappone, doveva ancora venire. Un anno dopo, i Samurai Blu tornavano a conquistare la Coppa d’Asia, trascinati dalle prestazioni del centrocampista Hiroshi Nanami e del difensore centrale Ryuzo Morioka. Troussier aveva lanciato tutta una nuova generazione di giovani che confermavano che il movimento nipponico era estremamente vivo. Tra tutti, i più brillanti erano i trequartisti Shunsuke Nakamura dello Yokohama F. Marinos e Shinji Ono dell’Urawa Reds. Le grandi ambizioni del Giappone in vista dei Mondiali del 2002 vennero confermate un anno prima dell’inizio della competizione, nella “prova generale” della Confederations Cup tenutasi in Corea e Giappone nell’estate del 2001. La selezione nipponica arrivò fino a contendere la coppa alla Francia, campione d’Europa e del mondo in carica. Il torneo aveva dimostrato come Troussier fosse riuscito a mescolare con sapienza due diverse generazioni: quella del debutto mondiale del 1998, e quella dell’U20 finalista ai Mondiali del 1999. Subito dopo l’exploit nella Confederations Cup, iniziò l’invasione giapponese del calcio europeo: Ono si trasferì al Feyenoord, Junichi Inamoto all’Arsenal, Yoshikatzu Kawaguchi al Portsmouth, e Naohiro Takahara fece addirittura uno storico approdo al Boca Juniors.

Il boliviano Erwin Sánchez al tiro su punizione contro il Giappone, nella Copa América del 1999.

In realtà, ai Mondiali casalinghi il Giappone non raggiunse proprio gli obiettivi che si era prefisso. I Samurai Blu dominarono un girone comunque alla loro portata – pareggiando col Belgio e battendo Russia e Tunisia – ma finirono con l’uscire già agli ottavi contro la Turchia. Ad acuire la delusione per questo risultato ci fu che la Corea del Sud, rivale storica e co-organizzatrice della competizione, sebbene fosse molto meno quotata ai nastri di partenza riuscì a centrare un sorprendente quarto posto finale. La generazione d’oro del Giappone non seppe in realtà confermarsi sul lungo periodo: gli infortuni fermarono il talento cristallino di Ono, mentre altri giocatori – Inamoto, Kawaguchi, Ogasawara, Yanagisawa – non riuscirono a sfondare in Europa nonostante le buone prospettive che li avevano accompagnati. Il miglior elemento della squadra, Hidetoshi Nakata, nel 2002 era già entrato nella fase discendente della sua carriera, dopo gli anni d’oro tra Perugia e Roma, dove fu decisivo nella conquista dello scudetto.

Il flop del 2002 costò la panchina a Troussier, che venne sostituito da Zico, indubbiamente il calciatore più amato dai giapponesi per via delle sue tre stagioni da giocatore nel Kashima Antlers. Il tecnico brasiliano riuscì a confermare il Giappone come campione d’Asia nel 2004, in un torneo marcato dalle prestazioni di Nakamura e di Yuji Nakazawa, difensore che tra il 1996 e il 1997 aveva affinato le proprie doti nelle giovanili dell’América Mineiro, in Brasile. La carriera di Nakazawa dimostrava che i legami tra il Sol Levante e il Sudamerica erano dunque ancora vivi, in qualche modo, anche se poi il difensore trascorrerà il resto dei suoi anni pallonari in patria. Sarà invece Nakamura a fare il percorso più entusiasmante: da stella a sorpresa della Reggina, in Serie A, nel 2005 approderà al Celtic di Glasgow, di cui per quattro stagioni sarà uno dei giocatori più rappresentativi, nonché il primo calciatore giapponese a competere ad alti livelli nelle coppe europee.

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Fonti

Brazilian Players: A Long Association with Japanese Soccer, Nippon.com

BURKE Elias, Copa America guest nations: The history, the controversy and how they have performed, The Athletic

OSPINA Daniel, Ahora una de vaqueros (?): Japón y la Copa América de 1999, La Monserga del Fútbol

Una risposta a “Il Giappone alla Copa América”

  1. Grazie della disamina! Nakata lo ricordo “in diretta” dai suoi anni d’oro, e ragazzi se era un signor giocatore. Non avesse avuto addosso l’aura da “sono arrivati Holly e Benji” (e non avevo mai pensato al perché “l’eroe” di Holly è proprio un brasiliano) probabilmente sarebbe stato preso molto più sul serio.

    Poi, vorrei ricordare che in seguito il Giappone ha vinto anche un’altra coppa d’Asia, guidato da uno dei miei eroi d’infanzia: Alberto Zaccheroni!

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