Non è facile parlare di calcio, in questi giorni

Ma forse ve ne siete accorti da soli. La pandemia ha generato una situazione nuova, drammatica ma, ancora di più, irreale: il calcio – e poi tutto lo sport – si è fermato, e così l’intero paese, l’Europa, il mondo. Viviamo un eterno presente sotto la tirannia di un’unica attualità possibile: il coronavirus.

A livello comunicativo, è quasi un’esperienza totalitaristica: se in un regime ci sono argomenti di cui non puoi parlare, oggi ce n’è uno di cui devi parlare sempre. Ce ne renderemo ancora più conto in futuro: sarà impossibile raccontare il 2020 senza parlare del virus. Non lo identificheremo con il vincitore del campionato o della Champions League, né con quello dell’Europeo o dell’Olimpiade; non lo identificheremo nemmeno con un viaggio che abbiamo fatto, una persona che abbiamo conosciuto, un momento divertente vissuto a lavoro o a scuola, un bel film visto al cinema.

C’è il forte rischio di banalizzare, parlando di sport come se fosse l’unica cosa che conta. Però esso è la punta dell’iceberg, e l’iceberg siamo noi, con tutte le nostre vite: qualche giorno fa qualcuno, su Twitter, riprendeva polemicamente chi si chiedeva quando riprenderanno i campionati, dicendo che ci sono altre cose a cui pensare. È vero, ci si sente quasi in colpa a parlare di qualcosa che non sia la battaglia tra la vita e la morte che quotidianamente si combatte negli ospedali. Il giornalismo che si occupa di cronaca è improvvisamente divenuto giornalismo “di guerra”, assumendo un valore quasi eroico, da chi sta appena dietro la linea del fronte; tutto il resto è divenuto futile.

Sfogliare la homepage della Gazzetta dello Sport significa sfogliare un bollettino: quale calciatore è risultato positivo, i video sui social degli atleti che si allenano a casa, i messaggi degli sportivi che invitano la popolazione a non mollare e a rispettare le regole. Quando capiti su una rara notizia di calciomercato, una smorfia ti esce automaticamente sul volto, come quando bevi una bevanda amara che ti eri immaginato dolce. Mi imbatto in un tweet di Fabrizio Gabrielli che cita una (faraonica) punizione di Riquelme, e pare che arrivi da un altro pianeta o da un altro tempo, un post scritto mesi fa e che appare oggi in inappropriato ritardo. Perfino TuttoMercatoWeb ti accoglie con l’ultima dichiarazione dell’assessore lombardo Gallera.

Quando parlo a Davide Coppo – il responsbaile delle pubblicazioni su Rivista Undici – di un possibile articolo sulla new wave del calcio giapponese, quasi mi sento uno stupido: è da qualche settimana che ci penso, da prima di Codogno – ormai il tempo lo scandiamo così: prima di Codogno, prima del lockdown… – e mi pare una bella idea, ma mi chiedo se possa interessare a qualcuno, adesso. Davide mi risponde che è ok, ma non sa darmi una scadenza precisa, “giornalisticamente è tutto assurdo, in questo periodo”.

Assurdo, termine perfetto. Fa pensare a Ionesco. Presso i latini, absurdus era qualcosa di stonato, che non segue il tono giusto del momento. Parlare di calcio è diventato stonato. Significa parlare letteralmente di un altro tempo: non è un caso che L’Ultimo Uomo, in questi giorni, si sia riempito di ricordi di un calcio passato, il Chievo di Del Neri, la storia del catenaccio, George Best, Italia-Resto del Mondo del 1998…

Niente come i ricordi, le celebrazioni del passato, denotano un momento di profonda crisi del presente. Certo, c’è l’assenza dell’attualità sportiva e il bisogno comunque di pubblicare contenuti – si deve pur vivere – ma la storia è diventata il nostro bunker, come nei film apocalittici: un luogo sicuro, la rievocazione allegorica di un tempo ideale che molti di noi nemmeno ricordano, e riscoprono così mentre ne scrivono.

Il futuro, del resto, lo immaginiamo con toni altrettanto fantascientifici. O proviamo a non immaginarlo proprio, per evitare che, per sortilegio, poi si realizzi davvero. Agli albori dell’epidemia, prima che esplodesse in tutta la sua gravità, scrissi un pezzo volutamente provocatorio sulla possibilità di un futuro di stadi vuoti e calcio fruito esclusivamente da casa. A molti non piacque, lo so e lo capisco. Eppure oggi quell’ipotesi fantasiosa mi sembra sempre meno irrealistica: quando il calcio riprenderà, lo farà certamente a porte chiuse. Poi si vedrà.

Alla fine, come abbozzavo allora, è questo che ci spaventa di più del contagio e dei morti: l’idea decadente che tutto questo possa non finire mai. Che dovremo abituarci agli aperitivi virtuali, alla vita veramente tutta casa e lavoro, allo sport giocato – se va bene – sotto una campana di vetro. È un pensiero certamente improbabile, ma che persiste nelle nostre menti perché ha trovato terreno fertile grazie a una prolungata situazione di emergenza sociale: prima per il terrorismo islamico, poi per la crisi economica, poi per l’ondata migratoria, quindi ancora per il terrorismo, poi per il cambiamento climatico, e ora per il coronavirus.

Il calcio è stato una costante di ognuna di queste fasi, ma ha smesso di esserlo ora, come un ultimo baluardo che, alla fine, è crollato. L’idea dello sport come mondo ideale, super partes e isolato dai difetti della società – quello che istituzioni come la FIFA propagandano da sempre – è scomparsa alle prime notizie di giocatori contagiati e di club terrorizzati davanti all’idea della bancarotta. Ma davvero un calciatore può prendere il coronavirus? Ma davvero il Barcellona può fallire? Come lo raccontiamo un mondo che razionalmente ci sfugge?

Queste domande sono il motivo per cui, negli ultimi tempi, gli articoli su questo blog sono divenuti più rari e anche i post quotidiani sulla pagina Facebook si sono fatti più farragginosi, almeno dal punto di vista del sottoscritto che li deve creare (mentre prima uscivano dalle dita in maniera più chiara e fluida). La contemporaneità è divenuta improvvisamente indecifrabile come un ritratto sfocato. Ma il mio articolo-sfogo svolge anche una funzione catartica: una volta messo a fuoco almeno il problema, si può provare ad aggirarlo, e andare avanti a scrivere e raccontare. Ciò che avete letto, in fondo, è anche una richiesta di scuse: scusatemi se ho scritto poco e male, negli ultimi giorni; e scusatemi se, nei prossimi, dovessi parlare di cose futili.

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