Storia di un esodo: la Turchia

Quando, nell’estate del 1995, il Torino annunciò l’acquisto di Hakan Şükür, a molti parve una bizzarra scommessa: Şükür non aveva ancora 24 anni, ma veniva da alcune ottime stagioni nel Galatasaray. Ma il calcio turco restava un terreno inesplorato che stuzzicava poco gli scettici tifosi europei, nonostante le ottime prestazioni offerte negli anni appena precedenti dall’attaccante Kubilay Türkyilmaz con la maglia del Bologna. Però, si trattava pur sempre di un turco nato e cresciuto in un paese calcisticamente più sviluppato, la Svizzera; un po’ come Erdal Keser, buona punta del Borussia Dortmund degli anni Ottanta, che era cresciuto nel bacino della Ruhr e sarebbe stato il capostipite dei calciatori turco-tedeschi, di cui oggi fanno parte Mesut Özil e İlkay Gündoğan.

Il calcio turco, però, aveva radici ben più profonde, e se Şükür era arrivato proprio in Italia era perché quello era stato il primo paese europeo a puntare sui calciatori anatolici, qualche decennio prima. Nel vecchio Impero Ottomano, il calcio si era diffuso inizialmente come sport per immigrati – non solo i ricchi inglesi, ma anche armeni e greci – e inizialmente osteggiato dal potere, ma la nascita dei primi club aperti agli iscritti turchi aveva imposto un’inversione di rotta alla politica imperiale. Tuttavia, fu solo dopo la caduta della monarchia e l’approvazione delle riforme kemaliste che il calcio poté diffondersi veramente, vedendo la nascita di una Federazione e l’istituzione della squadra nazionale, che prese parte a diverse edizioni delle Olimpiadi (1924, 1928 e 1936), pur senza mai vincere una partita.

Con il dopoguerra, la Turchia visse la sua prima epoca d’oro nel calcio. Nel 1948, il Beşiktaş mise a segno il primo vero colpo internazionale del footbal locale, ingaggiando come nuovo allenatore il due volte campione del mondo Giuseppe Meazza. Non è chiaro cosa spinse l’ex-asso dell’Inter ad accettare la proposta, se consideriamo che all’epoca non era mai successo che un tecnico italiano andasse a lavorare all’estero; forse qualcosa poteva centrare l’ungherese Ignác Molnár – modesto calciatore in Italia negli anni Venti e, nel 1939, assistente di Erbstein sulla panchina del Torino – che un anno prima s’era seduto sulla panchina del Fenerbahçe, per poi diventare tecnico della nazionale.

Molnár fu protagonista della prima affermazione della Turchia a livello internazionale, preparando la squadra che poi, allenata da Ulvi Yenal, aveva raggiunto i quarti di finale nel torneo olimpico di Londra del 1948, infliggendo una pesante sconfitta per 4-0 alla Cina (che poi, all’epoca, era in realtà Taiwan) e arrendendosi onorevolmente ai quarti di finale davanti alla Jugoslavia. Successivamente, sotto la guida dell’ex-Tottenham Jimmy McCormick, la Turchia aveva ottenuto una storica qualificazione ai Mondiali del 1950, ma la Federazione aveva scelto di rinunciare alla trasferta in Brasile per ragioni economiche.

L’esperienza a Istanbul di Meazza fu ottima, ma durò appena sei mesi, dopo i quali, sordo alle promesse dei dirigenti locali, l’allenatore decise di tornare in Italia a causa delle difficoltà d’ambientamento. Tuttavia, la sua breve avventura turca aveva permesso di stringere un legame fondamentale tra i due paesi: fu probabilmente lo stesso Meazza a suggerire alla Lazio, nel 1950, d’ingaggiare la massiccia punta del Beşiktaş Şükrü Gülesin, un centravanti di forza e fantasia, specializzato soprattutto nei gol direttamente da calcio d’angolo. La Lazio lo girò in prestito al Palermo, dove Gülesin divenne immediatamente un idolo: grazie alle sue 13 reti stagionali, i rosanero chiusero al 10° posto in Serie A, e il turco fece ritorno a Roma, dove migliorò la sua media realizzativa e raggiunse il 4° posto in campionato.

