Il 21 giugno 1970 Pelé veniva portato in trionfo nello stadio Azteca di Città del Messico, dopo aver conquistato il suo terzo titolo mondiale con il Brasile, la prima squadra a raggiungere questo traguardo. Era stata la definitiva consacrazione dell’attaccante brasiliano come calciatore più forte di ogni epoca, e del Brasile come paese di calcio per eccellenza. In una spettacolare finale, i verdeoro avevano distrutto l’Italia campionessa d’Europa e reduce dalla straordinaria vittoria per 4-3 sulla Germania Ovest, che sarebbe stata riconosciuta come la partita del secolo. Per il livello del gioco espresso e per i tanti grandi campioni che avevano calcato i campi messicani in quei giorni, il Mondiale del 1970 divenne di diritto la più bella edizione di sempre della Coppa del Mondo. A nessuno sembrava importare di ciò che stava accadendo fuori dagli stadi.
Il Messico era il paese del momento, nel mondo dello sport. Due anni prima, nell’ottobre del 1968, la sua capitale aveva ospitato i Giochi Olimpici estivi, che erano stati il più importante evento internazionale nella storia dell’America Latina. Per la prima volta, i Giochi erano stati organizzati da un paese che non faceva parte del novero dei più ricchi e sviluppati al mondo. Nonostante questo, l’economia messicana era in grande crescita fin dagli anni Quaranta, grazie all’accordo tra i capitali privati e il governo: il Messico stava industrializzandosi rapidamente, e le grandi multinazionali americane facevano a gara per aprire delle sedi nel paese. I Giochi Olimpici e la Coppa del Mondo dovevano servire a mostrare al mondo i progressi del paese più ricco e moderno dell’America Latina. I Giochi, che erano l’evento su cui il governo puntava di più, vennero assegnati nel 1963, mentre il Mondiale un anno dopo, ma entrambi sotto la presidenza di Adolfo López Mateos.
López Mateos era uno dei massimi esponenti del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), la formazione politica che dominava il Messico sostenzialmente dal 1929, quando era stato fondato con il nome di Partito Nazionale Rivoluzionario. Questo fatto era stato determinante per l’assegnazione delle due competizioni sportive: oltre allo sviluppo economico, il Messico era di gran lunga il paese più stabile dell’America Latina. Poco importava al CIO di Avery Brundage e alla FIFA di Stanley Rous che quella stabilità politica fosse dovuta al fatto che in Messico non c’erano libere elezioni: il PRI era fondamentalmente un partito unico, che stravinceva grazie a una feroce marginalizzazione delle opposizioni, se non proprio alla violenza politica. Nel 1962, Rubén Jaramillo – il leader del movimento dei campesinos ed erede spirituale di Emiliano Zapata, accanto a cui aveva combattuto, giovanissimo, durante la Rivoluzione – era stato assassinato dai militari assieme alla moglie e ai tre figli.
Durante il governo di López Mateos, iniziato nel 1958, vennero sistematicamente incarcerati sindacalisti e dissidenti politici. Gli esponenti comunisti Demetrio Vallejo e Valentín Campa, due figure di spicco degli scioperi del 1959, trascorsero rispettivamente 11 e 14 anni in prigione, venendo liberati proprio nell’anno del Mondiale di calcio. Nel 1964, López Mateos venne sostituito al potere da Gustavo Díaz Ordaz, che sarebbe stato Presidente del Messico sia durante i Giochi che durante il Mondiale. Sotto il suo governo, la repressione politica s’intensificò ulteriormente. Nel 1968 iniziarono le proteste studentesche, e Díaz Ordaz decise di ricorrere al pugno di ferro, mandando l’esercito nelle strade. L’evento tragicamente simbolico di questo periodo si verificò il 2 ottobre nel quartiere di Tlatelolco, a Città del Messico: durante una manifestazione nella Plaza de las Tres Culturas, i soldati circondarono la zona, bloccando ogni via di fuga, e aprirono il fuoco sui manifestanti. Furono uccise diverse centinaia di persone e più di 1.000 furono ferite: 10 giorni dopo, iniziavano i Giochi Olimpici.