Gülesin era stato uno dei punti di riferimento della nazionale turca delle Olimpiadi del 1948 e delle qualificazioni mondiali del 1950. Accanto a lui, si destreggiavano altri due ottimi giocatori, come il difensore centrale Bülent Eken del Galatasaray e il fantasista di origine greca Lefter Küçükandonyadis. Eken, di un anno più giovane di Gülesin, arrivò in Italia assieme a lui, ma accasandosi in Serie B alla Salernitana, dove disputò una buona stagione e si guadagnò la chiamata del Palermo, evidentemente desideroso di mantenere la sua “quota turca” dopo la partenza del bomber verso la capitale.

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La figurina di Gülesin, primo turco del calcio italiano, presentata da Lavazza, nel 1950.

Küçükandonyadis era invece tutta un’altra storia: affermatosi già da adolescente, a 17 anni era divenuto la stella del Fenerbahçe e in quel momento era il calciatore turco di maggior prospetto, considerato che aveva soltanto 26 anni. Nel 1951 fu addirittura la Fiorentina a ingaggiarlo, mettendolo titolare al centro dell’attacco accanto agli altri due stranieri del club, lo svedese Dan Ekner e l’olandese André Roosenburg. Disputò una buona stagione, ma alla fine scelse un altro trasferimento, spostandosi al Nizza, dove però ebbe minore fortuna. Si trattò omunque del secondo turco del campionato francese, perché già negli anni trenta al Racing Club de Paris aveva militato l’elegante centrocampista Vahap Özaltay, primo semi-sconosciuto campione del calcio anatolico.

Col senno di poi, per il calcio italiano Küçükandonyadis fu un’occasione mancata: soprannominato dai suoi connazionali Ordinaryus – cioè “Professore”, per la sua intelligenza tattica – era un giocatore un po’ anarchico, con la tecnica tipica del regista offensivo ma la predisposizione al gol del centravanti, ruolo per il quale però, in Italia, si prediligevano marcantoni in stile Gülesin. O come il meno noto Aziz Esel Bülent, centravanti lanciato proprio da Meazza a Istanbul, e che sempre nel 1951 raggiunse la Serie A accasandosi alla Spal, dove fu l’artefice di tre salvezze.

L’asse italo-turco funzionava in entrambe le direzioni, però, e fu proprio questo continuo scambuio calcistico a porre le basi della clamorosa qualificazione ai Mondiali del 1954, ottenuta superando la Spagna. In campo c’erano Küçükandonyadis ed Eken – ma non Gülesin, che all’epoca aveva 32 anni, era da poco rientrato al Galatasaray ed era nella fase calante della carriera – e in panchina sedeva Sandro Puppo, allenatore della nazionale dal 1952 e del Beşiktaş dal 1953. La Turchia, dopo aver subito una pesante sconfitta a Madrid, seppe ribaltare il risultato vincendo in casa, e costringendo gli spagnoli a uno spareggio a Roma, chiuso sul 2-2 nonostante fino a 12 minuti dalla fine i turchi fossero in vantaggio; fu poi il lancio della monetina a decretare la qualificazione anatolica ai Mondiali, dove ancora la Turchia costrinse allo spareggio nel girone eliminatorio i futuri campioni della Germania Ovest.

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Lefter Küçükandonyadis in azione con la maglia della Turchia, con cui ha un record di 46 partite e 21 gol segnati.

La tradizione dei tecnici italiani a Istanbul non si fermò lì: nel 1957, Leandro Remondini – ex-difensore di Milan e Lazio – si sedette sulla panchina dei bianconeri del Beşiktaş, guidò la nazionale tra il 1958 e il 1959, e successivamente allenò per due stagioni il Galatasaray; Puppo, invece, tornò alle Aquile Nere nel 1960-61, dopo aver lavorato per Barcellona e Juventus, e negli anni Sessanta fu a più riprese ct della nazionale. Della squadra che ottenne la prima storica qualificazione ai Mondiali, altri tre ebbero esperienze di calcio europeo: la giovane punta del Fenerbahçe Feridun Buğeker fece una buona impressione durante il torneo, e nel 1955 firmò per il Kickers Stoccarda, dove rimase per sei stagioni, pur da comprimario. Dopo di lui, fu un altro attaccante – Coşkun Taş del Beşiktaş – a trasferirsi in Germania nel più quotato Colonia, nel 1959, giocando però solo una manciata di partite. Infine, nel 1962, il portiere Şükrü Ersoy – che durante il torneo iridato era riserva del leggendario Turgay Şeren e militava nell’Ankaragücü – lasciò il Fenerbahçe per l’Austria Salisburgo.