Il massacro di Tlatelolco non preoccupò minimamente le istituzioni sportive internazionali. Brundage non era certo nuovo a stringere mani insanguinate: da presidente del Comitato olimpico statunitense, nel 1936 si era opposto al boicottaggio dei Giochi di Berlino e fece sostituire due atleti ebrei nella staffetta 4×100; alla fine degli anni Cinquanta, da presidente del CIO, aveva legittimato l’apartheid sportivo del Sudafrica. I Giochi di Città del Messico divennero dunque anche un espediente per ripulire l’immagine del paese latinoamericano dopo il massacro degli studenti. Come ultimo tedoforo, il comitato organizzatore scelse per la prima volta una donna, la velocista Enriqueta Basilio, compiendo un’operazione di pinkwashing ante litteram. Basilio, inoltre, proveniva da un’umile famiglia di contadini, per cui aveva una grande influenza su un settore della popolazione particolarmente esposto alle idee antigovernative. Il governo messicano sostenne poi gli statunitensi Tommie Smith e John Carlos dopo il loro gesto sul podio dei 200 metri maschili, opponendosi alle richieste di squalifica: la più iconica protesta politica della storia dello sport venne usata per nascondere i massacri e la repressione del dissenso in Messico.
Quanto al calcio, l’inglese Rous, il capo della FIFA, non era per nulla diverso da Brundage: si trattava probabilmente del dirigente sportivo internazionale che più di tutti si stava spendendo per tutelare la presenza del Sudafrica nel mondo dello sport. Nel Mondiale del 1970, però, il ruolo del governo messicano sarebbe stato più marginale rispetto ai Giochi, lasciando invece ampio spazio agli investitori privati. In particolare il magnate delle telecomunicazioni Emilio Azcárraga Milmo, che era anche un esponente del PRI e proprietario di un noto club di calcio, l’América. L’altro nome decisivo dietro l’organizzazione della Coppa del Mondo fu Guillermo Cañedo, braccio destro di Azcárraga Milmo, presidente dell’América e a capo della Federcalcio messicana FMF. Per ottenere i voti necessari per l’assegnazione del torneo, Cañedo aveva promosso la fusione tra la confederazione calcistica di Centro America e Caraibi con quella del Nord America, dando vita alla CONCACAF. Nel frattempo, Azcárraga Milmo aveva finanziato il progetto del nuovo stadio di Città del Messico, l’Azteca, per farne la sede principale dei Giochi Olimpici e del Mondiale.
Mentre tutto questo avveniva, il governo di Díaz Ordaz inaspriva la repressione, raggiungendo la fase più cruenta della cosiddetta guerra sucia, la “guerra sporca” dello Stato contro la popolazione. Nel maggio del 1969, a un anno dall’inizio del Mondiale, venne arrestato un insegnante e attivista comunista di nome Epifanio Avilés Rojas, che era affiliato all’Asociación Cívica Nacional Revolucionaria, un’organizzazione di guerriglia nello Stato di Guerrero, uno dei più poveri e ancora prevalentemente rurali del Messico. Un giorno dopo l’arresto, Avilés Rojas venne trasferito in un campo di detenzione militare a Città del Messico, e da quel momento di lui non si seppe più nulla: in seguito, sarebbe stato identificato come il primo di 797 desaparecidos causati dallo Stato messicano. Al momento del calcio d’inizio del Mondiale, nel paese erano attivi almeno nove gruppi guerriglieri di estrema sinistra, e mentre il governo sfruttava lo sport per mostrarsi forte e solido, il Messico era sull’orlo della guerra civile.
A febbraio del 1970, un uomo di nome Carlos Castañeda de la Fuente cercò di assassinare il Presidente Díaz Ordaz, per vendicare i martiri di Tlatelolco: la sua arma si inceppò, venne arrestato e fu fatto passare per un malato di mente. Castañeda de la Fuente trascorse 43 anni in un istituto psichiatrico, mentre il governo impose nei suoi confronti una damnatio memoriae: nessuno doveva sapere che un uomo era andato vicino a uccidere il Presidente, e così quella storia venne nascosta e dimenticata. Il Mondiale si svolse nella più assoluta tranquillità, ma a ragguardevole distanza dallo Stato di Guerrero, dove nel frattempo il governo stava conducendo una guerra contro i ribelli comunisti: negli anni a seguire, Guerrero sarebbe divenuto la destinazione di un terzo di tutti gli effettivi dell’esercito messicano, trasformandosi nel luogo simbolo della repressione e della violenza politica nel paese. All’Azteca, però, il rumore degli spari era coperto dalle grida dei tifosi.

Alla fine del 1970, a Díaz Ordaz successe Luis Echeverría, l’uomo giusto per guidare il paese in un momento così delicato: era stato Ministro dell’Interno durante il decennio precedente, e in particolare all’epoca del massacro di Tlatelolco. Sotto la sua presidenza, le torture e le sparizioni forzate dei dissidenti s’intensificarono ulteriormente, a dispetto del fatto che Echeverría rappresentasse l’ala più di sinistra del PRI. Il 10 giugno 1971, meno di un anno dopo la finale che aveva segnato il trionfo di Pelé, più di 225 persone furono massacrate a Città del Messico, durante una manifestazione antigovernativa frequentata soprattutto da studenti adolescenti, tenutasi in concomitanza con la festività del Corpus Christi. Gli aggressori erano i militanti di un gruppo terrorista di estrema destra, gli Halcones (i “Falchi”), che in realtà era il braccio armato del governo: i suoi membri erano stati reclutati, addestrati e armati direttamente dai militari, e agivano espressamente per conto del PRI.
Ancora una volta, le autorità messicane furono ben felici di lavare via il sangue dalle strade utilizzando lo sport. Tra agosto e settembre 1971, il Messico ospitò una storica Coppa del Mondo di calcio femminile, non organizzata dalla FIFA ma dalla FIEFF (Federazione del Calcio Femminile Europeo Indipendente), che aveva già realizzato una precedente edizione in Italia nel 1970. Rispetto al Mondiale dell’anno prima, quello di Messico 1971 ebbe una portata maggiore, stadi più grandi, molto pubblico e una vasta attenzione mediatica, incentivata dalla necessità del governo di distrarre dalla quotidiana repressione politica. L’ottima prestazione della selezione locale – che arrivò fino in finale, facendo decisamente meglio rispetto ai colleghi maschi del 1970 – contribuì ulteriormente a fare dell’evento una grande occasione di propaganda, mostrando il Messico come un paese moderno, tranquillo e progressista.
La guerra sucia andò avanti fino agli anni Ottanta, facendo un numero di vittime talmente elevato che ancora oggi non è possibile fornire dati precisi sulle persone arrestate, fatte sparire nel nulla e assassinate da parte dello Stato. Nel 2002, Luis Echeverría è stato accusato di genocidio per aver ordinato i massacri di Tlatelolco e del Corpu Christi, ma il processo nei suoi confronti si è rivelato molto complicato a causa dell’immunità garantita alle azioni compiute quando era Ministro e Presidente. Infine, nel 2009 è stato scagionato da tutte le accuse. Nessuno ha mai pagato per le stragi della guerra sucia, ma almeno abbiamo avuto il Mondiale più bello di sempre.
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Fonti
–El Ejército mexicano durante la Guerra Sucia, Gobierno de México
–SÁNCHEZ LEY Laura, Cartas de San Agustín: el hombre que intentó asesinar a Díaz Ordaz, Milenio


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