Il 1961, nel decennale della prima ondata di calciatori turchi in Italia, il Palermo ingaggiò Remondini come allenatore: dopo tre anni in Turchia, era da poco tornato in Italia per guidare la Sambenedettese, ma senza successo. I siciliani lo avevano scelto per sostituire Fioravante Baldi, che aveva conquistato la promozione in Serie A ma poi era partito per Napoli, e Remondini convinse subito la dirigenza a comprargli il suo pupillo turco: l’implacabile centravanti Metin Oktay, erede di Gülesin e idolo assoluto dei tifosi del Galatasaray. La stagione si rivelò, però, sfortunata per entrambi: i risultati non arrivavano, e Remondini venne sostituito dall’argentino Oscar Montez, che condusse la squadra a un ottimo ottavo posto; ma senza il suo principale sponsor, Oktay disputò poche partite, e alla fine tornò a Istanbul.

Il 1961 è anche la data in cui arrivò in Serie A il più iconico calciatore turco del campionato italiano fino a Şükür: si chiama Can Bartu, ed era un trequartista elegante, sul modello di Küçükandonyadis. Forse è per questo che fu proprio la Fiorentina ad acquistarlo: si tratta della promettente Viola allenata da Nándor Hidegkuti e trascinata dalle reti di Aurelio Milani e dalle giocate di Kurt Hamrin. Chiuse al terzo posto in campionato e Bartu si tolse lo sfizio di segnare due reti, una al Bologna e una all’Inter; soprattutto, diventò il primo turco a giocare una finale di una coppa europea, nell’1-1 di Glasgow contro l’Atlético Madrid (nella ripetizione, con il turco in panchina, la Fiorentina verrà sconfitta per 3-0).

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Can Bartu in maglia gialloblu del Fenerbahçe, club con cui vanta 372 presenze e 181 reti.

La stagione seguente, Can Bartu la passò al Venezia, ritagliandosi un ruolo da titolare e 8 reti in Serie A, ma dovendo subire una deludente retrocessione, dopo la quale fece ritorno a Firenze. Tra il 1964 e il 1967 visse il suo miglior periodo in Italia, vestendo la maglia della Lazio, se non a livello di risultati (due campionati anonimi e, infine, la retrocessione in B) almeno come continità di gioco. Quando tornò al Fenerbahçe, ormai 31enne, era il calciatore turco più famoso al mondo, nonostante le poche vittorie ottenute con la nazionale.

Il suo addio all’Italia inaugurò il declino calcistico della Turchia, che pian piano sparì dai radar del calcio europeo. Negli anni Settanta, la nazionale si fermò sempre a un passo dal successo, mancando di poco le qualificazioni agli Europei del 1972 e del 1976, e ai Mondiali del 1974. Poi, nel 1989, l’inattesa semifinale di Coppa dei Campioni conquistata dal Galatasaray aprì le porte a un grande ritorno, che vide i calciatori turchi – Hakan Şükür, certo, ma anche Tugay Kerimoğlu, Arif Erdem, Alpay Özalan, solo per citare i primi – protagonisti nei principali campionati del continente, e la nazionale qualificarsi innanzitutto per gli Europei del 1996 e poi raggiungere il terzo posto ai Mondiali del 2002, dopo che nel 2000 il Galatasaray aveva vinto la Coppa UEFA e la Supercoppa europea, portando il calcio turco ai suoi massimi livelli.

 

In copertina: il gol di Lefter Küçükandonyadis alla Corea del Sud ai Mondiali del 1954, uno dei sette con cui i turchi piegarono gli avversari asiatici.

 

Fonti

COTSIS Bill, Lefter Küçükandonyadis, the Greek giant who roaded for Fenerbahçe and Turkey, Neos Kosmos

FASANI Giovanni, Can Bartu, il cestista calciatore, Alla Faccia del Calcio

RIOLO Alessandro, Ma che fine hanno fatto i turchi del Palermo, Turchia Oggi

When Turkey shocked Spain to reach first World Cup, FIFA

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